Only in San Siro: la seconda epica serata di Springsteen a Milano
“See me in your dreams”, si legge sugli spalti di San Siro: una gigantesca coreografia prende il secondo e terzno anello, e una parte del primo. È il saluto dello stadio al Boss, al suo 9° concerto in 40 anni in questo luogo: potrebbe essere l’ultimo qua perché, si sa, la sorte del Meazza è incerta, Inter e Milan vogliono uno stadio più moderno e da anni trattano con il Comune.
Springsteen esce sul palco, ammira la scritta: “Only in San Siro”, dice, di fronte allo spettacolo organizzato dai ragazzi di Our love is real. Poi attacca “My Love Will Not Let You Down”, con tutta la forza della E Street Band. E no che non delude i suoi fan.
Le seconde serate nello stesso luogo - i fan lo sanno - sono sempre diverse, quando non epiche. E questa lo è stata - a maggior ragione perché era anche quella che chiudeva il tour.
Cambi in scaletta (e non solo)
Scaletta cambiata all’inizio: via “No Surrender” e “Lonesome Day”, dentro un 1-2 da brividi, “Prove It All Night” e “Darkness on the Edge of Town”. Abbiamo rivisto il vecchio Bruce, quello che cambia tutto all’ultimo, perché nella scaletta originale c’erano “Darlington County” e “Working on the Highway”.
Il resto del concerto ha preso poi la struttura consolidata del “Land of Hope and Dreams Tour”, con la sequenza più narrativa e politica subito dopo l’apertura, le canzoni con i sottotitoli alternate con i classici da stadio. Poche altre variazioni: la presenza di “My Hometown” al posto di “I’m on Fire” e "Atlantic city". La differenza è stata che questa sera Springsteen è sembrato più in forma vocalmente e musicalmente e anche la band girava meglio. Qualche cedimento in “Youngstown” e “Because the Night”, ma come dicevamo già lunedì non è quello il punto. Il punto è l’emozione - e ne abbiamo vista a pacchi anche sul volto di Bruce, ripreso sul megaschermo - e lo scambio con il pubblico. San Siro è lo spettacolo nello spettacolo. Non è un caso che a vedere il concerto ci fosse gente da tutto il mondo e che a seguire il Boss ci fossero molti americani - anche parecchi esponenti dello show system: attori, cantanti, personaggi televisivi.
Tutti immaginavano che questa sarebbe stata una serata a suo modo da mettere agli annali. E lo è stata.
Only in San Siro
Forse bisogna aggiornare la famosa frase, che tante volte abbiamo scritto anche qua: c’è chi ama Bruce Springsteen, e chi non lo ha mai visto a San Siro. È difficile spiegare le emozioni di una “Thunder Road” cantata da tutto lo stadio, o di una “Born in the U.S.A.” che apre i bis con le luci che si accendono di botto, assieme alla batteria e alle tastiere, con una potenza che fa tremare tutto, anche se sono passati 40 anni dalla prima volta, e sul palco ci sono ora un rocker di 75 anni e una band di suoi coetanei. Che però porta ancora a scuola gran parte del mondo musicale odierno.
Spesso ti ritrovi a guardare tanto gli spalti di San Siro quanto il palco. E anche per chi lo ha visto la prima volta in questo stadio, posso confermare che non ci si abitua mai.
La chiusura di un cerchio
In chiusura di serata ci sono le emozioni di “10th Avenue Freeze-Out” con il ricordo di Clarence Clemons e Danny Federici; c’è la festa di “Twist and Shout” e c’è la chiusura narrativa con “Chimes of Freedom” di Dylan, che racconta la ricerca della libertà che è il cuore di questo tour. Poi arriva l’ultima sorpresa: Springsteen attacca “Rockin’ All Over the World” di John Fogerty. È la prima volta che la suona in questo tour. Ma è anche la stessa canzone con cui Springsteen aveva chiuso il primo concerto in questo stadio, nel 1985. È la chiusura di un cerchio: tutto torna.
Speriamo non sia l’ultima volta da queste parti, perché per Springsteen nessun posto è come San Siro. E San Siro con Springsteen diventa uno spazio diverso, quasi trascendente.
La rabbia, la dimensione politica che Springsteen ha scelto di dare a questi concerti del 2025 lo hanno reso più a fuoco, più motivato. Il paradosso spazio-temporale dei suoi concerti - che si realizza appieno in questo stadio - è che sei contemporaneamente immerso nel racconto della realtà - “rock ’n’ roll in dangerous times”, come dice - ma sei anche in una dimensione che ti porta fuori dal tempo e ti riporta a un idealismo e a un romanticismo musicale a cui è bello e utile lasciarsi andare per tre ore. Qualcosa che ti rimane addosso quando esci, pensando che davvero “love is real”, anche se tutto ciò che ci circonda sembra suggerire il contrario.
SETLIST
My Love Will Not Let You Down
Prove It All Night
Darkness on the Edge of Town
Land of Hope and Dreams
Death to My Hometown
Rainmaker
The Promised Land
Hungry Heart
My Hometown
The River
Youngstown
Murder Incorporated
Long Walk Home
House of a Thousand Guitars
My City of Ruins
Because the Night - Cover di Patti Smith Group
Wrecking Ball
The Rising
Badlands
Thunder Road
BIS #1
Born in the U.S.A.
Born to Run
Bobby Jean
Dancing in the Dark
Tenth Avenue Freeze-Out
Twist and Shout - Cover di The Top Notes
Chimes of Freedom - Cover di Bob Dylan
BIS #2
Rockin' All Over the World - Cover di John Fogerty
This Land Is Your Land (registrata) - di Woody Guthrie