Leonard Cohen avrebbe dovuto vincere il Nobel
Il 13 ottobre di 10 anni fa veniva assegnato il Nobel a Bob Dylan. Meno di un mese dopo moriva Leonard Cohen, il 7 novembre.
In quei giorni si provò a sminuire Dylan - e con lui tutta la “popular music” - in vari modi: si diceva che il suo talento si fosse esaurito da anni. Si diceva che non era abbastanza “letterario” per quel premio. La prima idea è stata smentita da “Rough and Rowdy Ways”, altro capolavoro uscito nel 2020. Sulla seconda un fondamento di verità c’era: il rock è diverso dalla letteratura, le canzoni non sono poesia. Hanno un altro modo di raccontare storie, le parole non sono separabili dalla musica e dall’interpretazione. Questo non vuol dire però che il rock, o il pop o altri generi che rientrano nella “popular music”, siano meno “cultura” di chi normalmente vince il Nobel - questa alla fine era la tesi di chi diceva che quel Nobel non andava assegnato. L’ennesima separazione tra “cultura alta” e “intrattenimento”.
Ecco, se c’è un altro artista che faceva saltare questa distinzione artificiosa e che avrebbe dovuto vincere il Nobel, è Leonard Cohen. Non so se prima o dopo Dylan. Cohen non ha fatto in tempo e anche se fosse vissuto più a lungo non ne avrebbe avuto la possibilità: in questi 10 anni nessun altro esponente musicale ci si è anche solo lontanamente avvicinato.
Dylan e Cohen hanno avuto storie e impatti diversi. Ma se prendiamo la dimensione “letteraria” delle canzoni, quella di Cohen è importante quanto quella di Dylan, o quella di David Bowie, per citare un altro artista mancato in quel dannato 2016. Cohen e Bowie hanno prodotto capolavori fino all’ultimo: “Blackstar”, nel caso di Bowie. “You Want It Darker” per Cohen, che a 82 anni stava infilando un grande album dietro l’altro, dopo essere tornato sul palco con regolarità nell’ultima fase della carriera.
Qui il nostro speciale su Leonard Cohen
Cantante-scrittore
Cohen era nato come scrittore, prima ancora che come musicista. Aveva pubblicato raccolte di poesie e romanzi, ottenendo i primi riconoscimenti con “The Spice-Box of Earth” nel 1963, e passando poi alla narrativa con “The Favourite Game” e “Beautiful Losers”. Quando nel 1967 esce il suo primo album, “Songs of Leonard Cohen”, ha già 33 anni e una carriera letteraria alle spalle. E il disco contiene già classici come “Suzanne”.
Il suo modo di scrivere canzoni è narrativo, intimo, pieno di riferimenti letterari, religiosi e filosofici. Storie che si prendono il tempo che serve, sostenute da arrangiamenti minimali, spesso costruiti attorno a un arpeggio di chitarra e alla sua voce. Scelte musicali che in parte tradirà in una fase successiva, giocando con l’elettronica e con la produzione di Phil Spector.
Hallelujah
“We know you’re great, we don’t know if you’re good”, gli diranno nel 1984, rifiutandosi di pubblicare “Various Positions” in America, proprio per quelle scelte musicali. È il disco di “Hallelujah”, la sua canzone più conosciuta, ma anche quella dalla storia più complicata e inizialmente ignorata. Al di là delle mille cover - per cui ci vorrebbe una moratoria - è una di quelle canzoni che da sole varrebbero un Nobel, come “Like a Rolling Stone”: una canzone in cui diversi piani - quello religioso e quello carnale - si sovrappongono, con una scrittura unica. Quel continuo intreccio tra sacro e profano, spiritualità e sensualità, che è una delle caratteristiche fondamentali della scrittura di Cohen.
Si dice che Cohen avesse scritto decine di strofe di quel brano. Fu Dylan uno dei primi a riprenderla, in versione elettrica. Cohen raccontò che il collega gli chiese quanto tempo avesse impiegato a scriverla. Rispose un paio d'anni, mentendo perché ce ne aveva messi molti di più. Cohen chiese a Dylan quanto avesse impiegato a scrivere “I and I”: 15 minuti, fu la risposta.
L’ultima fase della carriera
Se guardiamo l'ultima parte della carriera di Cohen, ci rendiamo conto della sua grandezza. A partire dal 2008 torna sul palco per una serie di tour che proseguiranno fino al 2013, riportandolo al centro della scena musicale. Concerti lunghi, intensi, con arrangiamenti che danno nuova vita alle sue canzoni. La sua voce è sempre più profonda, scura, ruvida, e diventa uno strumento narrativo ancora più potente.
Parallelamente arriva una nuova stagione discografica: “Old Ideas” nel 2012, “Popular Problems” nel 2014 e infine “You Want It Darker” nel 2016. Tre grandi dischi in quattro anni, dopo una carriera in cui Cohen aveva pubblicato musica con molta meno frequenza. Sono lavori in cui tornano i suoi temi di sempre: l'amore, la spiritualità, il rapporto con Dio, il desiderio, la morte. Ma raccontati dalla prospettiva di un uomo che ha ormai superato gli ottant'anni.
“You Want It Darker” è il suo ultimo capolavoro. Poche settimane dopo l'uscita del disco, Cohen se ne andava. Come Bowie, aveva trasformato il suo ultimo lavoro in una riflessione sulla fine, senza rinunciare a fare grande musica.
Il Nobel non avrebbe cambiato il valore delle sue canzoni, naturalmente. Ma avrebbe riconosciuto qualcosa che Cohen aveva dimostrato lungo tutta la sua carriera: che la canzone popolare può essere una forma d'arte complessa quanto la letteratura.