Il gioco di specchi digitali di Oneohtrix Point Never

Dall’elettronica a The Weeknd e al Super Bowl e ritorno: lo show di Daniel Lopatin a Inner Spaces
Il gioco di specchi digitali di Oneohtrix Point Never
Credits: Gianni Sibilla

Cosa ci fa il direttore musicale di un halftime show del Super Bowl e produttore di una delle più grandi popstar del mondo in un piccolo auditorium milanese?
Lui è Daniel Lopatin, in arte Oneohtrix Point Never, e il posto è Inner Spaces, la rassegna di musica elettronica al San Fedele, poche centinaia di posti e uno dei migliori impianti audio d'Italia. Una situazione che attira tanto il primo discografico dei Depeche Mode, Nicolas Jaar, eccellenze italiane come Marta Salogni e Donato Dozzy, o nomi di avanguardia noti solo agli appassionati di genere. “Che posto che avete”, dice Lopatin. “Suonare qua sembra quasi di incidere un disco sul palco”.

Miracoli che possono succedere in una rassegna di musica elettronica che ha rilevanza internazionale, e che ha alla direzione artistica un prete che ascolta musica elettronica, Padre Antonio Pileggi. OPN, come viene abbreviato, doveva venire qua già anni fa, quando era già uno dei nomi di riferimento dell’avanguardia elettronica americana. Poi, racconta in apertura il co-curatore Gaetano Scippa, mentre era in viaggio si ruppe un piede: un vicino di treno gli fece cadere una valigia addosso. Ci ha provato per anni a tornare: ma nel frattempo è appunto diventato co-autore e co-produttore di The Weeknd, ha curato la direzione musicale del suo Half Time Show. E ha pure una carriera da autore di colonne sonore: l’ultima è quella di “Marty Supreme”. Finalmente, eccolo, con lo spettacolo legato a "Tranquilizer", il suo ultimo album in cui ha fuso suoni che arrivano da librerie sonore degli anni ’90, nastri in loop e processi digitali.

Da OPN a The Weeknd e ritorno

È riduttivo ridurre Daniel Lopatin al suo lavoro con The Weeknd o alle colonne sonore. OPN è da sempre il suo progetto principale, una decina di album di cui molti pubblicati per la Warp, che nel genere è un’istituzione. Si allontana dalle forme musicali più comuni, fondendo elettronica e musica suonata in modo più tradizionale, sfumando il confine tra digitale e analogico. Sul palco del San Fedele si presenta con vari macchinari sul tavolo, come è consuetudine nelle performance di “live elettronics”, uno schermo alle spalle e un altro, quadrato, più piccolo appeso su un montante come un quadro digitale. Dietro si nasconde Freeka Tet, artista visivo, che crea in diretta le immagini che accompagnano la performance, unendo visual e riprese di un microambiente fisico che ha sul tavolo, una piccola stanza su schermi dove compaiono altre immagini: il tutto viene proiettato alle spalle di OPN.
Il risultato è un gioco di specchi digitali, con OPN che “suona” e rielabora pezzi del suo repertorio, mentre le immagini che portano in un mondo fatto di glitch, ambienti pixelati, stanze che sembrano uscite da videogiochi di decenni fa, schermi che si sovrappongono. La rappresentazione visiva perfetta della musica di OPN, fatta di ritmi spezzati, frammenti di melodie, assalti sonori e momenti di quiete. Al centro della scaletta c’è “Tranquilizer” e pezzi come “Rhodl glide” con il suo inizio da ballata e cambio elettronico improvviso rappresentano perfettamente il mood della serata, che si chiude con “Chrome country”, da “R Plus Seven”, album del 2013: “Alla fine rallentiamo un po’”, dice Lopatin.

Un'esperienza immersiva totale

Il concerto, organizzato da Inner Spaces con Kadmonia e Slam Jam, era andato esaurito in poche ore all’annuncio. All’uscita c’è la sensazione di avere assistito a qualcosa di unico: OPN era già passato in Italia, con un concerto all’aperto, ma in un contesto del genere la sua idea artistica musicale e multimediale viene valorizzata ed espansa, dando vita ad un’esperienza di ascolto totale ed immersiva, una fusione di generi e stili. “Forse la migliore cosa mai vista a Inner Spaces”, mi dice un amico che frequenta la rassegna da anni - ed è molto considerando il livello delle cose che si sono viste da queste parti. Una delle performance musicali più intense viste a Milano quest’anno, aggiungo io: la dimostrazione “live” della caratura di una delle più importanti figure musicali degli ultimi anni, in un luogo a suo modo “sacro”.

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