“A complete unknown” non è (solo) un film su Bob Dylan

Il biopic racconta il complesso rapporto tra artisti, pubblico e fama
“A complete unknown” non è (solo) un film su Bob Dylan

"It ain’t me, babe, you’re looking for", recita una delle canzoni più famose di Dylan, presente in una scena centrale di "A Complete Unknown", il film di James Mangold con Timothée Chalamet che racconta le origini dell’unico cantante a vincere un premio Nobel. Dalle origini folk fino a quando, nel 1965, imbracciò la chitarra elettrica, venendo accusato di essere un “Giuda” – ma cambiando il corso della musica e della cultura. 
Cosa cerchiamo nel biopic di uno dei più grandi e indecifrabili artisti di sempre? Ma soprattutto, cosa cerchiamo noi, pubblico e fan, nell’artista? E cosa cerca il sistema industriale che lo sostiene e talvolta lo fagocita?

A chi parla “A complete unknown”?

"A Complete Unknown" arriva oggi nei cinema italiani – in quelli americani è uscito a Natale, con buoni (ma non eccezionali) incassi al botteghino. Finalmente, dopo una gigantesca campagna di marketing, il pubblico potrà farsi un’idea. Ma qual è il pubblico di questo film?  
I fan di Dylan – che inevitabilmente rimarranno un po’ delusi dalle tante licenze poetiche che la storia si prende? Oppure chi vuole sentire e vedere una bella storia e (ri)scoprire un grande cantante? I più giovani, attratti dall’attore più amato del momento?  
"A Complete Unknown" prova a mettere insieme tutti questi pubblici e riesce nell’obiettivo dove molti biopic musicali falliscono: per spettacolarizzare la storia, per renderla universale, spesso si tradisce l’artista, non tanto nella realtà fattuale (“Non è Wikipedia”, ha spiegato il regista James Mangold) ma nello spirito. Invece "A Complete Unknown" è pieno di invenzioni e fatti manipolati (Rolling Stone USA ne ha contati a decine), ma soprattutto restituisce lo spirito di un artista e di un’epoca, attraverso una storia ben raccontata che strizza l’occhio ai fan.

La “svista” più grossa è quella finale su "Like a Rolling Stone" e il famoso incidente in cui qualcuno urlò “Giuda”, avvenuto un anno dopo in Inghilterra, non a Newport – dove effettivamente Dylan però venne contestato per la svolta elettrica. Ma allo stesso tempo c’è la storia del riff di organo nato in studio quando Al Kooper si presentò come chitarrista e si sedette alle tastiere lasciate libere da un altro musicista, pure accennando al fatto che originariamente la canzone era un valzer (vero).

Non è (solo) un film su Dylan

Inutile fare la lista delle mezze verità: "A Complete Unknown" non è un film su Dylan, o almeno non solo. È un film sul rapporto tra artista, fama, sistema e società. Per questo è una storia universale, tremendamente attuale e ricca di archetipi, figure che oggi troviamo amplificate nella nostra società iperconnessa e ossessionata dalla performance e dall’iper-produttività.  
Per la cronaca: tra il ’65 e il ’66 Dylan pubblicò tre album, tre capolavori, di cui uno doppio. Se oggi essere iperproduttivi è una necessità, allora era un problema, per l’industria musicale. Ma rimane lo stesso principio di fondo: gli artisti devono mediare le loro scelte con il sistema che li sostiene. Poi ci sono i giganti che fanno quello che vogliono, che si costruiscono le loro regole. Come Dylan.  

In "A Complete Unknown" da un lato c’è il mistero della creatività, di un artista che è una persona alla ricerca dell’affermazione delle sue idee ma rischia di essere schiacciato da quello che ci si aspetta da lui. Dall’altro lato ci sono industria e pubblico, che vogliono pezzi dell’artista per i propri obiettivi. E ci sono quelli che stabiliscono quando una musica e un artista sono davvero “autentici” – nel caso di Dylan, i puristi del folk. Spoiler: nessuno è davvero autentico, tutti scegliamo cosa presentare e cosa non presentare di noi in pubblico, a maggior ragione gli artisti…  
La risposta di Dylan a queste pressioni fu quella di sfuggire: gli occhiali da sole anche di notte, il continuo cambiare direzione. Quando provavi a inquadrarlo, l’immagine era sempre sfuocata, perché lui si stava già muovendo da un’altra parte. Un completo sconosciuto, appunto.

Un film sul pubblico, non solo sull’artista

Quindi torniamo alle domande iniziali – perché alla fine "A Complete Unknown" è un film che pone quesiti, fa riflettere: cosa ci aspettiamo oggi dagli artisti? Badate bene: non sto dicendo che si stava meglio quando si stava peggio: il panorama attuale offre una valanga di strumenti e opportunità che 60 anni fa neanche ci si poteva sognare. Ma pensate a cosa succede oggi, alla velocità con cui digeriamo ogni nuova musica e siamo tutti pronti a urlare quanto ci sentiamo traditi se il nostro artista (o personaggio, o creator, o quello che volete) non fa ciò che noi pensiamo debba fare.

"A Complete Unknown" prende la storia di Dylan, quella di uno sconosciuto di provincia che con la forza delle sue canzoni diventa famoso e un simbolo di qualcosa che non vuole essere. Prende questa storia e la rende universale: è un film che parla di noi, pubblico, quanto dell’artista. Andrebbe visto – e si fa vedere con grande piacere – e fatto studiare anche solo per questo.

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