"Köln 75": il leggendario album di Keith Jarrett diventa un film
"Köln 75" dimostra che si può raccontare la più convenzionale delle storie musicali - quella dedicata alla nascita di un capolavoro, in questo caso il leggendario "Köln Concert" di Keith Jarrett - scompigliando tutte le aspettative con un approccio seducente e un ritmo serratissimo. Basta scegliersi un punto di vista differente e non fare lezioni al proprio pubblico, ma entusiasmarlo.
Per questo motivo film di di Ido Fluk presentato alla Berlinale numero 75 non si apre in Germania, ma nello stato vaticano, ricordando come Michelangelo dipinse per anni disteso su quelle impalcature in legno la volta della Sistina. Impalcature che a opera completata sparirono, ma che furono parte del sistema che gli permise di completare il suo più grande capolavoro. Settecento miglia e seicento anni dopo, per realizzare la registrazione di un concerto che si trasformò in uno degli album jazz più amati di sempre, il ruolo dell’impalcatura invisibile a risultato concluso rimane cruciale.
“Köln 75” racconta l’impalcatura umana più improbabile possibile dietro un disco di questa levatura: una ragazza nemmeno ventenne, ribelle, scapestrata, la cui miglior qualità è che nessuno, assolutamente nessuno riesce a dirle no, che riuscirà a rendere possibile un concerto che fino a pochi minuti prima stava per essere annullato.
La storia vera raccontata dal film con un piglio energetico e un entusiasmo irresistibile è incredibile, nel senso letterale della parola, perché arriva da un mondo musicale che oggi pare alieno, imponderabile. Quello in cui la giovanissima Vera Brandes si sente chiedere da un musicista jazz in tournée in città se vuole organizzargli un tour in Europa. Lui le ha appena visto scavalcare una coda infinita di gente per portargli un cono gelato, perché di fatto si è appena esibito in una gelateria, nonostante sia un artista noto.
Siamo negli anni ‘70 e il jazz come genere musicale è quasi morto in termini di popolarità negli Stati Uniti. Invece in Europa ha ancora trazione e in Germania it’s all about jazz, ancora per un po’. Così gli artisti più importanti della scena statunitense arrivano in massa nel Vecchio continente per esibirsi. Si creano occasioni incredibili per gli spettatori europei e gli estimatori in teoria lontani geograficamente dai loro idoli.
Vera accetta la sfida del musicista e dallo studio dentistico paterno s’improvvisa manager e avvia un vero e proprio lavoro, portando grandi nomi del genere in Germania, pur andando ancora a scuola e non avendo alcun tipo di esperienza, licenza, formazione. Lo fa perché può, perché ha un animo ribelle, per contrariare il padre che vede come fumo negli occhi il fatto che la figlia non si attivi per diventare dentista come lui o quantomeno per aderire al ruolo di donna di casa, moglie e madre.

È un mondo musicale ribelle e vivacissimo quello raccontato da “Köln 75”, in cui il business non ha ancora preso il sopravvento. Non nella vecchia Europa, quantomeno, spiega Keith Jarrett (John Mangaro) al giornalista Michael Watts (Michael Chernus). Per questo gente come lui è disposta a fare tour che non aspirano a niente più che a sopravvivere fino alla tappa successiva, chiedendo il rimborso dei biglietti aerei inviati dagli organizzatori per poi viaggiare in auto e risparmiare, mangiando e dormendo in posti di fortuna. Nella sua seconda parte il film si focalizza sul perché Jarrett si presti a quest’esperienza massacrante.
Non è in un momento facile della sua vita, a livello di salute: gira con un tutore alla schiena, dorme e mangia pochissimo. Lui e il suo manager sono acutamente consapevoli che questo tour porta alle persone un talento per la musica come se ne vedono uno a generazione e, per come sta cambiando l’industria musicale, non è detto che il prossimo genio venga riconosciuto e apprezzato. Lo stesso Jarrett è perseguitato dalla sua associazione con Miles Davis: “Lo scriveranno sulla mia tomba, che ero il pianista di Miles Davis”, ruolo a cui aveva detto due volte di no, prima di accettare.
Dal sodalizio con Davis il jazz è andato avanti e Jarrett sta tentando di portarlo oltre, come il film ci spiega infrangendo la quarta parete con una sequenza informativa molto divertente. Dalle grandi alle piccole band, dal jazz provato al free jazz fino all’improvvisazione. Infine Jarrett, solo su un palco per un’ora, ogni sera: solo lui e un piano, niente ripetizioni, niente punti di partenza. Solo una sovraumana capacità di svuotare la mente e tirar fuori la musica anche dall’aria attorno a lui e al suo pianoforte.
Vera, nelle sue conquiste e nei suoi errori, sarà quell’impalcatura che sosterrà Jarrett, ma anche quella che lo metterà in difficoltà. È lei che con la sua leggendaria caparbietà ed insistenza prima riuscirà a garantirgli il palco dell’Opera di Colonia e poi a mandare sold out una sala da oltre mille e trecento posti per un concerto assolutamente sperimentale e di nicchia. Tuttavia è sempre lei ad accoglierlo con sul palco un piano sbagliato, scordato, con un pedale rotto e non adatto a proiettare il suono in uno spazio così ampio, dando il via a una gigantesca caccia al piano e all’accordatura più al cardiopalma mai vista al cinema.
È la capacità e la volontà di entrambi di spendersi sono al fine della musica, senza quantificare sull’altro piatto della bilancia il proprio tornaconto personale ed economico, a plasmare il pezzo di storia della musica che il film racconta. Pazienza se sul finale si romanza un po’ troppo, scivolando lievemente nel convenzionale: la stessa storia del concerto è leggendario e le sono state dedicati libri, podcast, e infinite ricostruzioni. Dopo un’intera pellicola così accattivante, ci si sente in vena di perdonare tutto.
"Köln 75" è un film che celebra la ribellione contro un sistema di valori che - dentro e fuori dalla musica - mette la convenienza e il denaro in prima posizione, a discapito del talento, dell’arte, della gioia di fare qualcosa d’importante. Forse non è un caso che, dopo "Blue Moon" di Richard Linklater , questo sia il secondo film musicale di questa Berlinale incentrato su questa tematica, che porta con sé questo monito.