Capo Plaza: “Le sconfitte sono importanti quanto le vittorie”

Il rapper racconta il suo terzo album, “Ferite”: “È la mia più grande scommessa”.  
Capo Plaza: “Le sconfitte sono importanti quanto le vittorie”

Un “giovane fuoriclasse”, come il titolo del brano che, nel 2017, ha contribuito a proiettarlo nell’Olimpo dei rapper di nuova generazione più ascoltati, è tornato in campo. Dopo le luci della ribalta, Capo Plaza ha fatto fatica, è rimasto spaesato e schiacciato dalla velocità con cui è arrivato al successo e questo, inevitabilmente, ha reso meno lucida e potente anche la sua musica, come dimostra il disco “Plaza” del 2021 che non ha restituito una fotografia nitida delle sue potenzialità. Il rapper di Salerno, 26 anni, ora torna con “Ferite”, un album in cui racconta le difficoltà e le paure, ma non solo. Il suo terzo album è anche un progetto di rivalsa, di reazione e di scoperta personale.

Questo è un disco più di lotta o di consapevolezza?
È un disco più di consapevolezza anche se la lotta c’è ancora, non è finita. La consapevolezza, per me, è stata importante per mettere a fuoco chi sono, quello che voglio, quello che è davvero rilevante. Non è tutto oro quello che luccica. La sofferenza fa parte della vita di tutti, anche di chi economicamente è a posto. È vero, i soldi fanno vivere meglio, ma non rendono felici per davvero. La felicità non ha nulla di materiale. Credo che questo album inoltre faccia capire che la vita è lotta, è lotta nell’affrontarla e proprio nel viverla, se non fosse così sarebbe una passeggiata e invece è una salita.

Il progetto è ampio, composto da 18 brani. È nato in primis per essere uno sfogo?
Sì, è stato un vero aiuto per comprendermi, ma anche il riflesso di un percorso. Mi spiego: questo album fa parte di un processo umano, è la mia più grande scommessa perché mi sono aperto come mai prima avevo fatto. È stato possibile perché sono cresciuto, ho iniziato ad amare anche altri generi oltre al rap, ho imparato che chiudersi nella propria casetta non porta a nulla. Io non ho un personaggio, Luca è Capo Plaza e viceversa, e quindi se cresce uno, cresce anche l’altro essendo la stessa cosa.

Ci sono anche collaborazioni più aperte come quelle con Mahmood e con Annalisa.
È stato naturale. Con Annalisa ci conosciamo da tempo, volevamo fare un pezzo insieme già da prima del suo boom dell’ultimo anno e mezzo. Con Mahmood abbiamo realizzato un brano per questo disco, ma anche per il suo (“Neve sulle Jordan”, ndr), c’è molto rispetto. Crescere fa allargare i confini: sperimentare e testare è importante. E credo che tutto rientri comunque nell’hip hop, che può essere protesta, emozioni, divertimento, voglia di raccontarsi intimamente. Questo album offre una panoramica ampia.

In “Memories” dici "fanculo è guerra per il primo posto, io sto in guerra con nessuno, vorrei solo stare a posto.
Le “ferite” sono il vero filo conduttore del progetto. Si sanguina dopo una battaglia, sia che si abbia vinto o che si abbia perso. È un disco di vittorie e sconfitte. I miei più grandi idoli hanno trasformato le proprie sconfitte in occasioni per diventare ancora più grandi. Nella vita le sconfitte sono tanto importanti quanto le vittorie. Io credo che fosse giusto raccontare ai fan i propri momenti bui, il rap è anche questo.  

Cerchiamo di spiegare il perché del tuo buio: tu raggiungi il successo giovanissimo e tutto intorno a te cambia. Hai perso l’equilibrio?
È stato difficile rendersi conto di tutto e gestire la situazione. Sono cresciuto velocemente. Io ringrazio il cielo per il successo ottenuto, ma ci sono delle conseguenze, soprattutto la perdita di spontaneità. Prendere un gelato in centro o fare una passeggiata liberamente non è più possibile quando in molti sanno chi sei. Inoltre si viene catapultati dentro lavori e cifre, oltre a questioni burocratiche, non comuni per un ragazzo.

Hai mai pensato di fermarti?
Sì, è capitato, tante volte. Erano dei burnout momentanei, magari giornalieri. Poi tornavo subito in focus. Tanti artisti li hanno. Però voglio dire una cosa: questo genere di riflessione, ovvero quella che parte dalla domanda “voglio andare avanti o fermarmi?”, in realtà la fa chiunque viva il proprio lavoro in modo totalizzante e arriva a un certo punto in cui è molto giù o stanco. Anche tu come giornalista ti sarai fatto queste domande, e anche ad altre categorie e lavoratori succede.

Musicalmente a chi vuoi parlare?
A diverse generazioni. È un album che parla ai giovani, ma anche alle persone più grandicelle. Non è stato deciso a tavolino, mi sono fidato del processo di lavorazione che mi ha portato a collaborare, anche nei feat, con artisti molto diversi tra loro.  

Con “Soldi arrotolati” torni a fare musica con Anna, sempre con la produzione di Ava, dopo il successo di “Vetri neri”. Volevate fare qualche cosa di diverso?
Sì, io e Anna amiamo il rap americano. Anna, che per me è la rapper donna più forte in Europa al momento, quando le ho mandato la canzone ha registrato la sua parte in casa, talmente era gasata. Abbiamo fatto un pezzo banger con un po’ di spocchia, credo che nei club regalerà delle gioie.

Hai voluto dare spazio anche a due ragazzi della nuova scena: Tony Boy e Artie 5ive.
Per me l’hip hop è questo, è un movimento, è una cultura, è un darsi una mano per allargare i confini della musica. Per questo ho voluto due rookie (persona nei primi anni di professionismo, ndr) con me, sono i miei due preferiti al momento. Io non mi sento un rookie, mi sento un LeBron James della scena ed è fondamentale quindi supportare gli emergenti.  

Che cosa non è stato capito di Capo Plaza?
Negli scorsi dischi mi sono raccontato meno, ma non perché non volessi, ma perché ero davvero più piccolino. Non mi sento un sensei oggi, ci mancherebbe, ma senz’altro, guardandomi dentro, ho imparato a mostrarmi. Credo che questo disco, per me, sia l’inizio di un nuovo modo di fare musica.

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