I 10 dischi più belli dell’indie pop

Il 2026 sarà un anno all'insegna delle celebrazioni, per la scena: ma cosa rimane? Questi dischi.
I 10 dischi più belli dell’indie pop
Credits: Marta Coratella / Concessione in uso a Rockol

Le celebrazioni sono partite con il decennale, appena festeggiato, di “Mainstream” di Calcutta: il disco che spalancò le porte del mainstream a quella scena cantautorale per brevità - e comodità - chiamata indie pop, “indie” perché dietro non aveva la spinta delle multinazionali e “pop” perché tutti i suoi protagonisti ambivano ambizioni di successo e diffusione, usciva il 30 novembre del 2015, inaugurando una nuova stagione della musica italiana. Che avrebbe toccato il suo apice nel 2016, l’anno dell’uscita di alcuni dei dischi più significativi del movimento: “Aurora” dei Cani di Niccolò Contessa, considerato il capofila della scena già dai tempi dei “Pariolini di 18 anni”, “Wes Anderson” e “Il sorprendente album d’esordio dei Cani” (2011), “Completamente sold out” dei Thegiornalisti, “L’ultima festa” di Cosmo e “La fine dei vent’anni” di Motta tracciarono, in modi diversi, le linee guida di una scena che avrebbe acceso una nuova luce sulla musica italiana. Nulla sarebbe stato più lo stesso. La stagione, gloriosa, si sarebbe consumata (troppo) velocemente: con la conquista delle classifiche e dei (redditizi) contratti con le multinazionali della discografia e dei live, la scena avrebbe perso presto parte del suo smalto, disgregandosi. Da tempo l’indie pop è oggetto di nostalgia e con il 2026 alle porte si prevede una serie di celebrazioni per ricordare l’impatto di quella scena e dei suoi protagonisti sulla musica italiana degli ultimi anni. Abbiamo deciso di portarci avanti con le celebrazioni: quella che trovate qui sotto è la nostra top ten dei dischi più belli prodotti da quel movimento.

#10. “Faccio un casino” di Coez:

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A strappare l’ex Circolo Vizioso e Brokenspeakers dal rap ci aveva pensato, con successo, già Riccardo Sinigallia, producendo nel 2013 quel “Non erano fiori” che sarebbe stato riscoperto solo successivamente. A completare la missione è Niccolò Contessa: c’è il suo zampino dietro parte di “Faccio un casino”, il disco che nella primavera del 2017 fa di Coez un fenomeno. Coez punta su un linguaggio semplice e diretto, sul romanticismo delle piccole cose quotidiane: le selle delle moto, le confezioni dello yogurt, le scritte sull’asfalto, le luci della città. I guizzi di Contessa - che produce le hit dell’album, dalla stessa “Faccio un casino”, scartata da Carlo Conti da Sanremo 2017, a “La musica non c’è” - fanno il resto. L’album arriverà a conquistare 5 Dischi di platino per l’equivalente di 250 mila copie vendute: è il best seller della scena.

#9. “Nel caos di stanze stupefacenti” di Levante:


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La siciliana Claudia Lagona aveva esordio nel 2014 con “Manuale distruzione”, il disco di “Alfonso”. Poi nel 2015 era arrivato “Abbi cura di me”. La consacrazione la conquista però con questo “Nel caos di stanze stupefacenti”, nel 2017, trovando il giusto bilanciamento tra approccio cantautorale e ambizione pop: al posto di Alberto Bianco, che aveva prodotto i due precedenti lavori, ora in cabina di produzione c’è Antonio Filippelli, che porta nuove sonorità, un suono compresso ma che arriva dritto alla pancia, a sostegno delle melodie dei brani, cantabili e appiccicose, dietro le quali si nascondono temi da cantautrice impegnata. A partire dalla violenza di genere (“Gesù Cristo sono io”).

#8. “I mortali” di Colapesce e Dimartino:

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Dalla Sicilia arrivano anche Colapesce e Dimartino. Il grande pubblico scoprirà Lorenzo Urciullo e Antonio Di Martino solo nel 2021, un anno dopo l’uscita de “I mortali”, quando i due si presentano in gara al Festival di Sanremo con “Musica leggerissima”, vero tormentone di quell’edizione della kermesse e degli ultimi Festival più in generale. Ma quando nel 2020 i due cantautori uniscono le loro forze per questo album congiunto hanno già alle spalle anni e anni di gavetta e pubblicazioni. Colapesce aveva esordito nel 2012 con “Un meraviglioso declino”, seguito nel 2015 da “Egomostro” e nel 2017 da “Infedele”. Dimartino, invece, aveva pubblicato il suo primo album, “Cara maestra abbiamo perso”, già nel 2010, seguito nel 2012 da “Sarebbe bello non lasciarsi mai, ma abbandonarsi ogni tanto è utile”, nel 2015 da “Un paese ci vuole” e nel 2019 da “Afrodite” (in mezzo anche un album con un altro collega, Fabrizio Cammarata, “Un mondo raro”). Con “I mortali” si inseriscono anche loro nel movimento “indie pop”, portando la loro visione del cantautorato e la loro esperienza con canzoni come “Rosa e Olindo”, “Adolescenza nera” e “Noia mortale”.

#7. “Die” di Iosonouncane:

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È la primavera del 2015 quando comincia a circolare sui social, grazie al passaparola, una canzone irresistibile, che ricorda il meglio della collaborazione tra Lucio Battisti e Mogol. Si intitola “Stormi” e a cantarla è tale Iosonouncane, che è il nome d’arte di Jacopo Incani, sconosciutissimo cantautore sardo - di Iglesias - che a cinque anni dall’esordio con “La Macarena su Roma” si fa conoscere e apprezzare con “Die”. Il mito di Battisti più sprimentale, quello di “Anima latina” e dintorni, per intenderci, pervade le sei tracce dell’album, lungo poco meno di 40 minuti, che è un concept album sui pensieri di due amanti, un uomo e una donna. L'uomo si trova in mezzo al mare e ha paura di morire. La donna guarda dalla terraferma gli ultimi scoppi di burrasca al largo, con il timore di non rivedere mai più l’uomo. Metterà d’accordo i puristi della scena, quelli per i quali il vero indie è quello della scena alternativa degli Anni ’90, e gli appassionati della nuova canzone italiana.

#6. “A casa tutto bene” di Brunori Sas:

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Anche il calabrese Dario Brunori, proprio come Colapesce e Dimartino, quando viene associato al movimento “indie pop” ha alle spalle già diversi anni di carriera. “A casa tutto bene” arriva a otto anni dall’esordio con “Vol. 1” e a due da quella “Kurt Cobain” che aveva cominciato a far uscire il suo nome dall’underground. Il salto arriva con “La verità”, che fa finire Brunori Sas anche in radio. Mentre gli altri cantano il disimpegno, lui sembra un reduce dell’epopea del cantautorato italiano: pezzi come “Canzone contro la paura” e “L’uomo nero” mostrano un fascino senza tempo.

#5. “Multisala” di Franco126:

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Dopo l’esordio congiunto con Carl Brave con “Polaroid”, diventato un disco generazionale per la capacità dei due cantautori e rapper trasteverini di mettere in musica la quotidianità dei ragazzi della loro città, Roma, Franco126 nel 2019 si era messo in proprio con “Stanza singola”. Ma è solo due anni più tardi, nel 2021, con questo “Multisala”, che Federico Bertollini si consacra come una delle penne più preziose e talentuose della scena. Lo fa mettendo insieme un approccio più contemporaneo e pop e l’eredità dei grandi cantautori italiani, da Franco Califano a Claudio Baglioni, passando per Lucio Dalla e artisti di culto come Pino D’Angiò. “Maledetto tempo” vale da sola il prezzo del biglietto.

#4. “Il sorprendente album d’esordio de I Cani” de I Cani:

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Il nome de I Cani, tra mistero hype, aveva cominciato a circolare sui social nel 2010, quando su SoundCloud Niccolò Contessa aveva caricato “I pariolini di diciott’anni” e “Wes Anderson”: «I Cani… le loro canzoni sono tra i migliori racconti sul nostro paese. Antropologia elettronica…», avrebbe scritto Roberto Saviano sui suoi canali ufficiali, concedendo al progetto di Contessa un endorsement enorme. L’esordio arriva un anno dopo l’uscita di quei brani, con “Il sorprendente album d’esordio de I Cani”. A riascoltarlo oggi, a distanza di quattordici anni, il disco suona come un meraviglioso ritratto della mondanità radical chic romana nei locali del Pigneto, tra gli epicentri del circuito, inciso dal suo più grande cantore e allo stesso tempo più grande critico.

#3. “Completamente sold out” dei Thegiornalisti:

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«Lui chi è? È un altro uomo che è impazzito per te? Ma non penso possa dirti tutto quello che ti dico io»: è il settembre del 2016 quando le radio cominciano a spingere “Completamente” degli ancora semisconosciuti Thegiornalisti. Poche settimane dopo arriva il disco che consacra il trio di Tommaso Paradiso, Marco Antonio Musella e Marco Primavera come un fenomeno, grazie a quegli inni (synth) pop che Manuel Agnelli definirà «il peggior Venditti». Paradiso gli risponderà per le rime: «Il peggio del peggio di Venditti è comunque meglio del miglior Agnelli». Facendo incontrare in modo improbabile le sonorità degli M83 e dei MGMT con l’estetica del cantautorato italiano Anni ’80 con hit come la stessa “Completamente” e “Sold out” i Thegiornalisti, che avevano esordito nel 2011 con “Vol. 1”, grazie a una svolta più pop arriveranno a conquistare prima i palasport e poi, nel 2019, il Circo Massimo.

#2. “Mainstream” di Calcutta:

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È il disco la cui uscita segna l’inizio del periodo d’oro del movimento. Nell’autunno del 2015 Calcutta, con i suoi manifesti generazionali caratterizzati da una scrittura dirompente e folgorante, passò dall’essere un perfetto sconosciuto a essere investito quasi suo malgrado del ruolo di salvatore della canzone italiana, impanatanata in cieli senza nuvole, tappeti di fragole, finestre tra le stelle e altri luoghi comuni. Calcutta arrivò nel posto giusto al momento giusto. Quando sui social e sulle piattaforme di streaming cominciò a montare “Cosa mi manchi a fare”, singolone tratto da “Mainstream”, molti riconobbero immediatamente in quella canzone una forza comunicativa inedita. Il passaparola fece il resto. La sua ascesa segnò l’inizio di qualcosa che avrebbe cambiato le regole del gioco. 

#1. “La fine dei vent’anni” di Motta

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Il disco d’esordio di Francesco Motta da solista dopo l’esperienza dei Criminal Jokers, band tra le più iconiche della new wave toscana degli Anni Duemiladieci, suona come il vero anello di congiunzione tra il circuito del cantautorato alternativo degli Anni Zero e il nuovo movimento. Dietro c’è sempre lui, Riccardo Sinigallia: l’ex Tiromancino, eminenza grigia della scuola romana degli Anni ’90, prende il cantautore toscano sotto la sua ala protettiva dopo che questi si era trasferito a Roma per studiare composizione di musiche per film al Centro Sperimentale di Cinematografia. L’album è un album di formazione che racconta “la fine dei vent’anni” del suo autore. Dall’incontro con Sinigallia esce fuori un album caratterizzato da una grandissima qualità musicale (melodie tutte azzeccate, arrangiamenti magnifici, suoni viscerali) e da testi che rivelano uno spessore fuori dal comune (“Del tempo che passa la felicità”, “Mio padre era un comunista”). Ai concerti del tour riuscirà a far convivere sotto i palchi i ventenni che seguono il nuovo filone con i nostalgici del rock alternativo italiano. L’album si aggiudicherà la Targa Tenco come “Miglior Opera Prima”, tra i massimi riconoscimenti del cantautorato italiano. Motta farà il bis nel 2018 con “Vivere o morire”, stavolta vincendo il premio come “Miglior disco in assoluto”.

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