Cinejukebox, il juke box con le immagini
I primi dispositivi a trasmettere brevi filmati a colori contenenti le nuove produzioni musicali sono nati in Italia alla fine degli anni Cinquanta, frutto di un singolare matrimonio tra discografia e industria militare.
I tecnici li chiamavano “fonografi visivi”, il marketing li battezzò Cinebox e più tardi Cinejukebox, apparecchi che funzionavano a monete dotati di uno schermo che consentiva oltre all’ascolto del disco di vedere l’interprete della canzone.
Il Cinebox fu ideato dalla OMI, Ottico Meccanica Italiana, azienda nella capitale con più di mille dipendenti, leader mondiale nella aerofotogrammetria: la OMI fabbricava attrezzature per l’Aeronautica militare, le cosiddette fotomitragliatrici per controllare gli effetti del tiro nelle azioni di guerra e le strumentazioni planimetriche e prospettiche da utilizzare nella ricognizione aerea, in sostanza gli apparecchi predecessori dei satelliti spia.
Negli anni 1939 e 1940 la OMI aveva prodotto per l’Aeronautica e l’Esercito italiani persino una macchina simile a Enigma, il leggendario dispositivo germanico per cifrare e decifrare i messaggi.
La OMI era stata fondata nel 1924 da Umberto Nistri che ancora nel dopoguerra la dirigeva affiancato dai figli Raffaello e Paolo Emilio. Fu quest’ultimo a seguire la produzione del Cinebox, pur mantenendo un ruolo preminente nei rapporti con i clienti militari, soprattutto quelli americani. L’Ottico Meccanica Italiana era fornitrice abituale del governo degli Stati Uniti tanto da legittimare la costituzione di una nuova società, l’OMI Corporation of America, presieduta da Paolo Emilio Nistri con sedi a New York e ad Alexandria in Virginia tra la base Andrews Air Force e il quartier generale della CIA, due aree off-limits in cui Nistri ebbe più volte occasione di accedere per ragioni di lavoro. «Possiamo dire che il Cinebox era figlio, o meglio nipote, di attività molto più serie rispetto alla musica» raccontò Paolo Emilio Nistri in una mia intervista per il programma “Segreti Pop – la musica armata” (Rai1, 2014). Quegli apparecchi erano stati usati dall’intelligence italiana durante la guerra come visori automatici delle pellicole realizzate con l’aerofotogrammetria contenenti immagini di obiettivi sensibili.
La presentazione del Cinebox, definito nel giornale aziendale dell’OMI “la bomba cinemusicale del secolo”, avvenne sabato 11 aprile 1959 presso il Circolo della stampa romana a Palazzo Marignoli, tenuto a battesimo dal ministro di Turismo sport e spettacolo Umberto Tupini, dal sottosegretario Domenico Larussa e dalla cantante Nilla Pizzi; cerimonia ripetuta meno di un mese dopo alla Fiera di Milano, con Vittorio De Sica in veste di testimonial.
L’idea della riconversione industriale dei visori utilizzati in guerra dai servizi segreti presumibilmente non fu solo italiana. La francese CAMECA, esattamente undici mesi dopo il debutto del Cinebox, lanciò un apparecchio analogo chiamato Scopitone. La CAMECA aveva la stessa ragione sociale dell’OMI: fabbricazione di strumenti di precisione per la navigazione aerea e l’aerofotogrammetria. Lo Scopitone nasceva da un progetto firmato dal suo direttore generale Frédéric Mathieu che si avvaleva anche di un brevetto depositato dall’inventore piemontese Teresio Dessilani, già disegnatore tecnico di idrovolanti alle dipendenze dell’azienda aeronautica lombarda SIAI Marchetti, la stessa che aveva costruito il trimotore S.M.79 Sparviero, il più famoso bombardiere italiano della Seconda guerra mondiale.
Per la commercializzazione dei Cinebox la OMI creò la Società Internazionale di Fonovisione amministrata dall’imprenditore milanese Angelo Bottani che affidò la costruzione degli apparecchi alla società bresciana Mival partecipata e controllata dalla fabbrica d’armi Beretta.
Cinque anni dopo nel business entrarono gli americani. Così dal 28 al 30 ottobre del 1966 al MOA (Music Operators of America), la Fiera di Chicago, con lo slogan “Nulla di meglio e di così completo nei prossimi 20 anni!” venne presentato al mondo il Cinejukebox un dispositivo il cui impiego speculativo avrebbe superato ampiamente la soglia dei 20 anni promessa negli annunci pubblicitari, rivelandosi sostanzialmente il precursore del videoclip e di Youtube. Manager produttivi della nuova macchina erano Angelo Bottani con Giuseppe Lauro, amministratore delegato della Innocenti. Il Cinejukebox, capolavoro del design italiano, era costruito dalla Innocenti sulla linea di produzione lasciata libera dalla Lambretta il cui brevetto era stato venduto all’India: conteneva 40 filmati a colori e 200 canzoni selezionabili come nel jukebox. Lo schermo era sempre luminoso: in alternativa ai filmati comparivano le prime proiezioni di disegni astratti “color dance” in armonia con le musiche. Apparecchio a forma d’uovo e blocco video nascevano a Milano, l’assemblaggio con la struttura audio fornita dalla americana Rowe-Ami avveniva a Philadelphia negli stabilimenti della società per azioni David Rosen specializzata nella distribuzione di macchine a gettone (videogiochi e jukebox) nei casinò della California.
Ai filmati destinati al modello precedente che riproducevano i brani della hit parade italiana nelle esecuzioni dei nostri più popolari artisti – da Mina a Gianni Morandi ma anche di popstar internazionali come Paul Anka, Neil Sedaka e Bobby Rydell alle prese con la lingua italiana – per il Cinejukebox vennero aggiunti filmati di gruppi inglesi beniamini dei giovani come Beatles e Procol Harum e statunitensi come Monkees e Young Rascals ma la proposta non si rivelò in grado di conquistare il mercato americano a cui il Cinejukebox era prevalentemente diretto. Il piano industriale affidato all’ingegner Sandro Colombo – che due anni dopo passò alle dipendenze della Ferrari di Maranello – prevedeva la produzione di 5000 pezzi in un anno. L’Innocenti interruppe la produzione a quota 100 esemplari dopo che il socio americano Rosen avvertì che il prodotto, soprattutto a causa della scarsa produzione di filmati, non suscitava l’interesse sperato. I 100 esemplari fabbricati dalla Innocenti fecero ritorno al deposito della Pennsylvania dove restarono inutilizzati fino all’autunno del 1983 quando un incendio nella North Broad Street di Philadelphia li ridusse in cenere come ogni altra cosa degli stabilimenti David Rosen.
Ad oggi in tutto il mondo si contano 25 esemplari superstiti di Cinebox e un solo Cinejukebox: quest’ultimo apparecchio sopravvissuto fu acquistato negli anni Ottanta dall’antiquario aretino Fausto Casi ed è custodito nel Museo dei Mezzi di Comunicazione di Arezzo.
Foto: archivio Bovi