«BRITPOP - Robbie Williams» la recensione di Rockol

Il “Britpop” secondo Robbie Williams, tra nostalgia e rivincita

L'ex Take That rivendica il diritto di giocare una partita che negli Anni ’90 gli fu negata.

Recensione del 18 gen 2026 a cura di Mattia Marzi

La recensione

Una cosa va riconosciuta a Robbie Williams. Anzi, due: la poliedricità e il coraggio. Trovatelo un altro artista capace di spaziare dal pop adolescenziale degli esordi con i Take That al rock alternativo, dalla dance allo swing (“Swing when you’re winning”, registrato insieme alla London Session Orchestra e contenente il duetto con Nicole Kidman su “Somethin’ stupid” rimane uno dei gioielli della sua discografia), passando pure per la musica natalizia. Vedi alla voce: popstar. L’ultimo esperimento del nostro è questo “Britpop”, titolo fin troppo didascalico per un disco che sì, ha l’ambizione di essere un album britpop.

L’operazione strizza inevitabilmente l’occhio al revival del genere legato alla reunion degli Oasis. Era lo scorso maggio quando, mentre cresceva l’attesa per il ritorno sui palchi dei fratelli Gallagher, Robbie Williams rivelò di essere al lavoro su un disco britpop: «Ho deciso di fare l’album che avrei voluto scrivere e pubblicare dopo aver lasciato i Take That nel 1995. Era l’apice del Britpop e un’epoca d’oro per la musica britannica. Ho lavorato con alcuni dei miei idoli su questo album: è crudo, ci sono più chitarre ed è un disco ancora più energico e potente del solito. C’è un po’ di ‘Brit’ e sicuramente anche un po’ di ‘pop’. Sono immensamente orgoglioso di questo progetto e non vedo l’ora che i fan lo ascoltino». Il disco era pronto per essere spedito nei negozi già lo scorso 10 ottobre, con tanto di campagna promozionale ben avviata. Poi la concomitanza tra l’uscita di “Britpop” e “The life of a showgirl” di Taylor Swift ha spinto Robbie Williams a rinviare l’album, la cui pubblicazione è stata riprogrammata per il 6 febbraio. A sorpresa, alla fine, il disco è arrivato sulle piattaforme allo scoccare della mezzanotte del 16 gennaio, senza preavviso, presumibilmente perché uscendo in una settimana povera di grosse uscite discografiche Williams avrà più chance di battere il record che nel Regno Unito attualmente detiene insieme ai Beatles per il maggior numero di album al primo posto (15 in tutto).

Trent’anni dopo, Williams rivendica il diritto di giocare finalmente una partita che negli Anni ’90 gli era stata negata. All’epoca era percepito come troppo pop per la critica e l’etichetta di “ex Take That” era così ingombrante da non permettergli di essere ammesso nel club di Oasis e Blur (la copertina è un dipinto che ritrae uno dei look più iconici di Williams, la tuta rossa indossata al Glastonbury Festival del 1995). Oggi, forte di una carriera che parla per lui, si prende una rivincita. E pazienza che, nell’ordine: l’omaggio sconfini talvolta nell’imitazione (in “Pretty face”, con quell’«hello» ripetuto nel finale fino allo sfinimento sembra un imitatore di Liam Gallagher a Tale e Quale Show); a volte vada fuori tema, come su “Cocky”, che più che al Britpop sembra guardare a Sex Pistols e Stooges in un pezzo ruvido e sfrontato che pescola punk rock e sleaze; ad un certo punto finisca per fare un pezzo sull’intelligenza artificiale che finisce per sembrare – ironia della sorte – una canzone dei Coldplay scritta proprio dall’intelligenza artificiale (il brano è “Human” e Chris Martin suona chitarra e tastiere), che peraltro nulla c’azzecca con il britpop. Alla fine Robbie Williams è uno a cui si vuole bene anche per questo, perché non ha paura di esporsi e di esagerare.

Meglio quando l’ex Take That alza il volume e chiama in causa l’artiglieria pesante. In “Rocket” alla chitarra c’è Tony Iommi dei Black Sabbath: un incontro improbabile ma sorprendentemente efficace. C’è spazio anche per la nostalgia più malinconica. “Spies” guarda all’edonismo di metà anni Novanta con uno sguardo disilluso: «Stavamo svegli tutta la notte, pregando che il domani non arrivasse». È uno dei momenti emotivamente più forti del disco. E a proposito di passato: insieme a Gary Barlow, ex compagno (e rivale) nei Take That, Robbie oggi si ritrova a scrivere un improbabile omaggio a Morrissey, intitolato proprio “Morrissey”.

In definitiva, “Britpop” suona come una chiusura del cerchio. Sfidando pregiudizi e cliché, Robbie Williams è entrato nella scena con il piede di porco. John Harris, nel suo “Britpop: The Last Party”, come ha ricordato anche Alexis Petridis sul Guardian, ha scritto che “Angels” riuscì nell’impossibile impresa di «sfrattareWonderwall” dalla psiche nazionale». E in effetti, Oasis e Blur a parte, il pubblico dei lavori solisti di Williams fu ben più vasto di quello degli artisti che la critica dava per dominatori del post-Britpop del 1998 e che poi sono spariti dai radar, come i Symposium o gli Ultrasound. Oggi Robbie torna lì dove tutto è iniziato, non per riscrivere la storia, ma per prendersi finalmente il posto che allora gli era stato negato. Fa nulla che suoni poco filologico: questo è il britpop secondo Robbie Williams. Rumoroso, affettuoso, eccessivo, a tratti fuori bersaglio. Ma anche sincero.

Tracklist

01. Rocket (02:46)
02. Spies (03:24)
03. Pretty Face (03:47)
04. Bite Your Tongue (02:50)
05. Cocky (03:07)
06. All My Life (03:53)
07. Human (feat. Jesse & Joy) (04:03)
08. Morrissey (03:35)
09. You (03:42)
10. It's OK Until The Drugs Stop Working (03:16)
11. Pocket Rocket (03:46)
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