Scissor Sisters: 'La nostra musica è come un film di Disney'

Scissor Sisters: 'La nostra musica è come un film di Disney'
Dopo quella bizzarra cover dei Pink Floyd in stile disco/Bee Gees (“Comfortably numb”: “Stavamo giusto imparando come far musica al computer, non sapevamo ancora scrivere canzoni e quel pezzo è stato il primo mattone della band”), dopo quell’album che ha fatto impazzire gli inglesi con i suoi ritmi ballabili e la sua spettacolare immagine “camp”, i newyorkesi Scissor Sisters sono pronti per il resto del mondo. Anche per l’Italia dove, dicono loro, “finora abbiamo venduto sette copie”: le cose potrebbero e dovrebbero cambiare dopo la prima apparizione al Festivalbar (ieri, lunedì 4 settembre), un accattivante singolo (“I don’t feel like dancin’ ”) programmatissimo in radio e un solido secondo album, “Ta-dah”, in uscita il 15 settembre. “A causa del successo riscosso dal primo disco” spiega Ana Matronic, vocalist e unica donna del gruppo, “ci siamo ritrovati a suonare in giro per il mondo più di quanto avremmo dovuto. Gli ultimi mesi sono stati davvero un massacro, tutti noi non vedevamo l’ora di tornarcene a casa, separarci per qualche tempo e poi rimetterci a lavorare insieme in studio. Ci sentivamo un po’ come degli astronauti di ritorno sulla Terra, come tali dovevamo riabituarci alla forza di gravità. E’ stata dura, all’inizio non sapevamo bene cosa fare di noi stessi. Il fatto è che la situazione era cambiata: ai tempi del primo disco non avevamo neanche un contratto discografico e incidevamo canzoni per il puro piacere di farlo. Stavolta invece l’obiettivo era di realizzare un album. E per noi un album dovrebbe essere un’opera completa, come una novella in cui ogni canzone rappresenta un capitolo, non 4 pezzi forti contornati da un sacco di riempitivi. Sentivamo addosso un sacco di pressione, esercitata da noi stessi più che dalla casa discografica che aveva deciso di lasciarci fare le cose con calma. E anche una responsabilità nei confronti dei fan, perché volevamo essere all’altezza delle loro aspettative… Ma se cominci a pensare a quel che la gente si aspetta da te finisci in un circolo vizioso. Quel che bisogna fare, invece, è interrogarsi su chi si è veramente e riconciliarsi con il proprio essere”. “Sì, pensare a soddisfare se stessi prima di chiunque altro” interviene la mente musicale del gruppo, il barbuto, polistrumentista e molto poco glamour Babydaddy. Con un’idea ben chiara in testa: “Non siamo la band di nessuno in particolare, ma di chiunque mostri di gradire la nostra musica”. I sudditi della Regina, per ora, più di tutti, secondo la vecchia regola per cui nessuno è profeta in patria. “Un po’ perché ci ha messi sotto contratto un’etichetta inglese, e quindi lì il nostro disco è stato promosso meglio che altrove” spiega Ana, capigliatura e vestitino da collegiale americana anni Cinquanta (se non fosse per la scollatura accentuata). “Un po’ perché il mercato inglese è molto più piccolo di quello americano, e quindi una volta che una cosa prende piede è più facile che si propaghi velocemente in tutto il paese. E poi lì i media e il pubblico sono molto più aperti alle novità. In America per farti strada devi conoscere la gente giusta, tutto ciò che è fuori dal mainstream è considerato strano e minaccioso, spaventa il pubblico più conformista. E le radio appartengono quasi tutte a una sola società, Clear Channel: se, come noi, non sei classificabile secondo loro rigide etichette e distinzioni di genere la tua musica non trova spazio sull’etere. In Inghilterra, al contrario, ci sono dei dj radiofonici che hanno fatto molto per noi”. Tutto qui? O, come ha detto Boy George in un’intervista, vi ha frenato l’omofobia degli americani? “Può essere vero, l’America è un paese conservatore anche se si autoproclama la nazione più libera del pianeta”. Perché gli Scissor Sisters, è chiaro, vivono allegramente la loro “diversità” sessuale. Ma senza farne una bandiera: “Non ci marciamo sopra, no”, conferma Jake Shears, il frontman nonché personaggio più appariscente della cricca. “Non abbiamo mai suonato ai festival del Gay Pride, per esempio, né ci interessa rivolgerci a un pubblico dichiaratamente ed esclusivamente omosessuale. E’ un’idea noiosa, mentre la cosa divertente è portare una parte del pubblico gay a mischiarsi con quello che frequenta i locali rock. Quella sì che è una combinazione interessante, travestiti fianco a fianco con mamme di mezza età…”. E il glamour, i costumi? “Glamour è una parola strana, preferiamo identificare in altro modo il nostro modo di essere e di apparire. Abbiamo un’idea diversa su cosa voglia dire essere sessualmente attraenti, provocatori o alla moda” puntualizza il chitarrista Del Marquis (sono una band democratica gli Scissor Sisters, e tutti prendono a turno la parola). “Io”, aggiunge Jake, “penso che la nostra immagine e il modo in cui vestiamo siano parte di una tradizione. Fare musica e allestire un concerto è un esercizio spirituale, un po’ come praticare una forma di culto. E dunque ha i suoi codici e i suoi rituali: ci si veste in un certo modo per andare in chiesa, e così quando ci si esibisce davanti a un pubblico. E’ sempre stato così: dai tempi di Elvis Presley, di Little Richard o delle Supremes gli artisti si sono sempre vestiti appositamente per la performance”.
Rivelano un po’ alla volta più di quel che appare a prima vista, i newyorkesi; anche nella loro musica danzabile e divertente. “Chi ha già ascoltato ‘Ta-dah’ ci dice spesso che questo è un party album, pieno di musica da ballare”, osserva Babydaddy. “Forse perché ci siamo messi a guardare più indietro nel tempo: alla Motown, ad Al Green, persino al ragtime e al vecchio music hall inglese”. “Sì”, conferma Ana, “ci siamo interrogati su cosa fosse la dance music prima che arrivassero le drum machine. A casa ho un antico Vectrola a manovella, sui 78 giri è indicato il genere musicale. E molta è etichettata come musica ballabile, così come la intendevano nel 1924 almeno. Oggi ci sentiamo più vicini a quelle cose, volevamo produrre un disco che fosse più facile da riproporre su un palco senza bisogno di basi o di grandi artifici tecnici”. “Negli ultimi tempi”, spiega Jake, “siamo diventati una rock and roll band che fa musica danzabile, per questo nel nuovo disco c’è poca elettronica e poca musica da club. Non volevamo rifare un’altra ‘Filthy/Gorgeous’, ‘I don’t feel like dancin’ è una cosa completamente diversa”. Vien quasi naturale collegarla idealmente, per contrasto, a “You make me feel like dancing”, l’hit di Leo Sayer datato 1976. “Non è stato un collegamento intenzionale, no, ma qualche analogia tra i due brani c’è e mi piace l’idea di canzoni che si parlano tra di loro”, ammette Shears. “Come ‘Alabama’ di Neil Young e ‘Sweet home Alabama” dei Lynyrd Skynyrd…O come ‘Return to Oz’, sul nostro primo disco, che era una specie di risposta a ‘Goodbye yellow brick road’ di Elton John. Sono due canzoni che parlano la stessa lingua, per me”. Proprio sir Elton, fan della prima ora, ha dato una mano nella scrittura ed esecuzione del pezzo. “Avevamo aperto alcuni suoi show in Inghilterra e siamo diventati amici. Poi abbiamo cominciato a fare qualcosa insieme in maniera del tutto casuale e rilassata, senza aspettarci niente di speciale, e invece è venuta fuori quella canzone che ci ha gentilmente donato” spiega Babydaddy. “Elton per noi è diventato una specie di mentore, una fonte continua di consigli preziosi: anche sul come affrontare i timori del secondo album”. “Il testo non è allegro come la musica, dite?”, ridacchia Ana. “E’ vero, come in quei film disneyani in cui la mamma muore sempre…e Jake è un grande fan di Disney! Molte delle mie canzoni ballabili preferite sono assolutamente triste e disperate: ‘happysad’, come si dice”. Un altro nume tutelare, Paul McCartney, Shears lo ha invocato in sogno, intitolandogli addirittura una canzone: “Mentre dormo sono molto creativo…. Avevo sognato di conversare con lui della scrittura delle canzoni, e la mattina dopo ho buttato giù un testo di getto, Prendo ispirazione da qualunque cosa: sogni, una mendicante che sta sul marciapiede, un cartello stradale curioso… Cerco di annotare tutto, ma la cosa ha anche le sue controindicazioni: non spengo mai il cervello, e finisce che mentre parlo con qualcuno mi chiedo se quel che stiamo dicendo può essere un buon argomento per una canzone. Spesso è così, chiunque è in grado di concepire nella sua testa una canzone interessante, non tutti poi hanno l’abilità di tirarla fuori”. Anche “Shes’ my man”, adeguatamente ambigua già nel titolo, ha una storia originale alle spalle: “Io e Babydaddy stavamo ascoltando in studio l’ultimo disco di Goldfrapp, che ci piace molto: soprattutto quella canzone che continua a ripetere ‘he’s my man…he’s my man”. Lui ha provato a ribaltarne il senso: she’s my man! Mi è venuto subito in mente un libro sulla storia di New Orleans che stavo leggendo, poco dopo il disastro dell’uragano. Vi si parlava di questa vecchia leggenda popolare natalizia, sia nera che bianca, che ha per protagonista un mafioso transessuale, un personaggio terribile che gestiva un bordello galleggiante e uccideva persone a sangue freddo. Collegando il titolo alla storia e al fatto che ora la città era sommersa dalle acque è venuta fuori la canzone… Ho sempre amato New Orleans, è la città più bizzarra d’America e l’unica dove l’eccentricità è vista come un valore da celebrare. E’ piena di gente strana e creativa, maghi e poveracci… In un certo senso è una città che è stata eretta su una enorme menzogna: e persino la grande alluvione sta già diventando parte della sua leggenda. E poi traspira grande musica da tutti i pori, io per esempio sono un fanatico di Dr. John”.
E’ tempo della domanda di rito: a quando, finalmente, dal vivo in Italia? “Forse all’inizio dell’anno prossimo, aspettiamo che qualcuno ci inviti”, risponde Shears. “Amiamo suonare dal vivo, e io ho una passione particolare per Glastonbury. Spero di tornarci l’anno prossimo”. Magari per sposarsi sul palco, come aveva annunciato di voler fare nell’edizione precedente? “Sì, io e il mio ragazzo ci siamo messi insieme proprio lì”, sorride Jake. “Avevamo avuto una storia di una notte qualche tempo prima ma è al festival, complice la musica, i funghi e le sostanze chimiche, che ci siamo innamorati pazzamente uno dell’altro. Avrei voluto suggellare la nostra unione già allora, c’è una cappella lì vicino ma era chiusa… E anche se ora lui dice di non volerlo più fare conto di fargli cambiare idea”.
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