Jeff Buckley, "Grace" compie 30 anni
Abbiamo già proposto a giugno un estratto dal libro di Dave Lory con Jim Irvin pubblicato da "Il Castello". Oggi, a trent'anni dall'uscita dell'unico album in studio del cantautore scomparso, proponiamo per gentile concessione dell'editore una selezione del quinto capitolo del volume, dedicato appunto a "Grace".
Col senno di poi si dà per scontato che "Grace" funzioni alla grande, ma onestamente è un’improbabile raccolta di materiale male assortito, che oscilla da “Last Goodbye” a “Lilac Wine”, passando per “Corpus Christi Carol” e “Eternal Life”. Per non parlare di tutto quello che accade nell’evoluzione delle singole canzoni. Alcune suonano meste, quasi soffocate e vuote; altre pullulano di idee, tra trame di chitarra, le linee di basso melodiche di Mick Grondahl, le inflessioni jazz della batteria di Mattie Johnson e poi un tocco davvero inaspettato d’archi che in “Last Goodbye” risuonano come l’orchestra di un film da Bollywood.
La testa di Jeff esplodeva di idee - tipo quei diciotto album che era ansioso di realizzare – un tale marasma che scoprire da dove cominciare era stata la sua sfida più grande nell’approcciarsi al disco. Ha alzato l’asticella. Diceva che voleva un disco che colpisse più forte di "Led Zeppelin II". Conoscendolo, non c’era da dubitare che ne fosse capace. Ci sorprendeva di continuo con quello che era in grado di fare.
"Grace" avrebbe potuto essere uno sfogo folle di influenze e tecnica intrecciate, una specie di Frank Zappa strafatto di speed. Invece no, è un manufatto bilanciato al grammo. Alcune persone che conoscevano bene Jeff inizialmente rimasero deluse
dal fatto che il disco non sprigionasse quell’intensità a fior di pelle,l’estasi che Jeff riusciva a trasmettere sul palco durante le sue esibizioni. Ma forse un’intera registrazione fatta così sarebbe stata fin eccessiva. Estenuante. Tra alti e bassi emotivi invece, ha creato il respiro giusto in cui ogni ascoltatore poteva ritrovare la propria storia. Evitando le tendenze contemporanee, ha realizzato un album che è rimasto nel tempo e nell’affetto del pubblico, rispetto a molti altri dischi degli anni ‘90 osannati appena usciti: ci ha regalato un capolavoro senza tempo.
Steve Berkowitz è partito in quarta con il progetto quando avevano solo quattro canzoni originali in mano, più un mucchio di cover. Si trattava ancora una volta di una mossa da nostro classico motto “hai messo in valigia un paracadute, vero?”. Come disse Andy Wallace, coproduttore dell'album con Jeff: “Non ero preoccupato. Ho avuto piena fiducia nella squadra.”
“L’intero processo di realizzazione di questo album è stato fatto alla cazzo di cane”, sparò invece Jeff nella sua intervista per l’EPK (press kit elettronico) distribuito ai media per presentare "Grace". “È stata scelta una data, è stato scelto lo studio, è stato scelto il produttore, ma non avevo ancora nemmeno la band. Pensavo di riuscire a metterne insieme una per tempo. ‘Last-minute’ è il mio secondo nome, rigorosamente col trattino. Alla fine tutto ha funzionato, comunque. Sapevo che avrei lavorato con Andy dopo aver parlato con lui alla sede della Sony. Abbiamo parlato di Sun Ra e Little Willie John, di come registrare, del modo in cui io volevo farlo. Desideravo uno studio che fosse grande, con la band e tutto il resto allestito di tutto punto, dodici microfoni, riprese in presa diretta, e virtualmente l’abbiamo realizzato proprio così.”
Un qualsiasi brano tra quelli più o meno fissi nella scaletta di Jeff al Sin-é, in totale circa una dozzina, avrebbe potuto tranquillamente finire nel disco, e lui infatti li ha provati tutti.
“L’idea di base era quella di catturare un’opera omnia da cui poi scegliere il meglio”, afferma Andy Wallace. “Di solito la sera, dopo cena e dopo qualche bottiglia di vino, Jeff tornava in studio e cantava ancora qualcosina: da quelle session arrivano le cover del disco più alcuni brani extra, come ‘Satisfied Mind’, ‘Lost Highway’, ‘Alligator Wine’ pubblicati in un secondo tempo. Chiunque si trovasse lì diventava il pubblico astante, ed era tutto molto casual. Nessuna direzione né direttiva precisa. ‘Alligator Wine’ cantata nello stile di Screaming Jay Hawkins fu una gran sorpresa per me, come per chiunque altro. Eppure, così coinvolgente. Mi piaceva il fatto che quelle canzoni portassero a galla l’elemento umoristico, che era una parentesi davvero figa nei suoi show da solista. Fece ‘Night Flight’, quella dei Led Zeppelin, e una bellissima versione di ‘Calling You’ tratta dalla colonna sonora del film "Bagdad Cafe". Ecco, quest’ultima avrei tanto voluto che la inserissimo nell’album definitivo; aveva qualcosa di magico.
Jeff non cantava mai una canzone due volte allo stesso modo. Al punto che in alcune tracce si rendeva quasi impossibile riuscire a doppiare le voci. Se una traccia era già praticamente al 90% ma c’era bisogno di qualche piccolo ritocco qua e là, l’avrebbe cantata in uno stile talmente diverso dalla versione originale da arrivare a farmi sbottare “Non mi stai mica aiutando qui!”, al che lui avrebbe risposto “Beh, la nuova traccia è migliore però”, e io a mia volta “Beh, magari anche no!” Ricordo bene
quel giochetto perverso, ricorreva spesso! Non ci siamo mai scontrati del tutto, ma a volte mi sentivo frustrato.”
E poi c’è “Hallelujah”. “Una canzone di Leonard Cohen”, racconta Jeff nell’EPK. “di cui però io ho realizzato una versione con strofe diverse, quelle che Leonard non ha cantato su "Various Positions". L’ho ascoltata per la prima volta nel remake di John Cale su "I’m Your Fan" (un album tributo a Leonard Cohen). È quella la mia preferita. L’ho imparata al volo la sera prima di un concerto al Sin-é in cui poi ho cominciato a proporla. Qualcuno ha suggerito poi di inserirla nell’album. E io ho detto ok. Non
mi andava del tutto però, perché, ripeto, viene dal Sin-é e volevo guardare solo avanti. Ma è una canzone fantastica. Vorrei averla scritta io.”
La rilettura di Jeff di questa bellissima canzone multi-stratificata è diventata per molti la versione standard definitiva, e proprio la sua reinterpretazione è stata poi ripresa più volte. La miscela esplosiva di tensione sessuale e purezza da chierichetto ha reso la sua cover praticamente perfetta. Aveva colto in pieno quel dualismo e lo sfruttò al meglio. Gli è sempre piaciuto cantare
quella melodia in crescendo, e ha tratto senz’altro vantaggio dall’effetto sorpresa su un pubblico che non l’aveva mai sentita prima. Non so se Jeff fosse a conoscenza del fatto che Cohen aveva scritto - di numero a quanto pare - “forse addirittura 80 strofe per quella canzone nell’arco di almeno quattro anni”, riempiendoci diversi taccuini. Notò però che la versione di John Cale differiva dall’originale quanto a stile e registro.
Grace fu finalmente pubblicato il 23 agosto 1994.
Dal mio punto di vista, era già un classico. Eppure, si rivelò tutt’altro che un trionfo all’inizio. Le recensioni erano tutto sommato ottime, a parte un paio di stroncature esagerate. Robert Christgau di "The Village Voice" definì Jeff “uno stronzo sincretico” (ebbene sì, sono dovuto andare anch’io a cercare cosa significhi). Considerando che questo era di fatto il più importante giornale locale dove Jeff risiedeva, gli avrebbe fatto male leggerci su quella definizione. Fortunatamente, eravamo nel Regno
Unito quando è uscito l’album e l’accoglienza è stata molto più positiva là, anche se, nonostante il picco di vendite della prima settimana, non siamo riusciti a raggiungere la Top 30 della classifica degli album.
Non proprio un successo, quindi. Se la Columbia era preoccupata? “La Columbia era un’azienda che sfornava solo dischi di successo. Lo è sempre stata”, spiega Berkowitz. “Ma tutti hanno capito al volo quanto Jeff fosse un’eccezione in ogni senso sin dalla prima volta in cui lo hanno visto suonare.
“[Per Jeff] entrare dalla porta laterale del music business è stata una buona idea. Irrompere dall’ingresso principale non era né per lui né da lui, perché così facendo avrebbe rischiato di bruciarsi in una vampata.”
Sapevamo che il contratto era solido e che la Columbia aveva già affrontato un investimento considerevole; in altre parole sapevamo che non ci avrebbero mai scaricati. Dylan e Springsteen avevano entrambi realizzato album di debutto rivelatisi tutto sommato dei flop. Anche qui si trattava di dargli tempo, per crescere. Christgau e tutti quelli come lui potevano anche andare a farsi fottere. Jeff sapeva bene che cercare ad ogni costo di accontentare i critici era soltanto una perdita di tempo. In cuor suo
sapeva anche che un giorno avrebbe realizzato il disco che avrebbe fatto cadere la mascella a tutti. Il fatto è che, a detta di gran parte delle persone che incontravamo, quel disco epocale lo aveva già pubblicato.
“Ho amato 'Grace', a prescindere dal mio coinvolgimento nella sua realizzazione. Da subito ho pensato che fosse di un impatto dirompente. Ma non ero scioccato dal fatto che non fosse diventato un successo immediato, così, da un giorno all’altro”, afferma Andy Wallace. “Del resto, si trattava pur sempre di un primo album, che peraltro non conteneva nessuna hit radiofonica, di quelle istantaneamente irresistibili. Ci vogliono ripetuti ascolti per restarne ipnotizzati. Una volta che lo conosci però, sprigiona così tanta profondità e passione che ne diventi morbosamente dipendente.”