Lunapop, il produttore Walter Mameli: “Così nacque '50 Special'”
Del successo dei Lunapop fu il vero deus ex machina. Walter Mameli cominciò a lavorare insieme a Cesare Cremonini quando quest’ultimo aveva “16 anni e mezzo”, aiutandolo a costruire tassello dopo tassello la band con la quale il giovane cantante bolognese avrebbe portato nel pop italiano di fine Anni ’90 quella boccata d’aria freschissima destinata a segnare a lungo il genere. Fondatore, alla fine degli Anni ’80, di un’etichetta indipendente chiamata Rose Rosse Records, prima di cominciare a lavorare con i Lunapop Walter Mameli aveva prodotto diversi dischi, tra i quali l’ultimo della Equipe 84 con Victor Sogliani. “Con Cesare cominciai a lavorare nel 1996. Lavorammo tanto, prima dell’exploit. Lui andava a scuola, io avevo mille altri progetti”, racconta, a distanza di venticinque anni dall’uscita di “50 Special”. Il giorno in cui il suo pupillo si presentò in studio con “50 Special” Mameli se lo ricorda bene: “Era il 1998. Il disco d’esordio dei Lunapop, ‘Squerez?’, era praticamente completo, quasi pronto per passare alla fase di registrazione vera e propria in studio. Mancava qualcosa, però: un singolo di traino sufficientemente forte. Una mattina Cesare arrivò in studio con questa canzone che aveva scritto la sera prima. Era un po’ imbarazzato, pensava che la trovassi banale. Invece era esattamente quello che ci voleva: la scintilla”.
E pensare che all’epoca i Lunapop vennero bocciati da tutte le case discografiche: “Non volevo pubblicare quel disco con la mia etichetta: sentivo di aver bisogno di un partner discografico forte, perché quel progetto andava lavorato in un certo modo. Mi dissero tutti di no”. Alla fine a pubblicare “50 Special” fu un’etichetta romana, la Universo di Giancarlo Meo, che all’epoca era specializzata nella pubblicazione delle compilation della serie “Hitmania”: “Merito di una collaboratrice di Meo che conoscemmo al Festival di San Marino, al quale i Lunapop parteciparono nel 1999 con un provino di ‘Qualcosa di grande’, leggermente diversa dalla versione poi finita nel disco. Era un po’ la nostra ultima spiaggia, dopo aver collezionato tutti quei ‘no”’.
Fu la svolta. Il resto è storia nota. I Lunapop non furono solamente i grandi protagonisti dell’estate musicale 1999 e di quell’annata (chiudendo l’anno con “50 Special” appena fuori dal podio della classifica dei singoli più venduti del ’99, dietro a - nell’ordine - “Il mio nome è mai più” di Jovanotti, Ligabue e Piero Pelù, “Mambo no. 5” di Lou Bega e “Snow on the Sahara” di Angunn), ma sarebbero rimasti sulla cresta dell’onda fino al 2001. “’50 Special’ riequilibrò il pop italiano, diviso in quel momento tra l’hip hop che stava prendendo il sopravvento e dal rock alternativo di Bluvertigo e dintorni. ’50 Special’ aveva qualcosa che apparteneva sia agli uni sia agli altri: c’erano l’ironia, la freschezza, ma anche una sorta di ambizione musicale. E poi incarnava alla perfezione il clima di quel periodo, all’insegna dell’ottimismo e della positività”, ricorda Mameli, che lavorò al progetto con la collaorazione per la promozione di Marco Stanzani, oggi titolare della Red & Blue, agenzia di promozione e ufficio stampa.
La parabola del quintetto si consumò nel giro di trentasei mesi, durante i quali Cremonini, Michele Giuliani, Gabriele Gallassi, Alessandro De Simone e Nicola Balestri passarono dall’essere anonimi ragazzi di provincia a superstar grazie a hit come la stessa “50 Special”, “Un giorno migliore”, “Qualcosa di grande”, “Se ci sarai”, “Resta con me” e “Vorrei”. Cremonini lo volle al suo fianco quando nel 2002 decise di incidere il suo album d’esordio da solista, “Bagus”: “Finì per le invidie e le ambizioni dei genitori di alcuni di loro, sicuramente contrari alla leadership di Cesare, ma anche al mio personale ruolo… I Lunapop erano ragazzi di famiglie bolognesi che non si stavano molto simpatiche. I genitori di alcuni fecero pressioni per riequilibrare le cose: volevano più potere e più spazio per i rispettivi figli. E più soldi, anche. Gli unici diversi in questo si erano rivelati i genitori di Nicola ‘Ballo’ Balestri, dal quale Cesare infatti non si è mai separato”. Dopo “Bagus”, Mameli ha continuato a lavorare con Cremonini per diciassette anni, producendo album come “Il primo bacio sulla Luna”, “La teoria dei colori”, “Logico”, “Possibili scenari” e dunque hit come “Marmellata #25”, “Dicono di me”, “Le sei e ventisei”, “Il comico (Sai che risate)”, “La nuova stella di Broadway”, “Logico #1”, “GreyGoose”, “Poetica” e “Nessuno vuole essere Robin”, la colonna vertebrale della carriera dell’ex Lunapop da solista. I due si sono consensualmente separati dal punto di vista lavorativo nel 2019: “
“Nel 2020 sono diventatò papà di due bellissime bimbe e mi sono dedicato allo studio e all’applicazione dell’intelligenza artificiale nel settore della musica e dell’industria musicale in genere. In fin dei conti ho sempre amato l’innovazione e trovo questo momento elettrizzante. Per quanto riguarda gli ex Lunapop, non sono rimasto in contatto con nessuno. E anche con Cesare le strade si sono definitivamente separate.
In fin dei conti i produttori, ma anche molti arrangiatori e musicisti, si realizzano creando progetti spesso anche nell’ombra. Gli artisti hanno invece bisogno, oggi ancora più di prima, di visibilità e fama per continuare ad esistere. Siamo in un’epoca in cui la musica è davvero passata in secondo piano. I concerti sono occasioni per toccare con mano la persona famosa, la nuova musica non è richiesta. 'Resta come sei' è il tipico incoraggiamento del fan…"
Dopo aver parlato con Mattia Marzi, ed essere tornato con la memoria a quel periodo, Walter Mameli ci ha inviato, in esclusiva per Rockol, uno scritto di storie, considerazioni e riflessioni che volentieri pubblichiamo qui di seguito.
Ammetto che anche a me fa piuttosto impressione constatare che sono passati 25 anni dal successo di “50 Special”. Sicuramente un’altra generazione, un altro secolo.
Mi fa impressione perché non sono abituato a guardarmi indietro, secondo l’idea che nella vita si possa sempre migliorare, o quantomeno io senta sempre il bisogno di trovare nuovi stimoli. Ripetermi o ripetersi per me diventa un po’ noioso, poco stimolante, se non addirittura avvilente.
“50 Special” e il progetto Lunapop sono sicuramente figli di un’altra epoca, sia dal punto di vista dell’industria musicale sia dal punto di vista politico-sociale. Uso il termine “progetto” perché ho sempre lavorato su idee a tutto tondo, non troppo settoriali, dal disco ai tour, dai video alla promozione, dal management al marketing. Anche per Cesare ho sempre parlato di “progetto Cremonini”.
Discograficamente parlando, il mondo della musica ufficiale della seconda metà degli anni novanta si reggeva principalmente sulla vendita dei dischi e solo in parte sull’attività dal vivo. Basti pensare che ai tempi di “50 Special” c’erano ancora i juke box. Si vendevano vinili, ma soprattutto musicassette. E si duplicava molto.
Esisteva ancora la stampa musicale, capace di vendere, farti vendere, influenzare. Basti pensare al potere che aveva “Tv Sorrisi e Canzoni”. Esisteva una florida stampa musicale per teenager pronta ad esaltare i giovani di riferimento del periodo, fossero attori, cantanti, sportivi ecc. Musicalmente parlando, eravamo alla fine dell’era delle cosiddette boy-band.
Erano gli anni di MTV e di TRL, di VideoMusic, ma anche di trasmissioni televisive dedicate alla musica sui canali sia Rai sia Mediaset. Come non ricordare l’importanza del “Festivalbar”, di “Vota la voce” ma anche di “Top Of The Pops” e “Superclassifica Show”.
Erano anche gli anni d’oro di Radio Deejay, dell’ascesa di RTL, e il progetto di Radio Italia iniziava a prendere corpo. Entrare nella programmazione di Radio Deejay era la quasi totale garanzia di un successo discografico. L’accoppiata MTV e Radio Deejay era la bomba.
La situazione era frizzante e piena di sbocchi dove la musica poteva defluire per essere poi recepita dal pubblico.
Dal punto di vista sociale, diciamo che sono stati gli ultimi anni in cui si aveva la sensazione che si andasse tutti verso un mondo migliore, più equilibrato, di benessere diffuso. Ma da lì a poco l’attacco alle Torri Gemelle segnava l’inversione di tendenza che ha portato al mondo attuale, ben diverso da quello di allora, e sicuramente davanti a un futuro molto più cupo.
E poi esisteva un mercato discografico diverso, fatto di negozi, di rappresentanti di dischi, di numeri: si vendevano le musicassette e i vinili, ma anche i 45 giri. Un album poteva superare il milione di copie e andare sopra le 200 mila copie era quasi normale.
Insomma, questo era il quadro del periodo.
Ho conosciuto Cesare nell’autunno del 2016, quando aveva 16 anni e mezzo.
In quel periodo avevo fondato una struttura musicale con Anna Persiani, co-fondatrice della Italian Records, un’etichetta musicale punto di riferimento di una generazione musicale bolognese emergente (Skiantos, Gaznevada eccetera). Ci eravamo posti come giovane struttura di supporto alla discografia ufficiale, quella delle major, dove la progettazione grafica era il nostro core-business principale, qualche supporto promozionale, e in prospettiva la produzione musicale, ma sempre con una formazione discografica più vicina alle major che al mondo delle indipendenti. In fin dei conti avevamo già avuto l’esperienza di label indipendente verso la fine degli anni ottanta con la “Rose Rosse Records”. Ma ci era bastato. Dopo quegli anni feci una bellissima esperienza nel mondo della musica da discoteca, e ancora oggi porto con me un bel ricordo di quegli anni.
Verso la metà degli anni novanta lavoravo su varie ipotesi artistico-musicali, ma senza un concreto obiettivo. Anni prima, ai tempi della “Rose Rosse” avevo prodotto tutta una serie di dischi (ricordo con affetto l’ultimo disco dell’Equipe 84 assieme a Victor Sogliani, straordinaria figura che mi insegnò tantissimo) scontrandomi però con le mie lacune tecniche riguardo il lavoro in studio.
La metà degli anni ’90 erano quindi stati per me anni di apprendimento e studio del lavoro di produzione, programmazione registrazione e arrangiamento.
Il tempo intercorso tra l’incontro con Cesare e l’uscita di “50 Special” era stato concordato assieme a lui come tempo di scrittura, di costruzione e preparazione, ma anche di crescita. Cesare non mi ha mai fatto pressioni su nulla, e per questo mi sono sempre sentito in dovere di rispettare la parola data: “Ti aiuterò a creare un progetto discografico che possa avere successo e futuro”.
La band alla quale Cesare faceva riferimento si chiamava Senza Filtro, nome per me banale e bruttino. Avevo visto qualche loro concertino, spesso degenerato a causa del troppo bere, e oltre a Cesare, Lillo de Simone, Gabriele Gallassi, la band era composta dal garbato Andrea Furlanetto e soprattutto dalla persona intellettivamente più vicina a Cesare, vale a dire Lorenzo Benedetti. Ma in tutto il tempo di preparazione del progetto che avrebbe portato alla realizzazione di “Squerez” io lavorai solo ed unicamente con Cesare.
Erano gli anni del brit-pop (Oasis, Blur, Verve, Suede, Kula Shaker…).
“50 Special” fu l’ultimo brano composto da Cesare tra quelli che poi avrebbero chiuso il progetto. Il primo era stato “Vorrei”.
Attenzione, io uso sempre il termine “progetto” perché ho sempre pensato prioritariamente alla centralità della produzione artistica, quella basata sulla forma canzone, disco, live, video eccetera e dove l’artista o band sarebbero il veicolo. Nel momento in cui il “veicolo” Lunapop si è dissolto, non è stato un problema spostarlo su Cremonini. Va detto che Cesare non aveva mai minimamente pensato a una carriera solistica. Paradossalmente la sua leadership messa in discussione ebbe l’effetto contrario. E quindi quasi per destino tutti i meriti del futuro sono andati a chi realmente ne aveva diritto.
Comunque, ricordo ancora la mattina in cui Cesare mi portò il provino fatto la sera prima di “50 Special”, avendo quasi il timore che io lo valutassi negativamente.
In quel momento rappresentavo l’adulto (professionalmente parlando) che sentiva il dovere di non illudere a vuoto, per cui mantenni la mia calma, ben sapendo dentro di me che quel brano sarebbe stato il perfetto tassello mancante a un progetto discograficamente e artisticamente sensato.
A quel provino seguì la ricerca del partner discografico con cui lavorare, in quanto non volevo che la sua fiducia e le sue aspettative approdassero a un’etichetta sconosciuta senza gambe, spalle e prospettive.
Bussai a tutte le porte conosciute, ma alla fine ricevetti dei no dappertutto. Provai anche a non presentarlo di persona, mettendomi in discussione sulle mie capacità di convincere. Mandavo spesso in avanscoperta Marco Stanzani, che per la Double-Face (era questo il nome della società) si occupava della promozione, ed era sicuramente più spregiudicato e meno emotivamente coinvolto di quanto non lo fossi io.
Mi fu anche proposto per la cifra di 5 milioni (c’erano ancora le lire) di cedere il tutto e farmi da parte. Non era certo il massimo per la mia autostima!
Erano gli anni dell’esplosione dell’hip-hop, per cui bastava presentarsi con pantaloni larghi, felpe enormi, vestito da skateboard e cappellino per far luccicare gli occhi ai discografici del periodo. Il discografico ha spesso questa vena di giovanilismo irrealizzata e cerca di specchiarsi nei giovani artisti.
Erano gli anni in cui i discografici erano i vari Bruno Tibaldi, Fabrizio Intra, Caccia Dominioni, Tino Silvestri, Michele Mondella.
Trovai un escamotage per destare l’interesse degli addetti ai lavori: chiesi al direttore del Festival di San Marino, Daniele De Luigi, persona squisita e corretta, di inserire la band nel concorso, davanti a una giuria di direttori artistici, giornalisti, operatori di settore.
Nel frattempo decisi che era ora di modificare il nome della band, da Senza Filtro a Lunapop.
Ho ancora conservati tutti gli schizzi dei vari nomi e dei possibili loghi realizzabili. Mi piaceva la parola “luna” in quanto aveva qualcosa di femminile e quindi adeguata a certe melodie tipiche di Cesare, mentre la parola “pop” mi riportava a un’idea visiva legata al mondo creativo di Andy Warhol e a una mia repulsione per un certo rock, da me amato dai suoi esordi, scivolato poi piano piano da movimento alternativo a falso simbolo di ribellione. Sicuramente il panorama anglosassone mi influenzò molto.
E anche su questo Cesare si mostrò positivo, determinato e fiducioso. Tutto questo aiutò molto a superare le innumerevoli difficoltà.
Torniamo a questo Festival di San Marino, trasmesso in diretta dall’allora TeleMontecarlo.
L’esibizione fu la più particolare fra quelle dei concorrenti, originale, fresca, e quella stessa sera qualcosa iniziò a muoversi tra gli addetti ai lavori, ma sempre con grande insicurezza. In fin dei conti nessuno trovava sul mercato un corrispondente progetto di successo, anche internazionale, al quale paragonare i Lunapop. Un atteggiamento tipico dei discografici: entusiasti sul déjà-vu, dubbiosi sull’inclassificabile.
La persona più decisa, tra gli addetti ai lavori, fu Chiara Scassa, allora braccio destro di Giancarlo Meo, titolare dell’etichetta discografica Universo che produceva la compilation “Hit Mania” capace in quegli anni di monopolizzare regolarmente i primi posti delle classifiche di vendita. Un’etichetta ricca e potente.
Mi aiutò in quel percorso un (allora) giornalista di musica “alternativa” convinto come me che quel progetto dovesse assolutamente trovare uno sbocco. La persona era Pierluigi De Palma, diventato poi negli anni un affermato avvocato della discografia. Fu lui a mettermi in contatto con la casa discografica.
Sfruttando questo potentissimo veicolo, Giancarlo Meo aveva infatti deciso di investire in propri dischi, da integrare nelle sue compilation, fatte per lo più dai successi del momento, riproporzionando così gli investimenti in licenze e ribilanciando gli utili. Era l’estate del ’99, e l’etichetta sfornò il “Supercafone” di Er Piotta, che divenne il caso di quella prima parte della stagione. Ma all’ombra di questo brano, in un’estate caratterizzata da “Mambo n. 5”, uscì anche “50 Special”. Ancora non si parlava di un album.
Ma facciamo un piccolo passo indietro: mi piace ricordare come si arrivò alla realizzazione del singolo. Va ricordato che il progetto era davvero economicamente “poverissimo” e la stessa realizzazione del singolo la dovetti portare a casa coi pochissimi mezzi che in quel momento potevo permettermi. I costi di produzione una volta erano pesanti, e non esisteva l’home-studio.
Chiesi un aiuto a un amico musicista, Pape Gurioli, che mi consentì di registrare il brano in un piccolo studio tra le montagne tosco-romagnole, lo Studio Fario di Marradi. Fu lui a presentarmi alcuni musicisti che prestarono la loro opera per la realizzazione del singolo.
A parte Cesare, nessuno degli allora componenti della band sarebbe stato in grado di registrare un disco: erano ancora i tempi in cui si registrava “su nastro”, per cui bisognava essere in possesso di una tecnica musicale minima. E solo Cesare ne era in possesso, per cui tutto ciò che aveva a che fare col pianoforte e le tastiere lo suonò lui.
Altri musicisti suonarono, oltre a Cesare, la base di “50 Special”.
La batteria fu suonata (benissimo) da Pier Foschi, allora batterista di Jovanotti. Il basso lo suonò Ronny Aglietti, che curò anche le registrazioni come fonico. Le chitarre invece le suonò Andrea Morelli che poi negli anni successivi avrebbe seguito il progetto di Cremonini, sia suonando molte chitarre nei dischi, che ricoprendo il ruolo di direttore della band dal vivo. Il tutto fu realizzato in un’unica sera, canto compreso!
Realizzai da solo il missaggio in due sedute diverse allo studio Fonoprint di Bologna. Nella prima sessione mi affidai alle mani del fonico, ma ne risultò un brano sgonfio, privo di energia. Investii le mie precarie risorse in una seconda seduta, decidendo di realizzare il missaggio esattamente come me lo sentivo. E quello fu il missaggio definitivo, quella strana alchimia difficilmente ripetibile, pur nei suoi limiti, ma fresca, genuina e vera che ancora si percepisce ogni volta che il brano parte.
In radio, la prima persona che individuò il potenziale del singolo fu Dario Usuelli di Radio Deejay con la sua valutazione da ippodromo: “Non so dire se sia un vincente o meno, di sicuro sarà un piazzato”. Radio Deejay fu quindi la prima radio a crederci e a programmare il disco.
A fronte di questo, una radio concorrente si espresse con un “Ma dove credete di andare con un brano così vecchio?”
Servivano i soldi per realizzare il video: inevitabilmente andai alla Piaggio a chiedere collaborazione. Era uno strano periodo per l’azienda: avevano deciso di investire sul marchio “Piaggio” e non sul brand “Vespa”. Alla fine si trovò un compromesso: 5 milioni per realizzare un video, a patto che si usasse un modello di Vespa presente sul mercato. E così fu.
Avevo conosciuto Gaetano Morbioli a Match Music e secondo me aveva la freschezza, la fantasia, l’umiltà e la capacità di adattamento necessarie per realizzare un video con due lire. C’era un soggetto da me scritto. Le riprese avvennero in uno studio che poi si rivelò essere una segheria di Verona. Fu una giornata folle, e niente di quanto deciso si riuscì a realizzare. In teoria la coprotagonista femminile era Sara Valbusa, poi diventata presentatrice televisiva. Cesare era assieme a Gabriele Gallassi, Lillo De Simone e Andrea Furlanetto, il bassista di allora. Sta di fatto che bene o male il video funzionava e venne proposto a Mtv.
Con la messa in onda su TRL iniziò il decollo del brano.
Il resto è (in parte) storia nota.
Tra questi c’era “Supercafone” di Piotta, all’ombra del quale uscì anche "50 Special".
La prima persona che credo individuò il potenziale del singolo fu il responsabile musicale di Radio Deejay, Dario Usuelli con la sua valutazione da ippodromo: “Non so dire se sia un vincente o meno, di sicuro sarà un piazzato”.
Radio DeeJay fu quindi la prima radio a crederci.
A fronte di questo, una radio concorrente si espresse con un “Ma dove credete di andare, con un brano così vecchio?”.
Beh, siamo ancora qui a parlarne 25 anni dopo...