Tananai adesso sa come si battono i rigori

In tour flirta con l’indie rock di matrice britannica e canta la sua crescita. Con un suono da band.
Tananai adesso sa come si battono i rigori
Credits: Giuseppe Antonelli

Adoro le partite, ma non so battere i rigori”, canta Tananai all’unisono con i circa 8 mila spettatori del palasport. I versi sono quelli di “Calcutta” (sì, quel Calcutta). Non proprio una hit del repertorio del cantautore milanese, come lui stesso riconosce: “Non ha certificato niente. Avrà venduto l’equivalente di, boh, 20 copie? Ma mi connette con tanti di voi perché parla di insicurezza. L’ho scritta per me e per tutti quelli che si sentono insicuri nonostante ciò che li circonda”, spiega, davanti agli spalti gremiti del Palazzo dello Sport di Roma, dove ieri sera ha fatto tappa con il tour legato al suo ultimo album “CalmoCobra”, uscito lo scorso mese. Quando la canzone uscì era il 2019. Tananai non era esattamente il fenomeno che oggi riempie i palazzetti. “La mia vecchia discografica non mi ha capito / gli preoccupavan le mie turbe, le paranoie / ma allora firma un pappagallo che non ti fa storie / non mi hanno mai aiutato molto, ma chiesto tanto”, avrebbe ricordato un paio di anni dopo in “Maleducazione”, che pure non manca nella scaletta del concerto, ricordando quel periodo. Cinque anni dopo, Alberto Cotta Ramusino - è il suo vero nome - non ha il numero 10 dietro la felpa da motociclista che sfoggia sul palco del palasport capitolino, dove invece ha fatto stampare il 25 (il piazzamento al Festival di Sanremo del 2022 con “Sesso occasionale”), ma i rigori ha imparato a batterli: è diventato un hitmaker del pop italiano contemporaneo, con un repertorio che trova la sua dimensione naturale proprio nelle grandi arene e un carisma da rocambolesco frontman di una band indie rock degli Anni Duemila.

Il riferimento al genere e al periodo non è casuale. È a quel mondo sonoro ed estetico che si è ispirato per “CalmoCobra” e per il relativo tour. “Suonerò anche la chitarra e il pianoforte. Ormai mi percepisco come un gruppo, non come un solista”, aveva promesso alla vigilia. E sul palco, dove arriva sbucando da una pista che parte dal niente, da un punto imprecisato (nessuno lo vede arrivare, proprio come nessuno lo vide arrivare due anni e mezzo fa quando con “Sesso occasionale” all’Ariston si classificò all’ultimo posto tra stecche e scivoloni, salvo poi prendersi la sua rivincita dopo), ha effettivamente un suono da band. “Fango” è un’anti-dichiarazione di intenti: “D’altro canto, sì, io ti canto / anche qui, qui nel fango”, sussurra, dopo il video introduttivo nel quale cita il combattente Cobra al quale ha dedicato il titolo dell’album, che “a furia di correre per le steppe, le praterie e i monti” cominciò a vedere i contorni delle cose attorno a lui “tutti sfocati” e “così un giorno, senza dire addio, scomparve cavalcando verso l’orizzonte”. È la metafora di quel successo che brucia e consuma e al quale ha risposto staccando per qualche mese la spina: un pit stop necessario per tornare a sfrecciare a 300 km/h come su “Booster” o “Quelli come noi”, che fanno entrare lo show subito nel vivo.

Sembra essere stato catapultato al Palazzo dello Sport di Roma direttamente dal palco di un festival estivo europeo: con una produzione così, che flirta proprio con quell’immaginario, non sfigurerebbe in un contesto del genere. “Veleno” con quel riff di piano strizza l’occhio a “Somewhere only we know” dei Keane. L’organo di “Androne” cita i Coldplay di “Fix you” (ma nel testo omaggia Fiordaliso: “Non voglio mica la luna”). In “Vaniglia”, invece, sembra rubare un fill di batteria agli Arctic Monkeys. Le chitarre de “Gli anni migliori” sono prese in prestito agli Strokes. Su “Rave, eclissi” si rifà all’elettronica magmatica degli M83. Riferimenti che vengono sapientemente mescolati dalla band - Enrico Wolfgang Leonardo Cavion e Riccardo Onori alle chitarre, Daniel Bestonzo alle tastiere, Enrico Fasino al basso e Donald Renda alla batteria, gente che ha suonato con Jovanotti, Salmo, Samuel dei Subsonica - insieme agli altri ai quali si rifà Tananai. Che in “CalmoCobra” ha provato ad alzare la sua asticella, cercando di scrivere canzoni dalle strutture armoniche non scontate, tirandosi fuori dai giochi oggi che è la corsa al ribasso e all’immediatezza a garantire il risultato. Pezzi come “Veleno”, “Ragni” e “Punk love storia” (in cui però cita il Tiziano Ferro di “Non me lo so spiegare”) sono già diventate dei classici del suo repertorio, stando alle reazioni con le quali vengono accolte dal palasport: “Vi devo ringraziare perché questo tour l’abbiamo annunciato tanto tempo fa e non c’erano ancora canzoni nuove, ma in molti avete preso i biglietti a scatola chiusa. Mi sento fortunato”, sorride.

Anche se oggi flirta con l’indie rock di matrice britannica, Tananai non dimentica il passato da dj. Su “Pasta” sul maxischermo compaiono delle molle colorate giganti, che fanno venire voglia ai fan di scatenarsi nel parterre e sugli spalti. “Baby goddamn”, con quel giro di basso irresistibile, rincara la dose. Racconta di essere al lavoro su una nuova canzone “che non so quando uscirà” e chiede al pubblico di ripetere una melodia che accenna appena, “perché vorrei inserire i vostri cori nel pezzo”. È un siparietto che in realtà fa in ogni città del tour: “Poi magari esce il pezzo e chissà quanta gente avanzerà pretese lato Siae”, ironizza. Su “Nessun confine” si presenta al centro del palco, illuminato solo da un occhio di bue, con una chitarra acustica a tracolla. Viene sorpreso da una fan action: dal parterre si alzano migliaia di fogli illuminati dalle torce dei cellulari. “Sei le luci di New York”: le scritte citano un verso del testo del brano, una serenata hooligan, una storia d’amore ambientata in un pub tra un ragazzo il cui unico linguaggio d’amore sono i cori da stadio e una ragazza che, purtroppo, lo lascerà troppo presto a causa di una malattia.

Tananai canta altre storie, rispetto a quelle che sembrano andare per la maggiore oggi: storie di dediche in ginocchio sotto le scritte al neon dei sexy shop. E funziona. Basti ascoltare i cori su “Tango”, il suo manifesto: “È un’ora che ti aspetto, non volevo dirtelo al telefono”. E pazienza che alla fine non faccia un goal in rovesciata, escludendo dalla scaletta quella “Storie brevi” che oggettivamente senza la spalla Annalisa non funzionerebbe (l’unica ospite è Ariete, che compare al suo fianco in “Campo minato”). Tananai si accontenta del rigore che si è conquistato entrando furbescamente in area. Prende la palla e la mette sul dischetto, con sicurezza e convinzione. Ora il numero 25 non ha più paura di scivolare e mandare il pallone chissà dove.

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