Comunicato Stampa: 'The sad machinery of spring', l'album dei Tin Hat

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TIN HAT THE SAD MACHINERY OF SPRING HNCD1524 (Hannibal / distr. italiana I.R.D.) Con la pubblicazione del loro primo album per Hannibal/Rykodisc, The Sad Machinery of Spring, la band acclamata internazionalmente per il suo avventuroso crossover di generi conosciuta come Tin Hat (ex Tin Hat Trio) inaugura un nuovo capitolo nella sua ormai decennale carriera. Il gruppo fondato nel 1997 dai compositori e multistrumentisti Mark Orton, Carla Kihlstedt e Rob Burger, Tin Hat si muove senza sosta tra i vari generi creando un nuovo tipo di musica acustica da camera che fonde elementi di jazz, folk, classica e svariati elementi di musiche roots americana e world. Le perfomance dal vivo e le incisioni del gruppo hanno portato a un ragguardevole successo di critica e ad un sempre crescente seguito di legioni di fans in tutto il mondo. Quando Rob Burger ha lasciato il trio nel 2004, Orton e Kihlstedt hanno dovuto affrontare la stimolante sfida del reinventarsi: “Sapevamo che non sarebbe stato facile e che Rob ci sarebbe mancato moltissimo”, racconta Orton. “Io e Rob siamo cresciuti assieme e abbiamo conosciuto Carla fin da quando era una teenager”. A proposito dell’intima connessione musicale e telepatica che si è sviluppata in tanti anni di lavoro assieme Kihlstedt aggiunge: “Non c’è nulla che possa rimpiazzare quella storia che abbiamo alle spalle”. Orton e Kihlstedt hanno quindi giustamente scelto di non sostituire l’insostituibile tramutando la situazione in un’opportunità per ampliare la tavolozza di colori a loro disposizione. Abbandonata la parola “trio” dal nome del gruppo, i Tin Hat hanno aggiunto non uno, ma tre nuovi musicisti al mix — tutti brillantissimi per virtuosità e immaginazione e, a loro volta, tutti ottimi e atipici compositori. Oltre a Kihlstedt (violino, viola, tromba, voce, piano, celeste, vibrafono, basso, armonica, ukelin) e Orton (chitarra, dobro, banjo, piano, organo a canne, organetto, grancassa, basso, armonica) i Tin Hat di The Sad Machinery of Spring sono: Ara Anderson (tromba, corno baritono, piano, organo a canne, piano giocattolo, celeste); Ben Goldberg (clarinetto in si maggiore, clarinetto alto e contralto) e Zeena Parkins (arpa). Una delle cose più sorprendenti di The Sad Machinery of Spring è che nonostante sia il frutto di cinque distinti compositori, il lavoro suona come assolutamente unitario, senza però oscurare le vivide personalità dei singoli musicisti. “Nonostante la nuova formazione ci dia la possibilità di muoverci tra gli strumenti con organicità, la storia del gruppo è ancora ben presente”, dice Carla. “Sono una fan della scrittura di Ben e delle sue abilità di strumentista da almeno dieci anni e benchè i brani che ha scritto per quest’album siano perfettamente allineate con il Tin Hat ‘sound’, riesco distintamente a riconoscerle come assolutamente sue. E questo vale anche per Ara e Zeena. Tutti quanti hanno trovato un loro posto nella band e la band è diventata il risultato di nuove alchimie. E’ stato un vero processo di dare e ricevere. Collaborare con qualcuno significa proprio esplorare quei luoghi in cui le competenze si sovrappongono”. La musica di The Sad Machinery of Spring è ispirata all’opera di Bruno Schulz, uno scrittore e artista figurativo polacco ebreo ucciso nel 1942 dal proiettile di un ufficiale nazista. L’evocativa e immaginifica scrittura di Schulz, come evidenziato dalle sue due opere più celebri, The Street of Crocodiles e Sanatorium Under the Sign of The Hour Glass, gli hanno fruttato riconoscimenti postumi come uno dei più grandi scrittori di prosa del XX Secolo. Lo storyteller Isaac Bashevis Singer ha detto di Schulz: “A volte scriveva come Kafka, a volte come Proust, e a volte raggiungeva delle profondità che nessuno dei due ha mai raggiunto”. Nello spiegare l’attrazione esercitata dalla scrittura di Schulz sui membri dei Tin Hat, Orton dice: “C’è una qualità d’altri tempi, un senso di classicità nel suo lavoro, ma era anche un vero surrealista. Penso sia questa combinazione di elementi che ci fa sentire affini… In Schulz c’è quasi un senso di stupore infantile che fa apparire come se si scoprissero le cose per la prima volta, ed è proprio questa qualità che abbiamo cercato di rendere nei Tin Hat… una semplicità al cuore della musica”. The Sad Machinery of Spring rende piena giustizia allo straordinario talento descrittivo di Schulz. A tratti evocative e antiche, pastorali o ironiche, dissonanti o melodiche, le composizioni e le performance si compenetrano per creare suggestivi scenari per l’immaginazione.
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