«LOVE CHANT - Lemonheads» la recensione di Rockol

Il ritorno dei Lemonheads è un disco da ascoltare

Evan Dando e i suoi riescono dopo 20 anni a radunare nuovo materiale. Tra nostalgia e psichedelia.

Recensione del 18 dic 2025 a cura di Michele Boroni

La recensione

Evan Dando oggi sembra uno di quegli eccentrici nerd della musica, ben descritti in "Alta fedeltà" di Nick Hornby, che alzano le sopracciglia quando qualcuno non riesce a recitare immediatamente tutti gli album dei Beatles in ordine cronologico. Uno che pensa di sapere tutto e condivide la sua conoscenza solo nei giorni buoni, ignorando i clienti nei giorni cattivi e preferendo armeggiare con la sua chitarra acustica. 
Non è difficile immaginare Evan Dando in questo scenario, specie se lo si è visto negli scorsi anni da solo o con i suoi Lemonheads per concerti-tributo, non precisamente dei set indimenticabili.
Oggi Evan Dando ha 58 anni la stessa età che avrebbe oggi Kurt Cobain, sulla cui scia la carriera dei Lemonheads ha preso slancio nei primi anni '90. Nella sua autobiografia, "Rumours Of My Demise: A Memoir", pubblicata insieme a questo suo "Love Chant", ricorda una sera in un club londinese nel 1990 dove ascoltò per la prima volta "Sliver" dei Nirvana: "Merda, pensai, sono io? Suonava come me, solo meglio. Ho sentito quella canzone e ho capito che i Lemonheads sarebbero andati bene perché il mio genere musicale sarebbe improvvisamente diventato popolare”. 

Made in San Paolo 

Anche questo “Love Chant”, il primo album di materiale originale in quasi 20 anni, suona come Evan Dando dal vivo, solo meglio. Il disco ci accoglie con il fascino melodioso di una band power-pop degli anni '60 in "58 Second Song”. La voce profonda e meditabonda di Dando nei cori è accompagnata  da Juliana Hatfield e anche da Erin Rae, una cantante folk di Nashville. Insieme a Dando, i Lemonheads sono composti dal chitarrista Farley Glavin e dal batterista John Kent. 
Evan Dando ora vive a San Paolo dove ha radunato attorno a sé volti noti e nuovi tra cui il polistrumentista brasiliano Apollo Nove, coinvolgendoli ampiamente nel processo di scrittura al punto che solo tre delle undici canzoni sono interamente sue. La produzione di Apollo Nove è decisamente originale e insolita, al punto che alcuni arrangiamenti sembrano incompiuti.

Le canzoni 

Il disco procede per alti e bassi. Nella minimalista e tagliente “Deep End” Dando con con soli tre accordi e una sequenza di sobri riff riesce a creare un pezzo di garage rock accattivante. "Wild Thing" non è una cover dei Troggs, ma la scelta del titolo probabilmente non è casuale, dato che Dando prende in prestito in modo piuttosto evidente gli accordi del ritornello del successo degli anni '60 nelle strofe. “Marauders” “Be-In” e e “Togetherness Is All I'm After” sono totalmente prive di struttura e climax.
In generale “Love Chant” parla principalmente di sopravvivenza in una società completamente trasformata dagli anni ’90 ed è Dando stesso il primo a non saper indicare una vita d’uscita, come spiega nel suo libro e anche qui in alcune canzoni, non senza una certa autoironia
Se però è vero che, come molti sostengono che la qualità di un album è in gran parte definita dalla traccia conclusiva e dall'atmosfera che cattura e amplifica o indirizza in una direzione diversa, allora grazie a “Roky” canzone dedicata allo scomparso Roky Erickson, leader dei 13th Floor Elevators, con il suo andamento psichedelico ci dice che questo è un disco che attraverso ripetuti riascolti può attrarre. 

 

Tracklist

01. 58 Second Song (03:22)
02. Deep End (03:20)
03. In the Margin (02:20)
04. Wild Thing (02:54)
05. Be-In (02:31)
06. Cell Phone Blues (03:35)
07. Togetherness Is All I'm After (04:11)
08. Marauders (04:01)
09. Love Chant (02:50)
10. The Key of Victory (03:50)
11. Roky (03:02)
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