«A MODERN DAY DISTRACTION - Jake Bugg» la recensione di Rockol

Jake Bugg è tornato più rock'n'roll di prima

Dopo aver flirtato con il pop, l’ex enfant prodige riscopre le sue vere radici. E convince.

Recensione del 12 ott 2024 a cura di Mattia Marzi

Voto 7.5/10

La recensione

Ad un certo punto quello che all'epoca dell'esordio del 2012 il New York Times definì un Bob Dylan di nuovissima generazione è finito fuori strada. Alla disperata ricerca di un equilibrio tra le sue ambizioni (quelle da cantautore puro, esemplare di una specie in via di estinzione, quella dei Donovan, dei Don McLean, dei Dylan) e le aspettative, Jake Bugg ha perso la traiettoria. "Ci sono stati momenti in cui mi sentivo come se stessi sbattendo la testa contro un muro di mattoni”, ha detto il musicista di Nottingham in una lunga intervista al Guardian in occasione del suo ritorno sulle scene, parlando delle scelte musicali, a volte incomprensibili, fatte in questi anni. Come quella volta che - era il 2016 - in “Ain’t no rhyme” provò pure a rappare: “Solo dopo l’uscita mi sono chiesto: ‘Ma perché l’ho fatto?’”. Forse quei passaggi a vuoto erano necessari per fargli ritrovare la (sua) strada: con "A modern day distraction", sesto album in dodici anni di carriera, Bugg torna a mettersi a fuoco. E convince, proprio come quando con l'eponimo debutto del 2012 folgorò tutti quanti, raggiungendo traguardi di cui ci siamo dimenticati troppo in fretta.

"A modern day distraction" arriva a distanza di tre anni dal precedente “Saturday night, sunday morning”. Lì Jake Bugg aveva soddisfatto il pubblico in una veste più pop che in passato, lavorando - tra gli altri - con Steve Mac, uno degli uomini dietro al successo di Ed Sheeran: il disco esordì al terzo posto della classifica settimanale dei più venduti nel Regno Unito, ma la critica storse il naso di fronte alla svolta di Bugg. Stavolta il musicista è tornato a un’attitudine più rock’n’roll e a sonorità più grezze e spigolose: ad ascoltarlo, “A modern day distraction” suona come un antidoto al pop plasticoso di questi anni, tra i Rolling Stones degli esordi e lo stesso Bob Dylan. 

Il singolo "Zombieland", che sembra avere un leggero debito nei confronti di "Paint it black" degli Stones (è un eufemismo), descrive il circolo vizioso della povertà: protagonista un uomo “che lavora 24 ore su 24 per restare a galla”. Agli Anni '60 britannici sembrano guardare anche pezzi come "Breakout", "Instant satisfaction", mentre con "All kinds of people" e "Waiting for the world" Bugg sembra attingere a piene mani dal Britpop di Oasis e dintorni. I nostalgici del menestrello adolescente degli esordi ritroveranno l'eco del mito di Dylan in canzoni come "I wrote the book" o “All that I needed was you”. E pazienza se a tratti suona macchiettistico: lo preferivate in versione rapper? 

Tracklist

01. Zombieland (02:42)
02. All Kinds Of People (02:47)
03. Breakout (02:31)
04. Never Said Goodbye (03:38)
05. I Wrote The Book (03:15)
06. Waiting For The World (02:42)
07. Instant Satisfaction (03:25)
08. Got To Let You Go (03:14)
09. All That I Needed Was You (03:17)
10. Keep on Moving (02:51)
11. Beyond The Horizon (04:12)
12. Still Got Time (05:11)
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