Graziano Romani: 'Riscopro il mio essere emiliano'

Graziano Romani: 'Riscopro il mio essere emiliano'
Graziano Romani, il rocker emiliano cresciuto alla scuola di Springsteen, di Dylan e di Van Morrison, amico di Elliott Murphy, di Dirk Hamilton e di Willie Nile, torna a scrivere e a cantare in italiano. Evento raro, per lui: non succedeva da cinque anni, dai tempi di “Storie della Via Emilia”. Ma stavolta fa anche di più, piazzandosi simbolicamente all’ombra della bandiera nazionale, dei “Tre colori” (questo il titolo del nuovo album) che per la prima volta sventolarono sulla sua Reggio Emilia nel lontano 1797. Proprio oggi, che il patriottismo è merce rara e si presta a possibili, pericolosi fraintendimenti… “Lo voglio premettere subito: qui non c’è nessun intento retorico, nessun nazionalismo fine a se stesso”, spiega a Rockol l’ex leader dei Rocking Chairs, veterano di tante battaglie sul fronte del rock. “L’immagine della bandiera mi serviva per rimarcare il mio ritorno all’italiano dopo la trilogia di album in inglese, ‘Painting over rust’, ‘Up in dreamland’ e ‘Confessions boulevard’, che hanno assorbito una bella fetta di vita e di canzoni. Volevo sottolineare l’elemento più folk della mia musica, il legame con la mia terra. Insomma, questo è un disco che mi rappresenta pienamente nella mia veste di cantautore e di emiliano. Per questo ci sono i Modena City Ramblers, per questo ci sono i miei amici Gang che sono marchigiani, è vero, ma anche un po’ emiliani d’adozione. Quella essenza vien fuori in diverse canzoni, soprattutto in quella che dà il titolo all’album. Avevo voglia, stavolta, di raccontare il mondo da cui provengo”. A differenza dei fratelli Severini, però, Romani non s’è mai convinto al gran passo: abbandonare definitivamente l’inglese per la lingua madre. Come mai? “Sono due facce della stessa medaglia. In realtà il mio atteggiamento rispetto alla musica resta lo stesso, e non cambia neanche il sound. Però cantare nella tua lingua suscita reazioni più immediate nel pubblico, questo è fuori discussione. Non tutti capiscono o sanno cogliere le sfumature dell’inglese”. Così, in “Tre colori”, restano preponderanti l’amato immaginario stradaiolo e la metafora del viaggio (“Andare andare andare”, “Stesso viaggio stessa città”, “Ad ogni passo”): indizio non solo di inquietudine e irrequietezza esistenziale, si direbbe, ma anche di un percorso di ricerca spirituale. E’ così? “Penso proprio di sì”, risponde Graziano. “La strada è una metafora del percorso che ognuno di noi compie nella vita: ognuno al suo ritmo, non c’è bisogno di correre a duecento all’ora su un’auto o una moto potente. Ho cercato di raccontarlo con storie quotidiane in cui ciascuno può riconoscersi, visualizzando angoli di mondo che mi appartengono: il lavavetri extracomunitario che ti bussa al finestrino mentre sei fermo a un semaforo sulla Via Emilia perso nei tuoi pensieri, i viaggi in treno tra Bologna e Milano… Ho cantato luoghi che mi sono cari e che frequento regolarmente, cosa che non faccio solitamente quando canto in inglese. Non posso mica raccontare le highways americane come fa Bruce, io… I personaggi di un pezzo come ‘Stesso viaggio stessa città’ sono gente che fatica, che prova dolore, ma che a volte trova anche la forza e l’energia per muoversi e andare altrove. La canzone descrive diverse tipologie di persone, tutte diverse ma accomunate dal fatto di partire dallo stesso posto e di arrivare alla stessa fermata. Essere in viaggio è una condizione che ci accomuna tutti quanti”. E che ci fa, in un disco “serio” come questo un “giullare” come Elio? “E’ che ci conosciamo da tanto tempo. Le Storie Tese al completo, lui escluso, nel ’94 suonarono nel mio primo disco in italiano prodotto da Claudio Dentes e dall’indimenticabile Massimo Riva. Si è cementata un’amicizia che ci ha portato a collaborare spesso, dal vivo e in studio. Gli ho chiesto di cantare su ‘Giorni sporchi’ per sdrammatizzare un po’ un pezzo molto drammatico e tirato, una sorta di rockabilly, che per il resto è una specie di elenco delle nostre magagne”.
Il suo disco autoctono (meno la masterizzazione, realizzata ai celeberrimi Record Plant di Sausalito, California, “dove hanno registrato Van Morrison e i Doors”), Romani se l’è prodotto e pubblicato da sé, come fa ormai da diversi anni. “L’etichetta mi serve solo per far uscire i miei dischi e farli arrivare nei negozi. Ho pubblicato sette album in sette anni e oggi godo della massima libertà artistica, che è la cosa più importante di tutte”. Al punto che, caso forse unico in Italia, permette ai fan di registrare liberamente i suoi concerti e di scambiarseli tra di loro purché lo facciano senza fini di lucro, sulla falsariga dei Grateful Dead e di tante altre band americane dallo spirito libertario. “No, non pongo nessun veto. Credo che così si alimenti il fuoco della passione e sono sicuro che chi registra e si scambia i nastri dei miei concerti possegga già tutti i miei dischi ufficiali. E poi mi piace l’idea che nulla vada perduto, che tutto venga documentato. I miei concerti hanno sempre una scaletta diversa, di tanto in tanto cambio anche formazione per modificare i colori della tavolozza, variare gli ingredienti del menù. Anche ora che canto di nuovo in italiano ho l’imbarazzo della scelta. Ho tre album a cui attingere, tanto altro materiale che non ho mai pubblicato e una selezione di cover: ‘Musica ribelle’ di Finardi, ‘I want you’ di Dylan nella versione italiana che ne facevano i Nomadi negli anni ’60, ‘Rimmel’ di De Gregori che avevo inciso per ‘Storie della Via Emilia’. E poi ‘L’aquila’ di Battisti, che avevo registrato nel ’94 per l’album tributo ‘Innocenti evasioni’, un gran pezzo rock blues che però abbiamo ripreso solo io e Bruno Lauzi. Spero che i miei fan, quelli che ora chiamo spiriti liberi prendendo a prestito il titolo della canzone che apre ‘Tre colori’, apprezzeranno. Come me, credo, sono persone che hanno rispetto per la cultura e per la storia del rock, che si emozionano ancora per la musica anche se magari hanno moglie e figli a casa e non sono più dei ragazzini. Quello è il mio pubblico tipico”. E pazienza se i grandi numeri li fanno altri (anche nel rock in italiano, anche nel rock di marca emiliana). Nessun rimpianto per quel che non è stato? “Proprio nessuno, oggi sono contento come una pasqua. Da quando sono libero di fare ciò che voglio mi sento addosso una forza e un’energia nuova, non sono più costretto a soffocare la mia creatività. Faccio sessanta date all’anno tenendo stretti i rapporti con la gente che mi segue. Per chi, come me, ha sempre vissuto questo mestiere con passione, voglia di divertirsi e di rimboccarsi le maniche la crisi non esiste proprio”.
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