"Pet sounds", il disco-simbolo dei Beach Boys

La recensione - con le canzoni da ascoltare - di Gabriele Marangoni
"Pet sounds", il disco-simbolo dei Beach Boys

La triste notizia della scomparsa di Brian Wilson ha riacceso l'attenzione sul disco-simbolo del suo autore, "Pet sounds", che abbiamo recensito qui. e che contiene la celebratissima "God only knows". Dall'ottimo libro di Gabriele Marangoni "Sinfonie tascabili", che abbiamo recensito qui e del quale abbiamo tratto qui degli estratti, vi proponiamo il capitolo dedicato a "Pet sounds", per gentile concessione dell'autore e dell'editore Arcana.

The Beach Boys, PET SOUNDS

(Capitol, 1966)

Nel 1965 i Beach Boys sono ancora considerati, per citare Riccardo Bertoncelli, “degli scaltri mestieranti pop, macchine da musica programmate per arrivare infallibilmente in classifica con la formula vincente di sole, spiaggia, tavole da surf e ragazze in bikini; e nessuno scommetterebbe un dollaro su di loro come profeti del nuovo mondo sonoro, maestri influenti come Dylan, i Beatles, gli Stones”. Eppure, la seconda metà del 1966 dei Beach Boys – il cui leader non si esibisce già più dal vivo – è particolarmente frenetica: inizia a maggio con la pubblicazione del rivoluzionario "Pet sounds", prosegue a luglio con l’arrivo nei negozi di "Best of the Beach Boys" e riprende a ottobre con l’uscita della clamorosa "Good Vibrations", la prima "pocket symphony" – così battezzata da Derek Taylor – universalmente riconosciuta, il riassunto della visione musicale del suo autore.

Brian Wilson, infatti, vorrebbe svincolarsi definitivamente dalle ormai superate sonorità surf rock che fanno bella mostra di sé nel sopraccitato "Best of the Beach Boys", ma questa ambizione crea degli attriti con il collega Mike Love, che non vede di buon occhio il progetto di un “discorso sonoro” – a sua volta ispirato da "Rubber soul" (1965) dei Beatles – alieno al tipico California sound del complesso e a cui sta lavorando alacremente Wilson, sempre secondo Bertoncelli “il primo musicista della sua generazione a considerare la sala d’incisione non un semplice luogo di raccolta dati, ma un momento cruciale del processo creativo”. Alla fine, la Capitol decide di dare comunque fiducia all’artista e investe 70.000 dollari – una somma spropositata per il periodo – nella realizzazione di un album accolto tiepidamente all’inizio ("Sloop John B" è l’unico singolo di successo tratto dall’opera), ma destinato a diventare un classico.

Già dall’introduttiva "Wouldn’t It Be Nice" si capisce che Wilson è intenzionato a sorprendere l’ascoltatore con arrangiamenti orchestrali densi e magniloquenti che rievocano il “Wall of Sound” di Phil Spector,

senza però rinunciare a momenti più pacati, bucolici e lisergici, come nel caso della successiva "You Still Believe in Me" o della più romantica "Don’t Talk".

"I’m Waiting for the Day" ha qualcosa della Motown e suona come la risposta di Wilson e soci a "In My Life" del quartetto di Liverpool,

mentre le strumentali "Let’s Go Away for Awhile" e "Pet Sounds" lasciano intuire certe mire sinfoniche e cinematografiche alla maniera degli Shadows.

"God Only Knows" è forse in assoluto la più bella canzone dei Beach Boys e tra le più rappresentative del rock degli anni Sessanta, ma rischia di oscurare per manifesta superiorità buona parte del comunque ottimo lato B del full-length,

che scorre piacevolmente fino alla conclusiva "Caroline, No", in realtà una canzone solista di Wilson (già pubblicata a marzo dello stesso anno) che rievoca lo stile di Glenn Miller e che spicca per le sonorità “rumorose” del finale,

la fonte da cui attingeranno John Lennon e Paul McCartney per la traccia finale dell’acclamato successore di "Revolver".

Un punto di non ritorno della musica giovane tutta.

Gabriele Marangoni

 

© 2024 Lit edizioni s.a.s. per gentile concessione

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