I Duran Duran tornarono assieme dopo una ventina di anni e...
L'11 ottobre di venti anni fa i Duran Duran consegnavano ai fan "Astronaut", il loro undicesimo album. Un disco che vedeva il quintetto inglese riunito nella sua formazione originale dopo una ventina di anni. Simon LeBon, Nick Rhodes, John, Roger e Andy Taylor annunciavano in conferenza stampa: "Siamo tornati insieme semplicemente perché volevamo fare musica in modo creativo, tutto qui. Ci ha mossi il solo piacere di suonare, dietro alla nostra decisione non c'é altro. Il risultato? Ci convince pienamente". Questa che potete leggere nelle righe seguenti è la recensione del disco che scrisse per noi Paola Maraone.
Uomini: nostalgia degli Eighties? Donne: anche voi, come Clizia Gurrado, vent’anni fa sognavate di sposare Simon Le Bon? Sì? Bene: “Astronaut” è senz’altro il disco che fa per voi. Per giunta – meraviglie del fotoritocco e delle tinture per capelli – in copertina i Duran Duran non dimostrano più di 30 anni. E qui, più o meno, finiscono i pregi di una reunion che, in questa forma, non aveva luogo dall’83.
Okay: i Duran, con quest’album, sono andati in classifica. E siamo contenti di vederli tutti in salute. Ma l’ispirazione, quella è un’altra cosa. Chi ha amato “Rio”, “Arena” e “Notorius” non può dire (né scrivere) che “Astronaut” sia all’altezza. E basta con le scempiaggini tipo: i Duran sono sempre stata una band da singoli, un album bello tutto intero non l’hanno mai fatto, perché non è vero.
Durante la prima metà degli anni Ottanta, le cose erano diverse. E che loro siano stati icone e padroni incontrastati proprio di quegli anni – al punto da essere ribattezzati “Fab Five” – nessuno lo mette in dubbio. Ma ora, qual è il loro posto nel mondo? Non è un problema di suoni: il gusto per il revival anni Ottanta non deve render conto di niente a nessuno. Non è nemmeno un problema di testi: ridicoli erano, ridicoli restano (“Put my hand into the flame, burning but I feel no pain” è solo un esempio).
No, qui c’è dell’altro: c’è che mancano le canzoni. E dopo un’infilata di album destinati a non lasciare il segno nella storia (Vi ricordate “Liberty” o “Thank you”?), “Astronaut” tutto sommato non sfigura. Insomma, ci saremmo stupiti del contrario. E che nessuno si azzardi ad accusarci di “ascolto svogliato o distratto” o “pregiudizi snob”. Ehi: i Duran Duran erano la nostra band preferita, negli anni Ottanta! Ma qui dentro non c’è niente che eguagli i fasti di un tempo. Non il ritmo duraniano di “(Reach up for the) sunrise”, non le funkeggianti “Taste the summer” e “Bedroom toys”. D’accordo, sono canzoni carine. Ma non hanno nulla a che vedere con “Hungry like the wolf”, “Come undone”, “The Chaffeur”, “Electric Barbarella”. E – naturalmente - nemmeno con “Wild boys”.