«AUTOFICTION - Suede» la recensione di Rockol

Suede, 'Autofiction' è un ritorno in stile

Il primo disco di Brett Anderson e soci dall'inizio degli allarmanti anni Duemilaventi. 

Recensione del 19 set 2022 a cura di Simöne Gall

Voto 8.5/10

La recensione

La resurrezione dei Suede materializzatasi nella passata decade, dopo la lunga pausa seguita al tour del poco apprezzato 'A New Morning' (chi scrive fu testimone della tappa italiana al Propaganda di Milano - 6 dicembre 2002), aveva sortito un rinnovato entusiasmo verso i britannici, senza che ciò presupponesse l'obbligatorietà di guardare nostalgicamente alle glorie del loro passato. Invero, seppur non propriamente paragonabili al materiale più affascinante della band (diciamo quello che va dal debutto del 1993 alla stupenda raccolta di b-side e outtake 'Sci-fi Lullabies'), i tre album seguìti alla reunion, 'Bloodsports' (2013), 'Night Thoughts' (2016) e 'The Blue Hour' (2018), avevano saputo mantenere alto l'onore di Brett Anderson e dei suoi fraterni affiliati Mat Osman, Simon Gilbert, Neil Codling e Richard Oakes (lo stesso che nel 1994 e ancora diciassettenne successe a un adirato e disilluso Bernard Butler). Il loro è in sintesi un legame reso ormai inscindibile, lo stesso che li ha resi emotivamente partecipi nel realizzare 'Autofiction', il nono album da studio nonché il primo dopo l'ancoraggio a BMG. Già annunciato mesi fa come un "ritorno alle origini" (ma anche, più esageratamente, come "il disco punk dei Suede"), 'Autofiction' è prima di ogni altra cosa una dichiarazione esplicita di prosperità evolutiva: "Devi trovare nuovi modi per tenerti invogliato", ha spiegato a questo proposito Anderson. "Il pubblico non è stupido e sa vedere attraverso le cose. Infatti non appena ti annoi di fare ciò che stai facendo, anche il pubblico si annoia con te. Devi trovare definizioni diverse di ciò che sei senza autoparodiarti o andare alla deriva. E questo rappresenta un difficile atto di equilibrio”. Parole che esprimono saggezza, elargite da un cinquantaquattrenne che pur restando devoto alla sua arte è certamente conscio di non essere più il rampante ventenne effeminato dei tempi di "So Young". E dunque dopo aver trovato anche il tempo di cimentarsi come scrittore (coi due volumi autobiografici Coal Black Mornings e il successivo Afternoon With The Blinds Drawn), è fuori discussione che il leader dei Suede potrà mai smettere - sono parole sue -  di fare ciò per cui si è sempre contraddistinto maggiormente, ovvero scrivere canzoni: "Questo è il solo motivo per cui mi alzo al mattino, la mia ossessione, la cosa che mi fa battere il cuore più di ogni altra”. 

Gli esterni e gli interni di 'Autofiction'

Registrato ai londinesi Konk Studios, 'Autofiction' ha avuto una lunga gestazione sotto l'egida dell'esperto produttore Ed Buller. Il concept di copertina, è questo un fatto interessante da notare, riprende a grandi linee quello di 'Dog Man Star', l'oggi rivalutato secondo album dei Suede che mostrava la sagoma dormiente di una figura maschile dal volto oscurato. Il programma dei titoli di 'Autofiction', altra particolarità, è riportato direttamente sulla copertina, posto su di un lato verso il basso. Il primo brano, il singolo "She Still Leads Me On", è un tributo alla madre del cantante, la cui scomparsa nel 1989 lo devastò al punto da impedirgli di presenziare al di lei funerale. Anche se poi, chiarisce Brett, il brano in questione non è da intendersi come una dichiarazione di dolore, ma è piuttosto un richiamo all'amore verso chi dall'aldilà continua a essere una guida e una fonte di ispirazione per ognuno di noi. La seguente "Personality Disorder", che attinge avidamente dall'oceano sonoro della new wave anni Ottanta (si direbbe primi U2 ed Echo And The Bunnymen), è una traccia da pelle d'oca come la seguente "15 Again", da cui zampilla un inizio arpeggiato dai lineamenti gotici (un po' in stile The Mission). Ed è su quel certo stile ombroso, pur sempre originatosi in madrepatria, che il pezzo parrebbe ripiegare, in generale, lungo tutto il suo minutaggio. "The Only Way I Can Love You" riconduce al Suede-sound degli anni Duemiladieci, mentre la più spigliata "That Boy On The Stage" avanza una ritmica scandita lungo la quale torna a dispiegarsi, come ai vecchi tempi, l'ombra degli amati Smiths. Pennellate di piano dolente donano materia all'introspettiva "Drive Myself Home", guidandola ermeticamente nei meandri delle tenebre sino ai suoi ultimi vagiti. "Black Ice" ripristina il vigore elettrico per tramite del pesante basso di Osman, per poi annodarsi a una veloce "Shadow Self" che sa di primi Cult circa 'Dreamtime' (1984). La brama di oscurità pare però infittirsi con le prime note di "It's Always The Quiet Ones", tanto che ci si aspetterebbe quasi di sentir esordire la voce di Andrew Eldritch (Sisters Of Mercy) laddove è invece l'ugola scandita di Anderson a imporsi in maniera indiscutibilmente efficace. La grazia della plumbea "What Am I Without You" avvolge l'udito inondandolo di vellutata bellezza, lasciando la terminale "Turn Off Your Brain And Yell" ad aggirarsi ancora una volta dalle parti degli Ottanta. Mai come oggi, però, i Suede possono permettersi di guardare fieramente al presente, forse nella consapevolezza di aver già lasciato ai posteri pagine e pagine di storia del pop. 
 

Tracklist

01. She Still Leads Me On (04:08)
02. Personality Disorder (04:00)
03. 15 Again (03:24)
04. The Only Way I Can Love You (04:07)
05. That Boy on the Stage (02:35)
06. Drive Myself Home (04:29)
07. Black Ice (02:45)
08. Shadow Self (03:33)
09. It's Always the Quiet Ones (04:12)
10. What am I Without You? (06:17)
11. Turn off Your Brain and Yell (05:54)
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