Francesca Michielin scrive per Rockol di "Jagged little pill"
Era il 13 giugno 1995, esattamente trent'anni fa, quando sugli scaffali dei negozi di dischi arrivò un album destinato a diventare uno dei più importanti del rock degli Anni '90: "Jagged little pill" di Alanis Morissette. Considerata, fino ad allora, come una promettente rockeuse canadese, di lì a poco la cantautrice si sarebbe consacrata, proprio grazie a quel disco, come una delle voci più influenti del rock della sua generazione. E pensare che tra il precedente "Now is the time" e "Jagged little pill" Morissette era pure rimasta senza casa discografica, dopo che l'etichetta che l'aveva lanciata quattro anni prima dell'uscita del disco del 1995, la MCA Records, non le aveva rinnovato il contratto. "Jagged little pill", le cui canzoni erano inni sull'autoaffermazione e l'indipendenza ma anche sulla vulnerabilità, vendette oltre 30 milioni di copie a livello mondiale e vinse quattro Grammy Awards, diventando un disco iconico: l'album portò in primo piano una voce femminile intensa, arrabbiata ma anche vulnerabile, in un periodo in cui il pop e il rock erano dominati da figure maschili o da immagini femminili più convenzionali. In occasione del trentennale dalla sua uscita abbiamo chiesto a una delle cantautrici italiane più vicine ai temi e alle atmosfere di "Jagged little pill" di raccontare ai lettori di Rockol l'importanza e l'impatto che quel disco ebbe sulla storia della musica: Francesca Michielin, nonostante i tanti impegni in agenda (dal nuovo singolo "Francesca" ai preparativi per lo show di domenica 15 giugno al Circo Massimo di Roma come special guest dei Duran Duran, fino a quelli per il concerto del 4 ottobre all'Arena di Verona), ha scritto il testo che trovate proprio qui sotto.
Trent’anni fa un disco grunge pop alternativo (o forse impossibile da inscatolare in una definizione musicale precisa) scalava le classifiche mondiali e ridefiniva un nuovo modo di essere cantautrici. Solo in Italia ha ispirato generazioni di musiciste e future tali, tra cui la sottoscritta! “Jagged little pill” ha la mia stessa età e l’ho ascoltato e vissuto gradualmente, nel suo immaginario liberatorio, dai capelli lunghissimi di Alanis Morissette che mi incantavano, ai suoi videoclip apparentemente semplici ma rivoluzionari, ovviamente passando per i suoni, soprattutto quelli del singolo d’esordio, "You oughta know", che vede protagonisti due musicisti per me di riferimento, gli stessi di un altro disco uscito in quell’anno, “One hot minute”: Dave Navarro alla chitarra ma soprattutto Flea dei Red Hot Chili Peppers al basso.
Quando nel 2018 ho aperto il concerto di Morissette alla Cavea dell’Auditorium Parco della Musica di Roma, mi sembrava di chiudere un cerchio magico. Ricordo quest’aurea attorno a lei, una rocker senza tempo, dirompente, autoironica, pronta a spaccare tutto, eppure sensibile, semplice, luminosa, dolce, attenta, con tutti i suoi figli accanto, che non ha mai mollato neanche per un secondo fino a poco prima di salire sul palco e fermare il tempo e lo spazio attorno creando qualcosa di indimenticabile.
Forse è proprio questa dicotomia che noi spesso creiamo per comodità, ma che non dovrebbe di fatto esistere, il punto: Alanis può essere tutto quello che vuole, ha sempre fatto tutto quello che voleva, con una verve istintiva e senza rinunciare mai a sé stessa. Una voce delicata e al contempo affilata. Sempre coerente in ogni sfaccettatura proponga.
A volte ho la sensazione che in Italia per molti sia impossibile immaginare una figura del genere, eppure da Carmen Consoli ad Elisa, passando per Levante, Maria Antonietta e molte altre della nuova scena, come ad esempio Galea, riconosco quella fascinazione e quel desiderio di essere rocker gentili, mai incasellabili e mai troppo accomodanti.
Anche “Grace” di Jeff Buckley è di quel periodo, precisamente di un anno prima, e ci sento una similitudine forte, quasi mistica, che lega questi due dischi, figli delle influenze grunge dell’epoca, ma anche, se posso permettermi, di un ideale di pop ispirato più al raccontarsi in musica con liriche immediate e rivoluzionare, progressive ma senza epica, efficaci e liberatorie, “frastagliate” come suggerisce il titolo, “jagged”, appunto, e un po’ naïf.
“Jagged little pill” è un album immortale proprio perché non ci sono limiti al suo interno, la sua autrice non se li è posti quando l’ha prodotto, ed è un disco femminista nella sua naturalezza e nella sua potenza comunicativa. Forse questi 30 anni di “pillole piccole e frastagliate”, ma infinite, dovrebbero ispirarci a tornare a fare musica perché abbiamo qualcosa di naturale e istintivo da dire, perché non potremmo fare altro che questo, con meno schemi e meno algoritmi in testa.