Fontaines D.C. all’Alcatraz: oltre l’hype c’è una grande band
Il concerto all’Alcatraz di Milano dei Fontaines D.C., ritornati in Italia sull’onda del definitivo successo internazionale e di classifica dell’ultimo disco “Romance”, è stato uno di quei live che in queste settimane ha inevitabilmente alimentato la F.O.M.O. (acronimo per l'espressione inglese fear of missing out, ovvero "paura di essere tagliati fuori" dai grandi eventi). Biglietti polverizzati in poco tempo, corsa a recuperarli per vie secondarie, attese, richieste, scambi: un viavai e una domanda di ticket che hanno fatto drizzare le antenne degli organizzatori (vista la portata della band, avevano preso in considerazione anche una data al Forum di Assago, ma la struttura in questi giorni era già occupata da Tananai) che hanno già piazzato altri tre concerti della band irlandese il prossimo anno in Italia per soddisfare la sete di chi è rimasto fuori, a Sesto San Giovanni, a Roma e a Bologna (19, 18 e 17 giugno).
Insomma, una gigantesca (e sempre discutibile) macchina dell’hype per vedere “il” concerto rock a cui “bisognava” essere presenti in questo periodo. Per fortuna, non sempre capita con la musica di oggi, questi grandi riflettori i Fontaines D.C. se li meritano. E lo si capisce sin da subito, quando salgono sul palco dell’Alcatraz: scritta gigante “Fontaines D.C.”, che cambia colore a seconda delle canzoni, mega balloon con il cuore sformato simbolo dell'ultimo album, e porta d'ingresso al nuovo mondo proprio sulle note di “Romance” in cui il frontman Grian Chatten, occhiali da sole e maglietta extralarge Adidas, canta “maybe romance is a place”, rimanendo in bilico tra l’etereo dei sentimenti e la concretezza della realtà, il marchio di fabbrica dei dublinesi. Quest’ultima, oltre ad alcuni appelli “Free Palestine”, viene sputata addosso dal suono minaccioso di “Televised Mind”, tratta da “A Hero's Death”, in cui la batteria inizia a picchiare e il gruppo canta come la società dello spettacolo possa trasformare “gli ideali in cabaret”.
Carlos O'Connell, chitarrista e tastierista, capelli rosa, uno degli scultori del sound della formazione, già dalle prime battute, però, sembra nervoso e più teso del solito. A volte si gira di spalle e non sembra soddisfatto di come arriva il suono a causa di qualche evidente problema tecnico. Il gruppo si compatta, tiene botta, non si scompone e regala momenti alti come “Big shot”, una delle più belle e intense canzoni sul senso della scelta e della libertà tratta da “Skinty Fia”, il loro album capolavoro, e il trittico “Big”, “A Hero's Death”, “Here's the Thing”. Tre canzoni scritte in tre momenti del percorso diversi, ma accomunate dalla creazione di un muro sonoro.
Chi ha già visto dal vivo i Fontaines D.C., però, a questo giro li trova più impostati, più dentro i ranghi, con il loro sound caratteristico, evidentemente a causa di alcuni intoppi tecnici, che arriva meno pulito: anche Grian Chatten, folletto irlandese che solitamente vive le canzoni in modo fisico ed elettrico, al netto di qualche giro su se stesso alla Taz, il diavolo della Tasmania, non si lascia andare più di tanto. Incita il pubblico scuotendo le mani, ma non riesce completamente a portarlo dalla sua parte. Proprio quando su “Nabokov” sembra che si stia uscendo magicamente dai binari, con l’urlo strozzato di Chatten “I did you a favour” che è da brividi, la formazione ritorna nei confini e non porta la canzone oltre il prestabilito. Perché, probabilmente, per tutte le circostanze descritte, questo non può avvenire, sarebbe troppo rischioso. È un live che, nel complesso, non sembra "perdere il controllo", aspetto che, invece, i Fontaines D.C. hanno sempre magistralmente restituito con performance in passato, anche in Italia, più empatiche ed energiche.
È doveroso riflettere sulle circostanze, ma non fraintendiamoci: sono una spanna sopra, si confermano una delle band più importanti di questi anni, hanno scritto canzoni meravigliose e, infatti, chi li vede all’Alcatraz per la prima volta non può che uscirne stregato e innamorato. Ma per chi li ha già masticati, qualche cosa non è arrivata come si sarebbe immaginato. Il trittico finale, che coincide con il bis, formato da “In the Modern World”, una gemma, “I Love You” e “Starburster”, vale la serata. Quest’ultima è una manata, un pezzo da pogo e da salto collettivo che fa sperare che il sogno lucido, tanto caro ai Fontaines D.C., continui ancora, e che non si infranga con le luci del club che si accendono.
Scaletta:
Romance
Jackie Down the Line
Televised Mind
A Lucid Dream
Roman Holiday
Big Shot
Death Kink
Sundowner
Big
A Hero's Death
Here's the Thing
Bug
Horseness Is the Whatness
Nabokov
Boys in the Better Land
Favourite
Bis:
In the Modern World
I Love You
Starburster