Un giro dentro la testa di okgiorgio

Il “Fred Again italiano”, ma lui preferisce Caribou: l’intervista al produttore e dj del momento.
Un giro dentro la testa di okgiorgio

In questo periodo il nome di okgiorgio viene evocato, da artisti e addetti ai lavori, come quello di un genio della lampada. Caso vuole che Giorgio Pesenti, musicista, produttore e dj classe 1996, originario di Bergamo, le fattezze e l’atteggiamento da maghetto sognatore e strampalato le abbia per davvero. I suoi live elettronici nei club, spesso pienissimi, intrisi di balli scatenati e momenti emotivi, tra poghi e abbracci, sembrano i rituali di una tribù. Partito come componente della band Iside, ora calato soprattutto nei panni di compositore di musica elettronica e dj, anche se non si sente tale, okgiorgio è pure uno dei produttori su cui in Italia c’è più attenzione, il motivo è la sua capacità di lasciare un’impronta tangibile sui brani su cui mette le mani. Lanciato dai Pinguini Tattici Nucleari, con cui collabora in modo stretto, ha lavorato con Rose Villain, Tananai, Angelina Mango, Ditonellapiaga, Giuse The Lizia, Loredana Berté, Fulminacci e altri.

Questo è un periodo d’oro per te con live pienissimi in Italia e un tour europeo alle porte. Un grande salto. Inoltre venerdì 14 marzo uscirà su Apple Music il dj mix che hai registrato a Los Angeles. 
Sì, ma questo periodo non l’ho cercato preventivamente. Conta che io ho iniziato questo percorso solista per sfogo personale. E, quando sono partito, le frasi che sentivo di più erano: “In Italia la musica elettronica non funziona” oppure “tutto quello che non è pop fa fatica”. Sembrava che dovessi per forza essere quel tipo di cantante sanremese che segue quella strada o niente, “se no rimani confinato nella nicchia”.

Lo è davvero "una nicchia"?
Direi proprio di no. Ma non ne faccio una questione di numeri, ma di persone: ai miei live non vengono solo gli invasati della musica elettronica, anzi. Questo per me è un periodo di scoperta, è un periodo incasinato e magico alla rincorsa delle cose da fare.

Non credi che l’affermazione “la musica elettronica italiana non ha un pubblico” sia un’enorme bugia?
Totale. La figata della musica che non è strettamente legata a un testo è proprio che può volare all’estero. E l’Italia ha sempre detto la sua anche a livello internazionale: penso a Gigi D’Agostino, l’italo-disco, la techno italiana con un mare di artisti che valgono. Poi c'è Gabry Ponte, che è un personaggio più pop. E vogliamo parlare di Anyma? Può piacere o no, ma è italiano. Ma gli italiani non se ne accorgono. Il pop invece è più legato al territorio.

I tuoi live sono concepiti a 360°, ovvero vuoi la gente intorno a te. Sei alla consolle, ma a volte suoni anche la chitarra. Qual è l’equilibrio tra queste dimensioni?
Il 360° parte dall’idea che la dimensione di “palco” venga abbattuta. Io sono partito facendo dj set alle feste, per amici. Mi piace, nei miei concerti, riproporre quando possibile quell’atmosfera. Non è un principio assoluto: per l’estate stiamo pensando a qualche cosa che funzioni “sul” palco, ma ora come ora preferisco abbatterlo. Il discorso della chitarra si lega al fatto che io venga dalla musica suonata e se vuoi fare un live, per me, devi avere degli strumenti.

Quindi la chitarra è solo un inizio?
Sì, è un punto di partenza. Voglio, con il tempo, avere sempre più strumenti fino a quando la figura del dj non scomparirà. Anche perché io non mi sento un dj.

Per arrivare dove?
A un live in stile Caribou che ha i suoi amici e musicisti che suonano con lui sul palco. Vorrei lo stesso: una band sul palco che completa la mia figura. Nel mondo di Caribou c’è una dimensione di “collettivo” meravigliosa, che io per il momento seguo portando i miei amici in tour a lavorare, ma che poi vorrei far arrivare anche sul palco.

Un live che non ti ha soddisfatto?
In America non sono riuscito a creare la connessione che volevo con il pubblico. Non c’ero mai stato, devo lavorare per tornare lì e capire come creare il giusto rapporto. Anche in Italia ci sono magari città in cui il pubblico impiega più tempo per “sciogliersi”. Questa idea di “sfida” mi piace, mi gratifica se riesco in qualche modo a vincerla.

Le coordinate del tuo viaggio musicale quali sono?
Un botto, infatti sono confuso (ride, ndr). So che se dovessi avere l’occasione di fare qualche cosa di importante all’estero, senz’altro ci sarebbe un lato melodico. È vero: il mio suono è esterofilo, ma sono italiano, mi chiamo okgiorgio. Comunque a me piace produrre musica che ascolterei, che potrebbe finire in una mia playlist. Ora come ora ti direi musica alla Bon Iver e Sufjan Stevens a cui però voglio aggiungere il ballo. Voglio creare un ponte tra emozione e movimento.

Suonavi con gli Iside. Come sei arrivato alla consolle?
Durante la pandemia ho iniziato a fare musica per sfogo seguendo totalmente i miei gusti personali. Sono partito dalla chitarra classica: ho iniziato a campionarla, a distorcerla, a distruggere e rigenerare il suono. Poi un amico, a lockdown finito, mi chiamò e mi disse: “vieni a fare un dj set a Milano con le tue macchinette?” Ma io non lo avevo mai fatto. Andò bene, alcuni mi chiedevano i titoli dei brani che avevo suonato e si stupivano nello scoprire che erano pezzi realizzati da me. Sicuramente l’inserimento di alcune parole in italiano nei brani, con un sound esterofilo, ha giocato un ruolo importante, creando qualcosa di emotivo.

Alla Fred Again?
Lui è riuscito perfino a inserire audio whatsapp in alcuni pezzi e a renderli emotivi. È impossibile oggi, nel pop o nell’elettronica, non confrontarsi con quello che sta facendo. Molti mi paragonano a lui… i paragoni non mi fanno mai volare, provocano anche imbarazzo… ma è il migliore dei complimenti che mi si possa fare.  

Il tuo lato da producer come nasce?
Molto presto. Da ragazzino, a 17 anni. Mi piaceva l’idea di creare qualche cosa per gli altri, che fossero suoni o video, quando facevo il videomaker amatoriale. La persona che mi ha fatto fare il grande salto è stato Riccardo Zanotti, sono stati i Pinguini. Con Riccardo siamo amici da tanto. Tornato da Londra, c’eravamo visti e abbiamo iniziato un percorso che mi ha portato sempre più fortuna, fino a oggi. Io godo quando mi chiedono: “ma te come passi dal produrre la Berté al fare musica elettronica”?

Come rispondi?
Che mi piace la musica, tutta. Non è una questione di genere, ma di come lo si fa.

Come scegli gli artisti con cui collaborare?
Non lo so, non c’è un filtro. Ma non è certo una questione di numeri. Di quelli proprio non me ne frega un cazzo. Senz’altro ad aiutare ci sono gli incroci temporali, se con un artista c’è feeling, mi piace quello che ho sentito, e poi arriva il momento in cui siamo liberi entrambi, collaboriamo. Con Rose Villain, per esempio, il rapporto è partito da un suo messaggio in cui mi diceva che le piacevano i miei pezzi, che ci volava, non è partita dicendo “collaboriamo”. Ho pensato: figata.

Il metodo di lavoro?
Mi piacciono i cantautori. Le sessioni con tanti autori non mi convincono. Quest’ultimo Sanremo, visti i risultati, ha sancito che scrivere le canzoni da soli dà qualche cosa in più. Io credo che quando si realizza una canzone ci debba essere un motivo per scriverla. Trovarsi in più persone in una stanza per farlo può essere una figata, io lavoro con tanti autori e li stimo, ma può anche esserci il non detto, come mi è capitato, del “siamo in cinque qui, dobbiamo per forza quagliare una hit”. Il perché è chiaro: quello è un lavoro, bisogna mangiare. Io seguo più un approccio da “musica libera”.

Cosa intendi quando parli di “un motivo” per fare una canzone?
Io credo nella connessione profonda, nei motivi per scrivere un brano, nei motivi per cui la gente dovrebbe ascoltarlo. Io parto da lì. Questo non vuol dire che si debba sempre “innovare”, anche perché sarebbe impossibile. Basta dire una cosa detta bene e con sincerità. Se qualcuno che ascolta ci si aggrappa, quello basta e avanza.

Siamo in un momento di stanca nel campo delle produzioni?
Sì. La trap ha fatto il suo corso, la nostalgia nel pop anche. Io spero davvero che nel rap o nel pop arrivi qualcuno che cambi i linguaggi e la musica, che disfi tutto, anche a costo di non essere capito da un over 40. Un punk. Penso per esempio a uno come thasup che poi ha ispirato un botto di artisti tra cui Blanco. Serve uno così, di rottura, che cambi le regole del gioco e dia una bella spazzata.

Ballare tutti insieme ha un valore sociale?
Assolutamente. Mi interessano i valori e i messaggi, per questo durante i miei live c’è spazio anche per delle parole. Vorrei che il valore dell’unione che si sente a un concerto tra le persone si manifestasse anche fuori. Sogno che il gesto di aiutare una persona che cade in un pogo si possa riflettere sempre di più anche nella vita di tutti i giorni. 

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