«RADICAL OPTIMISM - Dua Lipa» la recensione di Rockol

Dua Lipa, "Radical optimism": tante hit, nessun guizzo

La produzione di quel genio di Kevin Parker (Tame Impala) non basta: la recensione del nuovo album.

Recensione del 03 mag 2024 a cura di Mattia Marzi

Voto 5.5/10

La recensione

Peccato. Perché l’idea, sulla carta, era buona. Almeno stando a come la diretta interessata aveva parlato in anteprima del suo nuovo album: Dua Lipa aveva detto di aver concepito questo “Radical optimism” immaginandosi non come una popstar, ma come parte di una band, quella assemblata mettendo insieme un genio come Kevin Parker (mente dei Tame Impala, tra i musicisti che hanno ridefinito l’indie rock degli ultimi quindici anni mischiando synth pop e psichedelia), un’icona della scena elettronica underground londinese come Danny L Harle (che in passato ha lavorato con Caroline Polachek) e due autori che non si trovano proprio in tutti i dischi pop di questi anni come quel Tobias Jesso Jr. di cui Adele nel 2015 incise la splendida “When we where young” e la fidatissima Caroline Ailin (al fianco della star di origini kosovare sin dai tempi di “New rules” e “Don’t start now”, le hit che la lanciarono). Quella sensazione lì, di sentirsi parte di una band, dev’essere durata pochissimo. Giusto il tempo di incidere la prima canzone registrata per questo disco, “Illusion” (peraltro la più godibile di tutte insieme a “Houdini”, con quel ritornello scandito dal riff di piano, sintetizzatori e tastiere che fa incontrare in modo improbabile la scrittura dei Florence and the Machine, per i quali Jesso scrisse “Hunger”, e il sound di una hit scalaclassifiche). Poi i Dua Lipa sono tornati ad essere la popstar Dua Lipa: fine dell’illusione.

No, “Radical optimism” non suona come il disco di una band, ma come quello di una qualunque popstar contemporanea. Non c’è niente di male: nell’ideale successore di “Future nostalgia” la star di “Be the one” prova a consolidare un impero da oltre 280 dischi di platino vinti in sette anni di carriera con una manciata di canzoni che mettono insieme pezzi perfetti per essere sparati a palla nei negozi delle catene di abbigliamento (“End of an era”, ad esempio), tormentoni con la cassa in quattro e un crescendo epico ed esagerato stile cantante lettone in gara all’Eurovision Song Contest (“Training season”), altri che strizzano l’occhio all’europop tutto sintetizzatori e sequencer (“Falling forever”) e altri ancora che invece omaggiano le hit da discoteca degli Anni Duemila (“Maria”). Le canzoni, prese singolarmente, fanno quello che devono fare: sono tutti potenziali successi, destinati ad accompagnarci da qui fino al prossimo anno, tra remix per trend su TikTok e quant’altro. Ma ad ascoltarle in sequenza, seguendo la tracklist di “Radical optimism”, si ha la sensazione di ascoltare più una playlist che un album: non sono solamente le atmosfere a variare, inevitabilmente, ma il gusto in generale, l’estetica.

Ecco il punto: “Radical optimism” è un disco che non ha un’estetica. E in questo, dopo un piccolo gioiello come “Future nostalgia”, Dua Lipa delude un po’ le aspettative. Lì c’era un’idea: più che strizzare l’occhio a ciò che andava per la maggiore in quel preciso momento nelle classifiche, preferì rifarsi a un pop elegante, raffinato e citazionista, con arrangiamenti complessi, sofisticati e corposi, omaggiando esplicitamente qui e là Olivia Newton-John, gli INXS, Samantha Fox, gli Chic, Madonna, la Kylie Minogue degli anni d’oro e altre icone degli Anni ’80. In “Radical optimism” non c’è un’idea simile: è una raccolta di suggestioni diverse tra loro, di esperimenti che fanno fatica a combaciare e a costituire il concetto di album. Di radicale, insomma, c’è ben poco.

La scelta stessa di arruolare come produttore e supervisore dell’intero progetto Kevin Parker e di puntare su un ristrettissimo gruppo di lavoro composto da musicisti e autori non proprio legatissimi al circuito mainstream - lei che era solita, almeno in passato, lavorare con una pletora di hitmaker: nei crediti di “Future nostalgia” si contavano 10 produttori per 11 tracce, in quelli dell’eponimo disco d’esordio del 2017 addirittura 14 produttori per 12 pezzi - si rivela interessante solo sulla carta. Sarà che era la prima volta che Parker, in passato autore e produttore estemporaneo di brani per Rihanna, Lady Gaga e The Weeknd, si ritrovava a lavorare con una star del pop a un disco intero e forse non sapeva nemmeno lui come approcciarsi a un esperimento simile, ma in generale il potenziale rimane un po’ sprecato o comunque poco valorizzato.

Tracklist

01. End Of An Era (03:16)
02. Houdini (03:05)
03. Training Season (03:29)
04. These Walls (03:37)
05. Whatcha Doing (03:18)
06. French Exit (03:21)
07. Illusion (03:08)
08. Falling Forever (03:43)
09. Anything For Love (02:21)
10. Maria (03:07)
11. Happy For You (04:05)
Schede:
Tags:

Prossimi articoli

© 2026 Riproduzione riservata. Rockol.com S.r.l.
Policy uso immagini

Rockol

  • Utilizza solo immagini e fotografie rese disponibili a fini promozionali (“for press use”) da case discografiche, agenti di artisti e uffici stampa.
  • Usa le immagini per finalità di critica ed esercizio del diritto di cronaca, in modalità degradata conforme alle prescrizioni della legge sul diritto d'autore, utilizzate ad esclusivo corredo dei propri contenuti informativi.
  • Accetta solo fotografie non esclusive, destinate a utilizzo su testate e, in generale, quelle libere da diritti.
  • Pubblica immagini fotografiche dal vivo concesse in utilizzo da fotografi dei quali viene riportato il copyright.
  • È disponibile a corrispondere all'avente diritto un equo compenso in caso di pubblicazione di fotografie il cui autore sia, all'atto della pubblicazione, ignoto.

Segnalazioni

Vogliate segnalarci immediatamente la eventuali presenza di immagini non rientranti nelle fattispecie di cui sopra, per una nostra rapida valutazione e, ove confermato l’improprio utilizzo, per una immediata rimozione.