«BRUTAL PLANET - Alice Cooper» la recensione di Rockol

Alice Cooper - BRUTAL PLANET - la recensione

Recensione del 23 giu 2000

La recensione

Mentre Vincent Furnier giocava a golf rilassato e sorridente, tanti in questi anni (da Marilyn Manson ai Nine Inch Nails, dai Limp Bizkit agli Slipknot) evocavano il suo spaventoso alter ego. E nell’anno 2000 dopo Cristo e anno 1 della New Economy, Vincent non è più riuscito a tenere a freno il suo incubo. “Welcome to my nightmare - no more Mr. Nice Guy”, può tornare a ruggire Alice in “It’s the little things”. E lo fa con un disco che si propone come una delle cose migliori che abbia fatto, e come uno degli album più belli e lucidi in circolazione. Rinvigorito da un po’ di ritmiche “industriali”, il 52enne figlio del predicatore si aggancia, anche musicalmente, alla inconcludente “stoopid” carica di rabbia senza cervello e cuore dei picchiaduro americani da classifica (Korn, Limp, ecc.), riesuma Bob Ezrin e insieme al suo produttore preferito, rimasto per 20 anni all’ombra del “muro” dei Pink Floyd, ci consegna un album che ridà dignità all’heavy metal. Rievocando i giorni belli in cui c’era un motivo per alzare il distorsore della chitarra, in cui l’orrore grandguignolesco che da sempre si accompagna al genere non era solo baraccone fine a se stesso, ma elementare metafora dell’orrore quotidiano che avvolge le sue spire attorno a noi come un serpente (e dopo Cleopatra, nessun altro nella storia la sa altrettanto lunga in fatto di serpenti). E’ un pianeta brutale, dice la tagliente voce che un tempo cantò “I love the dead”: migliaia di persone sterminate per motivi di pulizia (etnica), città bombardate, gente che raccoglie le ossa dei propri parenti mentre il telegiornale dà i numeri del superenalotto, giovani schizzati che meditano stragi per dare un senso alla propria vita... Ci sono mostri su questo pianeta, e siamo noi, dicono gli undici brani di questo concept-album, che dopo la disperata ballata “Take it like a woman”, si conclude con il trionfo delle “Cold machines” - come dire: la “soluzione finale” che ci attende (o abbiamo già cominciato a “scaricarla” dal nostro PC?).
Un disco feroce, martellante, che forse è anche una piccola lezione di coesione e coerenza artistica ai giovani Brian Warner e Trent Reznor. Non venderà come i loro dischi, e nemmeno come i vecchi dischi di Cooper: nonostante lo spessore e la grinta di parecchie canzoni, è difficile vedere in “Cold machines” il brano in grado di “agganciare” l’annoiato consumatore radio-teleconnesso. Ma a prescindere dalla reazione del Dio Mercato, questo è il miglior regalo che il vecchio incantatore potesse fare a se stesso e ai suoi fans. Diciamolo pure, visto che non succede spesso: un disco splendido.
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