Lenny Kravitz è (ancora) il più rock’n’roll

Alieno oggi come allora, con una storia incredibile.
Lenny Kravitz è (ancora) il più rock’n’roll
Credits: Luigi Rizzo / Concessione in uso a Rockol

Un alieno. Questo era Lenny Kravitz quando nel 1989 la Virgin spedì sugli scaffali dei negozi di musica statunitensi l’album d’esordio dell’allora 25enne astro nascente della black music, “Let love rule”. Mentre l’hip hop usciva fuori dal ghetto e si prendeva le classifiche grazie a rapper come Bobby Brown e a Young MC, protagonisti di quell’annata con le hit “My prerogative” e “Bust a move”, ecco spuntare fuori dal nulla - o quasi, dal momento che Lenny era cresciuto nello show biz, figlio del produttore tv Sy Kravitz e dell’attrice Roxie Roker: non tutti possono dire di aver ricevuto pizzicotti sulle guance da giganti del calibro di Duke Ellington, Ella Fitzgerald, Sarah Vaughan e pure Miles Davis - un ragazzino di colore di New York che con le sue canzoni provava a reinventare il rock. “C’era un articolo che all’epoca diceva tipo: ‘Se Lenny Kravitz fosse bianco, sarebbe il prossimo salvatore del rock’n’roll’. Ho ricevuto tante critiche da parte della critica bianca: non volevano concedermi quella posizione”, ha ricordato una volta Lenny Kravitz. Trentacinque anni dopo l’uscita di “Let love rule”, Kravitz è ancora in giro: quel 25enne partito da New York City con la sua chitarra alla conquista di un posto al sole nel music biz è oggi uno splendido (neo) sessantenne che con la sua musica ha creato uno suono unico, un abrasivo suono vintage tutto riff e batteria che ha conquistato le masse e influenzato almeno due generazioni di artisti, da D’Angelo a Kid Rock. E che continua a fare la rivoluzione.

Sono stato quel sogno e quell'esempio di ciò che un artista nero può fare”, dice lui, appena tornato sulle scene con il nuovo album “Blue electric light”, che lo scorso maggio ha interrotto un silenzio discografico che durava addirittura da sei anni (lo presenterà stasera sul palco del Lucca Summer Festival, mentre domani sarà a Umbria Jazz a Perugia, per poi tornare in Italia di nuovo il 13 agosto al Lido di Camaiore). Undici album dopo l’esordio del 1989 Lenny Kravitz è per la scena pop ancora un alieno, che sembra parlare un altra lingua rispetto a quella del mercato discografico attuale: con quella miscela di rock, soul, funk, reggae, hard rock, psichedelia e blues e brani che durano ora 6 minuti e 20 (“It’s just another fine day”), ora 5 minuti e mezzo (“TK421”), ora 5 minuti e 10 (“Stuck in the middle” e “Bundle of joy”), Lenny continua a giocare in un campionato tutto suo, gareggiando solo e soltanto con sé stesso. Chi lo ha dato per bollito, lo ha fatto forse troppo presto: “It ain’t over ’til it’s over”, “Non è finita finché non è finita”, cantava lui nel 1991. A Esquire l’amico Jay-Z ha detto di lui: “Lo vedo come qualcuno che è rimasto sempre fedele alle proprie idee. Questo è chò che mi piace di lui. È rimasto e fa quello che ha sempre fatto, senza seguire le tendenze: artisti che hanno questo tipo di sicurezza sono molto rari”.

Quale sia l’elisir dell’eterna giovinezza è un mistero. Così come è avvolto da un velo di mistero il significato della “blue electric light” che dà il titolo all’album uscito a maggio: “La luce blu, amico, è la positività, le vibrazioni, Dio, l’umanità, l’amore, la musica. È quella frequenza che amo e che cerco di trasmettere al meglio”. Un antenna, si definisce lui: “Ricevo ciò che mi viene inviato o ciò che mi fluttua intorno in generale. E poi il mio lavoro è dargli vita. Molte canzoni mi arrivano nel sonno. Mi sveglio, prendo il telefono e inizio a canticchiarci su. Ho una chitarra vicino al letto, così posso improvvisare la struttura degli accordi. E la mattina mi alzo e vado subito in studio”. Magari non nudo, più che altro per non prendere un accidenti, come nel video del singolo “TK421”, in cui balla come mamma l’ha fatto mostrando alle telecamere gli addominali scolpiti e il fondoschiena: “Sto bene. Sono felice, sano, concentrato. E ho ancora tanto da fare. Questa è la cosa più importante”.

Forse il filtro magico è proprio quell’enigmatico TK421 di cui canta nella canzone: “Parla di positività e di energia positiva. Dice che è il momento di affrontare le tue paure. Amo i film e il mio preferito è “Boogie Nights” di Paul Thomas Anderson. Al suo interno c’è un personaggio, Buck Swope, che cerca di vendere il suo stereo a una persona e gli dice: ‘Se vuoi davvero che questo stereo abbia un ottimo sound e funzioni perfettamente, devi prendere la modifica TK421’. L’ho usata come metafora, per dire che il TK421 è ciò che rende qualcosa migliore, gli dà più potenza”, si limita a dire lui. Lunga vita a Lenny Kravitz.

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