«JAVELIN - Sufjan Stevens» la recensione di Rockol

Sufjan Stevens con il cuore e l'anima in mano

Il nuovo album del cantautore del Michigan, tra tanti dubbi e un vuoto perfino confortevole

Recensione del 11 ott 2023 a cura di Marco Di Milia

Voto 7.5/10

La recensione

Benvenuti, ma con un malinconico addio. Così Sufjan Stevens offre la sua accoglienza tra le tante riflessioni che costellano le pieghe di “Javelin”, decimo album in proprio di una carriera ormai più che ventennale. L'eclettico artista del Michigan, nelle atmosfere di quello che definisce il suo primo vero album da cantautore dai tempi di “Carrie & Lowell” del 2015, celebra la sua singolare accettazione di sé, tra tante domande senza risposta e un senso di smarrimento, tutto sommato, perfino confortevole.

I sentimenti di Sufjan

Ancora una volta, a dettare i tempi, sono la spiritualità e il dolore, sentimenti che nelle note di Sufjan finiscono per intrecciarsi con disarmante candore. E in un album legato a una perdita irreparabile come quella di un amore, le trame che lo compongono non possono che suonare vulnerabili e tormentate, così come colme di gratitudine per tutto ciò che è stato. “So che le relazioni possono essere molto difficili a volte, ma vale sempre la pena di impegnarsi a fondo e di prendersi cura di coloro che si amano, soprattutto di quelli belli, che sono pochi e lontani tra loro. Se vi capita di trovare questo tipo di amore, tenetelo stretto, assaporatelo, curatelo e dategli tutto quello che avete, soprattutto nei momenti di difficoltà. Siate gentili, forti, pazienti, indulgenti, vigorosi, saggi, e siate voi stessi. Vivete ogni giorno come se fosse l’ultimo, con pienezza e grazia, con riverenza e amore, con gratitudine e gioia. Questo è il giorno che il Signore ha creato. Rallegriamoci e rallegriamoci in esso.”, ha affidato a un post lo stesso Stevens.

Per dare forma a “Javelin”, il musicista ha lavorato praticamente da solo al riparo del suo studio casalingo, avvalendosi comunque della partecipazione di un paio di fidati collaboratori quali Bryce Dessner dei The National alla chitarra e i cori di Hannah Cohen, Adrienne Marie Brown e Megan Lui. Null’altro. Eppure, nonostante una struttura ridotta all’essenziale, in queste dieci tracce, tra cui nove inediti e una cover di Neil Young posta in chiusura di programma - “There’s a world”, dal classico “Harvest” - c’è tutto ciò che occorre per raccontarsi con cuore e anima in mano, a partire dall’iniziale “Goodbye evergreen”, mentre intona pieno di una certa sussurrata deferenza: “Sai che ti amo / Ma tutto ciò che il cielo ha mandato deve bruciarsi alla fine”, prima di sfaldare il brano per farlo esplodere in una elettronica liberatoria.

Tra folk e delicatezza

Dalle disillusioni di “So are you tired” alla spiritualità di “My red little fox” o nei dubbi esistenziali di “Genuflecting ghost”, ogni incertezza dell’ex ragazzo col banjo amplifica una tradizionale tavolozza folk per andare con le sue ballate sfilacciate verso incursioni di synth che appaiono come dei flussi di coscienza sempre più intensi e catartici, quasi a voler fare da contraltare a tanta composta delicatezza. “Qualcuno mi amerà mai, per una buona ragione, senza rimostranze, non per sport” si domanda Sufjan Stevens in “Will anybody ever love me?”, in un misto di fede e di dolente accettazione che in ultimo si dipana lungo l’intero “Javelin”, tra orchestrazioni scintillanti, fiati e carezzevoli tocchi di pianoforte.

Ancora, prima di congedarsi, l’autore non ha paura di mostrarsi con tutte le ferite che ha rimediato negli otto minuti dell'intensa “Shit talk”, in cui con voce angelica pronuncia: “Ti amerò per sempre, ma non posso vivere con te”, prendendosi il tempo necessario nella lunga coda per dare il peso necessario a ogni singola parola, in una relazione in cui sono state dette troppe cose e che ormai ha fatto il suo corso. In ultimo, lascia una flebile speranza con “There’s a world”, chissà, lasciando intendere che forse, da qualche parte, nell’aria potrebbero ancora esserci “cose belle”.

Relax e dolore

Lontano dagli eccessi di “The Ascension” e forse anche dal dolore sordo di “Carrie & Lowell”, qui Sufjan riesce a condensare i propri sentimenti più profondi, quelli che lo hanno accompagnato nel suo complesso e incredibile viaggio esistenziale in un disco al solito autobiografico e apparentemente più uniforme e a tratti anche rilassato, ma anche più denso di possibilità di lettura. Come accade con la vita, quindi, non c’è da sopportarla, ma da abbracciarla, con tutto ciò che comporta. E con “Javelin”, Sufjan Stevens ci mostra come.

Tracklist

01. Goodbye Evergreen (03:35)
02. A Running Start (04:21)
03. Will Anybody Ever Love Me? (04:09)
04. Everything That Rises (04:59)
05. Genuflecting Ghost (03:32)
06. My Red Little Fox (03:42)
07. So You Are Tired (04:49)
08. Javelin (To Have And To Hold) (01:52)
09. Shit Talk (08:31)
10. There's A World (02:29)
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