La "carne fresca" di Agnelli: “Una scena libera, oltre i numeri”
Sul palco di Germi, dove normalmente si esibiscono gli artisti, ora c’è una poltrona su cui dorme Amir, il levriero afgano di Manuel Agnelli. Non è raro vederlo durante una delle serate del locale, aggirarsi tranquillo tra il pubblico mentre qualcuno suona sul palco.
Tra le più affollate degli ultimi mesi ci sono state le prime due edizioni di “Carne fresca”, la rassegna ideata assieme a Francesca Risi, cofondatrice del locale, e diretta assieme a Giovanni Succi (Bachi di Pietra). La scintilla, mi racconta Agnelli, arriva da Emma, figlia sua e di Francesca, che suona in una band, e che ha cantato nel suo disco solista. Lo ha portato a vedere rassegne di artisti che sono fuori dai giri tradizionali della musica che compare sui social e sui media classici. “Giovanissimi che pogavano e avevano un atteggiamento molto libero rispetto ai social network e rispetto a tutta la scena di plastica che ci sta caratterizzando”, spiega.
Il risultato sono stati 22 gruppi sul palco, con oltre 500 domande di partecipazione. Una terza stagione si svolgerà dal 26 al 28 febbraio, ma “Carne fresca” si espanderà per rispondere a questa domanda di creare qualcosa di “alternativo” - come si diceva una volta. Alcune di queste band apriranno i concerti del ritorno degli Afterhours.
“Carne fresca” così diventa uno spunto per ragionare su come si fa musica oggi, su come ragionano e come vengono raccontate le nuove generazioni, sui meccanismi dell’industria. E con un accenno al ritorno degli Afterhours (“sono un’entità ma anche un brand”). Anche se di questo ci sarà tempo e modo di parlare approfonditamente.
Partiamo da “Carne fresca”, titolo di una canzone degli Afterhours e della rassegna. Una definizione volutamente disturbante per degli artisti emergenti e giovani?
Il nome e anche l’idea della rassegna sono di Francesca Risi. Mi è piaciuto perché oggettivizza in modo ironico la nuova generazione, ma serve anche per esorcizzare il ruolo che da sempre, ultimamente in maniera svergognata, le nuove generazioni hanno nell’alimentare il mercato. È carne fresca vera, sono le nostre speranze, sono persone così giovani da non essere condizionate da nessun punto di vista se non quello emotivo sulla musica, sulle cose, sul mercato, sulla vita. Stanno veramente suonando perché li fa stare bene.
L’opposto del fare musica per fare numeri e avere successo.
I ragazzi di oggi cominciano a fare musica per diventare famosi, per diventare ricchi, per essere relativamente importanti. C’è un materialismo cosmico che questa generazione sta rifiutando, perché li fa stare male.
La musica deve essere un fine e non un mezzo, secondo te?
La musica è sempre un mezzo, tranne per quegli artisti che si svegliano la mattina e vivono per l’arte, che sono veramente molto rari. Però un conto è la musica come mezzo di conoscenza di se stessi e degli altri, come linguaggio. Un conto è la musica usata per raggiungere dei risultati che sono altri: diventare ricco, famoso, potente, figo. Non c’è niente di male nel diventare ricco, famoso eccetera eccetera, però non come risultato finale, se no si usa la musica per degli scopi che sono tossici e non per stare bene. La maggior parte degli artisti che la usa per fare San Siro al primo disco, alla fine ha problemi di salute mentale.
C’è una scena di giovani che rifiuta questo modo di fare musica, quindi?
La scena c’è, ma si deve rendere conto di se stessa, ancora non si è oggettivizzata e dichiaratamente identificata in qualcosa di preciso con degli stilemi estetici. I ragazzi vivono la musica come momento di crescita interiore ma anche collettiva con chi li sta intorno. Dopo anni di individualismo edonistico mostruoso, per la prima volta sto vedendo delle situazioni che sono sociali, collettive. Questo, secondo me, non è il momento di definirla, è il momento di alimentarla liberamente, lasciarla nella propria anarchia.
Però, come raccontava David Byrne a proposito del CBGB, una scena è definita da un luogo e da uno stile in comune. Qual è il suono di questa scena?
Non sempre è così: negli anni ‘90 ho formato la Vox Pop, una casa discografica dove il comune denominatore era il talento, ma c’erano gli Africa United, i Sottotono, i Prozac+, gli Afterhours, il Ritmo Tribale, i Casino Royale, gruppi completamente diversi l’uno dall’altro, ma che avevano però la stessa visione. Cerco una visione comune di come si può vivere la musica, non alimentare lo stesso stile, lo stesso suono di chitarra, lo stesso outfit, che è quello che il rock ha sbagliato a fare negli ultimi 30 anni. Secondo me bisogna coltivare la diversità, ma esteticamente devono essere liberi di fare quel cazzo che vogliono.
Il tuo ragionamento sottintende che i meccanismi dell’industria attuale favoriscono l’omologazione.
L’industria tende per sua natura a omologare tutto quello che tratta, ma oggi è molto più facile. C’è una riproduzione di soggetti, di protagonisti che serve ad alimentare quello che già c’è, non a cambiarlo, non a cercare cose nuove, ma semplicemente ad alimentare una macchina ben oliata, dove ci sono gli stessi cinque produttori, cinque autori, cinque featuring che monopolizzano il loro microambiente e quindi alla fine producono sempre la stessa cosa.
Però tu nell’industria ci lavori: sei andato a Sanremo, hai fatto X Factor, pubblicato con le major…
Io sono nell’industria, non dell’industria. Sono due cose molto diverse. Io faccio quel cazzo che voglio: ho usato la musica, la musica non ha usato me. Faccio teatro, televisione, radio, musica, ogni tanto faccio anche cinema: tutti questi ambienti mi permettono di non dipendere da nessuno.
Io trovo che la mia generazione si sia suicidata a un certo punto per eccesso di autoghettizzazione: quando facevamo già migliaia di persone ai concerti, c’erano decine di festival, centinaia di club, una stampa indipendente… a quel punto dovevamo aprirci alla gente e secondo me lì abbiamo fallito. Dovevamo portare il nostro messaggio dovunque, l’importante è rimanere se stessi sempre, non chiuderci in circoli asfittici. Io quel mondo l’ho mollato perché aveva più regole addirittura del mainstream, era diventato soffocante, autoreferenziale. Io ho fatto quel cazzo che volevo e, voglio sottolinearlo, sempre comunque rifiutando quantità di soldi per cui chi mi critica avrebbe ucciso.
“Carne fresca” arriva alla terza stagione in due mesi. Poi cosa succederà?
È in divenire. Per ora quello che volevamo fare è legittimare un certo tipo di scena, rendendola anche consapevole della propria esistenza, come dicevo prima, trovandole degli spazi. Per esempio, nel prossimo tour che andremo a fare con gli Afterhours farò aprire i concerti a giovani artisti, non al mio amico per quanto bravissimo che ormai suona da 40 anni… Poi organizzeremo diversi festival “Carne fresca” fuori da Germi, per esempio al Milano Film Festival, e abbiamo contatti fuori da Milano.
La cosa più importante è che questi ragazzi si conoscano, suonino assieme, si scambino gli strumenti. Poi fare network con i locali, i club, i festival che esistono già. Un approccio che sa di luddismo: andiamo a rinnegare l’innovazione tecnologica per muoverci con dei mezzi che sono preistorici. Però è il modo più sano per riuscire a ricreare un circuito che non dipenda dagli stessi meccanismi e quindi dall’omologazione a cui siamo schiavi.
Un’operazione che potrebbe suonare come del mecenatismo…
No, non è mecenatismo puro. Non è che stiamo invitando dei ragazzini che strimpellano la cover di Smoke on the Water, sono ragazzi che hanno un repertorio proprio, scrivono le proprie canzoni e alcuni hanno già un livello artistico non indifferente. Hanno un sacco di riferimenti, come è giusto che sia, però li stanno rimasticando a modo loro. Questa roba ha della qualità, e per la base stiamo pensando…
Nel 2009 sei andato a Sanremo con "Il Paese è reale", un’operazione simile in cui gli Afterhours erano la punta dell’iceberg di una compilation di artisti della scena indipedente.
Ancora prima con il Tora Tora, a inizio anni 2000. È chiaro che per me c’è una componente di ambizione molto forte nel fare queste cose, però credo di essere anche abbastanza lucido e ho cercato di farle quando c’erano le condizioni.
Bisogna annusare il periodo per poi fare un certo tipo di operazioni: "Il Paese è Real"e, per esempio, è stata un’operazione fatta con dei nomi che avevano minore visibilità ma erano già in giro da un po’. Il Tora Tora è stata la celebrazione di una generazione che faceva già migliaia di persone di pubblico.
Prima parlavi degli Afterhours. Ci sarà modo di approfondire, ma ti aspettavi questa accoglienza al ritorno della band?
Sì, da parte del nostro pubblico, perché comunque la band è ferma da tanto. Però questa volta i numeri sono veramente straordinari.
Cosa sono oggi gli After?
Sono un’entità: la formazione di questo tour non è quella che ha suonato negli ultimi vent’anni. La cosa strana è che gli After sono un brand: sembra una contraddizione, però questo brand in qualche modo ha legato per amore una parte così grande di popolazione, e questo è un grande orgoglio.