Raffaella Carrà e quel fenomeno di "Pedro"
Con Raffaella Carrà ci si è abituati agli episodi “pasquali”, cioé a resurrezioni discografiche che portano nuovi discepoli digitali, grazie alla moltiplicazione dei clic e dei balli balli balli da capogiro sulle piattaforme, in vista delle bolge estive. È toccato anche a “Pedro”, canzone che prendeva dalla “Siciliana” di Bach, usciva il 6 maggio 1980, e ora spopola remixata dai dj tedeschi Jaxomy e Agatino Romero, con oltre 35 milioni di stream, 6 miliardi di visualizzazioni su TikTok, in vetta alla Viral 50 globale di Spotify. Paradossi dei traguardi post-mortem: è la prima artista donna italiana a raggiungere la posizione numero uno di questa classifica. Nel 1978 fu la prima donna italiana ad entrare nella top ten britannica con “Do it do it again”, versione inglese di “A far l’amore comincia tu”, poi rimpastata nel 2011 da Bob Sinclair e lievitata nel film “La grande bellezza”.
C’è chi questi due brani li ha registrati all’epoca, missati, già fatti in mille versioni: «C’era da diventare matti» ricorda Gaetano Vituzzi, storico tecnico del suono della Carrà «In Italia Raffaella era un caso soprattutto televisivo, ma all’estero era anche uno stratosferico fenomeno discografico. Ci chiedevano versioni in tutto il mondo, perciò ogni volta, sulla stessa base, incidevamo di nuovo la voce. Era sorprendente il suo impegno. Studiava con insegnanti di lingua spagnola, francese, inglese, si esercitava nella pronuncia, arrivava preparatissima davanti al microfono».
Lei lo chiamava «il Vituzzino». Si erano incontrati alla RCA: «Il primo brano che registrammo fu “Accidenti a quella sera”, dove la metrica andava a velocità incredibile e Raffaella fu brava quanto Mina in “Brava”. Poi passammo alla CGD, alla CBS e Boncompagni mi elesse capotecnico del suo studio romano, il Bus Studio. Siccome ero progettista, costruii io il mixer che usava la Carrà. Lavorai in “Fiesta”, che esplose in Sudamerica e lì già si compose la triade che avrebbe realizzato “Pedro”, ovvero Gianni Boncompagni, Paolo Ormi e Franco Bracardi. Avevano trovato la strada giusta per quel mercato, canzoni allegre portate avanti da un’artista credibile. Eravamo una squadra bellissima. Boncompagni arrivava vestito con pellicce e abiti alla Elton John, scherzava finchè non se ne usciva con la parolina geniale di un testo; Bracardi giocava con i tasti, una specie di pianista del west; Ormi, da direttore d’orchestra, dava dignità a tutto con gli arrangiamenti. Se non ricordo male, fu lui a fare il clapping iniziale di “Pedro”, per dare quel senso spagnoleggiante con il battimani. Raffaella arrivava a registrare sempre di pomeriggio, correva qua e là tra palestra, prove di ballo, lezioni con i vocal coach. Era professionalissima. Gli altri tre facevano di tutto per farla andare fuori pista, si divertivano a dirottarla. Per fortuna lei era molto ironica, mai diva. Ironica, però seria anche sui brani più leggeri tipo “Pedro”».
Ma chi è il Pedro del testo? Alcuni dicono un ballerino del suo staff, altri un impresario argentino. Proviamo a ricostruire la storia. In Sudamerica la Carrà era sbarcata nell’autunno del 1978, con trenta persone al seguito, e sette tonnellate di materiale fra costumi e luci. Vantava sei dischi di platino e un tour trionfale negli stadi, dove entrava e usciva sempre scortata dalla polizia. Nel 1979, al concerto di Buenos Aires, molti fan non riuscirono ad entrare. Ce ne fu uno che tentò di forzare i controlli pur di ascoltarla, e finì una notte in prigione. Si chiamava Diego Armando Maradona, appena diciottenne.
Il 17 ottobre 1979 la Carrà si esibì a Santa Fe, nello stadio del Club Atlético Unión: un’ora e quindici minuti di spettacolo, sedici cambi d’abito, due bis. L’anno successivo pubblicò “Pedro”, ovviamente alla stampa locale piacque l’idea che si trattasse di un impresario santafesino. Non si sa se sia esistito. Potrebbe essere uno dei guizzi di Boncompagni. «Gianni aveva una mente veloce ma era pigro e odiava volare» dice Vituzzi «Non andò in Argentina con Raffaella, probabilmente sentì qualche suo racconto e ci costruì il testo».
Fatto sta che lei cantava di una vacanza a Santa Fe, dove incontrava un ragazzino che si offriva come guida turistica e diventava il suo amante. Ancora una volta, in totale leggerezza, la Carrà spingeva per la liberazione femminile, nell’Argentina sotto dittatura.
“Pedro” fu il primo singolo del disco “Mi spendo tutto”, in Argentina, Uruguay e Perù pubblicato con il titolo “¡Bárbara!”, perché molte tracce erano incluse nella colonna sonora di quella commedia musicale, diretta da Gino Landi e girata proprio a Buenos Aires. Un film uscito solo sul mercato sudamericano, mai in Italia. Nel resto del mondo venne distribuito con il titolo “Latino”. Il video originale fu girato in un parco di divertimenti e nei vicoli di Buenos Aires. Oggi, nella versione dei producer tedeschi, le inquadrature sono italiane, carrellata di stereotipi fra Vespa e insegne culinarie. Nessun sottotesto politico o sociale. E la biondina al centro, con la Carrà non ha in comune neppure il parrucchiere. Più virale di questo video, è quello del procione. Stesso remix, con il procione Pedro. Non fa niente se non girare a ritmo della cassa in quattro. Nella società memizzata, tanto basta a fare il botto.
Jaxomy e Agatino Romero non sono comunque i primi ad aver ripescato il brano. “Pedro” aveva avuto una seconda vita l’anno scorso, quando i socialisti spagnoli la cantarono per festeggiare il leader Pedro Sánchez. Non era la semplice coincidenza fra nome del politico e titolo, né solo il ricordo di quando la Carrà si era dichiarata di sinistra («Ho sempre votato comunista» disse in un’intervista). È proprio che lei, libera e pulita, era arrivata in Spagna con la fine del regime franchista, e da allora ha continuato ad incarnare un ideale di società più aperta. In questi giorni, per le vie spagnole si sente di nuovo il coro “Pedro, Pedro, Pedro, Pedro, Pe”, perché Sánchez ha deciso di non dimettersi dal governo dopo l’inchiesta sulla moglie. La differenza è che la folla, stavolta, lo ha sostenuto cantando la versione del procione.