Si fanno attendere per oltre un'ora, per presentarsi alla stampa (che li attendeva nella sede milanese della Universal) con al seguito qualche shopping bag: non paghi, salutano affabilmente e si mettono a ingurgitare tramezzini e birra, ignorando disinvoltamente il divito di fumo che da oltre un anno, ormai, vige nei luoghi pubblici del nostro Paese. That's rock'n'roll, senza dubbio: e se non lo sanno loro, i Dirty Pretty Things capitanati dal già Libertines Carl Barat, chi può saperlo? All'ex socio "tranquillo" di Pete Doherty, però, interessa far parlare del suo gruppo per meriti extra-musicali, e non certo per più o meno interessanti vicende giudiziario-sentimentali. "Siamo una rock band, né più né meno", ammette tranquillo il chitarrista e cantante a chi gli chiede conto della decisione di venire a suonare in Italia prima ancora di pubblicare il disco nel Regno Unito: "Ci serve suonare dal vivo, ci serve far 'respirare' le canzoni e proporle al pubblico nella forma che a noi sembra più congeniale: non c'è nulla di premeditato, dietro alle nostre scelte. Agiamo solo come una band molto coesa e compatta". Il gruppo, che oltre a Barat conta in formazione il batterista - già nei Libertines - Gary Powell (che raggiungerà i suoi compagni solo dopo mezz'ora di acquisti in un negozio di scarpe poco lontano), Anthony Rossomando e l'ex Cooper Temple Clause Didz Hammond, ha organizzato la serie di date extra-UK per promuovere il nuovo album, "Waterloo to anywhere", registrato tra Los Angeles e Glagow in compagnia dei produttori Dave Sardy, già alla corte di Jet e Oasis, e Tony Doogan (già dietro al mixer per Belle & Sebastian e Mogwai): "Già, siamo stati in studio tra Los Angeles e Glasgow...", ammette divertito il quartetto: "A Londra ci sarebbe stato impossibile registrare. E' la nostra città, e ci avrebbe offerto troppo distrazioni: al posto di stare in studio, saremmo finiti tutte le sere ad un concerto di qualche altro gruppo... A L.A. invece ci è stato possibile concentrarci sulle canzoni e sulla nostra musica. Glasgow, invece, è una città interessante, sotto ogni punto di vista. Amiamo lo spirito degli scozzesi...". Le canzoni, si diceva: in che modo interpreta Barat il proprio songwriting? "Non ho un metro di giudizio preciso per stabilire se un brano funzioni o meno... Non credo si possa essere obiettivi. La mia opinione è che una canzone sia valida se piace alla gente, se vuole dire qualcosa per chi la ascolta. E' questa la mia missione: scrivere canzoni dirette alla persone che le ascoltano...". Tra le band di punta di quello che la stampa (soprattutto in patria) ha già definito la nuova "brit invasion", come vivono i Dirty Pretty Things la "convivenza" (nelle chart e, soprattutto, nel cuore dei brit-maniaci) con - ad esempio - Arctic Monkeys e Hard-Fi? "Bene, nessun problema, la musica in UK non è mai andata così bene". E dei "concorrenti di domani", che da Myspace insidiano quotidianamente il dominio dei grandi grazie a sempre più convincenti prodotti da home studio? "Ci fa solo piacere, davvero: non credo che la motitudine di ragazzi che con Pro-Tools registrano canzoni con una chitarra acustica e un synth rischino di soffocare il mercato. Anche noi abbiamo fatto così: Internet è un mezzo straordinario, che ti permette di fare cose - musicalmente e non - che solo fino a 10 anni fa erano impensabili. Anzi, la gente sta - di giorno in giorno - diventando sempre più creativa: se non è positivo questo...".
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