Egreen: “Un pericolo? Apprezzare gli interpreti e non i generi”
La parola più utilizzata da Egreen, nel raccontare il nuovo album “Fare rap non è obbligatorio”, che verrà presentato anche dal vivo con dei concerti ad hoc, è “curiosità”, quella che secondo il rapper classe 1984, dovrebbe “muovere tutto quello che facciamo”. Non è un caso. La curiosità, etimologicamente, ha a che fare con la cura e con la scoperta, che spesso vanno proprio di pari passo. Dopo un anno dedicato alla crescita della sua etichetta (qui un approfondimento), lavorando come label manager ai dischi di altri artisti, Egreen è tornato con un lavoro che rappresenta molto di più di un classico album solista. È un progetto che nasce da una necessità profonda: riscoprire il puro piacere del fare rap, liberandosi dal peso emotivo che ha contraddistinto le sue recenti pubblicazioni, tra cui "Nicolàs", "Bellissimo" e l’edizione celebrativa per i dieci anni di "Il cuore e la fame".
Consapevolezza
Un disco che è anche un urlo nel silenzio, un disco che prova a essere un’alternativa: dodici tracce e ben diciotto featuring, una scelta che conferma la volontà di creare un’opera corale che dia voce a una scena variegata e autentica. Il tutto uscendo per Payback Records, la sua etichetta. “Questo disco, in qualche modo, è la naturale evoluzione del lavoro svolto con tanti giovani artisti durante il 2024, artisti emergenti che si meritano di finire in un album non per una questione di ego, ma perché va scritto in caps lock che un’alternativa c’è, un’altra strada è possibile”, racconta Egreen. Ma costa fatica, perché creare una scena diversa da quella del mainstream richiede una sostenibilità economica che in questo periodo storico è una vera chimera. “Certamente costa fatica ed è necessaria curiosità, oltre che organizzazione, nessun lavoro ti viene insegnato, bisogna rimboccarsi le maniche – prosegue il rapper – in un circuito indipendente non basta tirare fuori della bella musica, serve strutturarsi, prendere coscienza di quello che si può e si deve fare, solo così si cambiano le cose. Non basta mettere su dei collettivi che fanno rap hardcore, bisogna capire come funziona la distribuzione, come funzionano i media, quando serve un ufficio stampa. Se un artista vuole rimanere indipendente, deve dedicare tantissime ore a questa dimensione”.
Il titolo
Il titolo dell’album non è casuale. "Fare rap non è obbligatorio" è da sempre un claim che accompagna Egreen. "Attraverso gli anni questa frase mi ha reso celebre, generato dibattito, attriti e schieramenti, ma soprattutto ha contraddistinto la rabbia e la frustrazione nei confronti di chi si è avvicinato al rap con superficialità, con una visione diversa dalla mia e spesso sulla scia dei vari ‘boom’ del genere degli ultimi 20 anni – ricorda Egreen – non nascondo certo che io ho dovuto lavorare tantissimo su di me per aprirmi, per smetterla di sbraitare contro chi si avvicinava a questo mondo, passando da una dimensione distruttiva a una più costruttiva. Quando nel 2022 uscì il mio disco ‘Nicolás’ credevo di aver scritto un testamento. Non era così: mi sono rimesso in gioco come artista e label manager. Oggi per me quella frase provocatoria, ‘Fare rap non è obbligatorio’, quasi si ribalta e diventa: ‘se hai qualche cosa da dire e ci credi, sì, diventa obbligatorio che tu lo faccia'”.
Non i soliti feat
Spesso ci si lamenta che nei dischi dei rapper più blasonati ci siano sempre gli stessi feat. Egreen, partendo dal basso, ribalta questa dinamica. “Sì, però in Italia manca una reale curiosità per il genere rap – sottolinea l’artista – in tanti chiedono nomi nuovi, ma poi? Se escono da determinati circuiti già delineati vengono accolti con entusiasmo perché il sistema li ha già sdoganati, ma se non è così non funzionano. Secondo me c’è un pericolo: quello che nel rap ci si stia affezionando più agli interpreti che al genere. Interessano più i personaggi della musica. Io non vedo una diffusa voglia di approfondire e scoprire novità”. Questo non vuol dire arrendersi. “No, certo, il disco è stato fatto per mostrare un’altra via, ma non ha delle pretese, quello che mi rincuora è che la gente e i media stanno capendo perché lo abbiamo fatto – conclude Egreen – io facendolo ho ritrovato il piacere di fare rap, mi sono sentito meno pesante. Nei miei dischi precedenti, in qualche modo ho fatto pace con alcuni aspetti della musica e con quello che sono. Ora era arrivato il momento della condivisione”.