Max Pezzali, le discoteche e l’archeologia del divertimento

"Discoteche abbandonate" è ispirato da una mostra fotografica e guarda indietro senza nostalgia
Max Pezzali, le discoteche e l’archeologia del divertimento
Credits: Gian Marco Volponi / Concessione in uso a Rockol

A distanza di 4 anni dal suo ultimo lavoro discografico e dopo una lunga stagione dal vivo Max Pezzali torna con un brano inedito. “Discoteche abbandonate”, scritto con Jacopo Ettorre e Michele Canova che ne ha curato anche la produzione, è il nuovo singolo disponibile solo in radio dal 15 aprile. Lo troveremo in digitale e su cd fisico autografato dal 26 aprile. Ad accompagnare il brano un video e una storia a fumetti, terreno su cui Max torna per la seconda volta dopo il fortunato episodio presentato a Lucca Comics, “Max Forever All Stars”.
Il brano anticipa anche la ripartenza live dell’ex 883 che tornerà a esibirsi questa estate con dieci concerti negli stadi. Abbiamo parlato con Max Pezzali per farci raccontare la genesi e l’idea che stanno dietro il nuovo singolo.

“Discoteche abbandonate”: come nasce questo nuovo brano?
Nasce dopo essermi ricordato, durante una songwriting session, di aver visto un servizio al TG su una mostra fotografica riguardante appunto le discoteche abbandonate. Ero rimasto colpito dal vedere questi luoghi, che io tra l'altro conoscevo perché in alcune potevo esserci stato, così decadute e in degrado, magari vandalizzate. Mi sembrava di vedere dei luoghi architettonici testimonianze di una civiltà che non c'è più, un’archeologia del divertimento, luoghi che erano stati importanti per tante persone. Il singolo è un modo per raccontare il mio tempo a chi magari non l'ha vissuto e per ricordarlo a chi l'ha vissuto.

Allora questo brano ha un sapore nostalgico?
Credo che ogni epoca abbia i propri luoghi, abbia i propri rituali, le proprie liturgie. E quindi tutto sommato, non credo che si possa rimpiangere qualcosa. Forse si rimpiange solo lo stato d'animo della giovinezza, quello sì. La nostalgia ce l'hai per degli stati d'animo, non per un tempo o per un'epoca che non ci sono più. C'è un po’ di amarezza nel vedere ora quei luoghi ridotti così, a volte sono intenerito.

Cosa erano ai tempi le discoteche?
All’epoca c’era poca informazione musicale e quindi le discoteche erano un posto dove ascoltare nuova musica. Sapevamo che c’era un posto in mezzo alla pianura in un'area industriale dove c'era un tizio che magari faceva l'impiegato, però era DJ Resident il venerdì e il sabato sera e spendeva tutto quello che aveva per andare nei negozi di dischi a Milano per trovare l'ultima novità e farla sentire a noi. Lo vedo come una sorta di portale per il resto del mondo, anche a livello culturale. Oggi siamo abituati a vedere tutto, a sapere tutto. A quell'epoca io per esempio il primo spettacolo di Drag Queen lo vidi in discoteca: che era il locale che aveva la volontà di stupirti, di far vedere che cosa succedesse nel mondo, mostrare e proporre qualcosa di nuovo. Voleva portarti a New York, a Londra, a Ibiza...

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E com’è sparito tutto questo?
Il mondo delle discoteche fu criminalizzato specialmente negli anni 90,  soprattutto da parte dei mass media. Ricordo aperture dei telegiornali contro le discoteche, gente che si scandalizzava per il degrado, per la droga e altro. Trent'anni dopo il degrado c'è comunque, si è solo spostato e ha mutato forma, con la differenza che però si è perso quel mondo, si sono persi quei luoghi - che erano poi fondamentalmente un po’ pacchiani, diciamocelo chiaramente.

Anche la musica è cambiata?
La dance non aveva ancora raggiunto la dignità di genere come l'EDM oggi. Non era ancora figa, era diciamo un po' tamarra. Negli anni 2000 la musica elettronica da ballo è stata riconosciuta come musica cool, e alla fine è cambiato tutto e quindi i club si sono necessariamente ristretti. Dovevano essere un po’ più piccoli, più raccolti, più fighi, più belli come arredamento. Sono diventati dei laboratori di gusto che probabilmente quei grossi casermoni che noi ricordiamo, e che erano eredi delle balere, non potevano essere.

Quali sono le discoteche alle quali tu sei più legato?
Ricordo con grandissimo piacere il Rolling Stone a Milano. Quello era un luogo meraviglioso, magico, del cuore. Luogo nel quale io e Mauro Repetto partecipammo per la prima volta all’“1,2,3, Jovanotti” che andava in onda su Italia Uno e non ci chiamavamo ancora 883, ma eravamo gli “I Pop”, una cosa dell'89. Ma era anche il locale in cui però noi si andava a ballare normalmente. C'era la serata rock, le serate a tema. Aveva il cronico problema del parcheggio (Il locale era un vecchio cinema in una zona cuscinetto tra il centro e la periferia. Oggi è stato demolito e al suo posto c’è un complesso condominiale di lusso che però ha mantenuto il nome del locale ndr). Noi arrivavamo da Pavia. E all'epoca si capiva che arrivavi da Pavia perché avevamo ancora le targhe con le sigle. Era un problema perché ti identificava subito come di provincia. Inoltre non essendoci i social non sapevamo come si vestissero i milanesi. Quindi arrivavi, avevi nella tua testa un dress code elegante che era quello di due anni prima, e quindi capivano subito che eri quello che arrivava da fuori. Altri luoghi che ricordo? Mi viene in mente un altro locale che non c'è più: il Prince di Riccione, o anche il Cocoricò che era quello più iconico.

Insieme al singolo ci sono altre iniziative. Ce le racconti?
La cosa più interessante è quella relativa al fumetto, che è un modo che mi è sempre appartenuto e ha appassionato. Adesso, arrivato a una certa età, posso farlo con più serenità perché me ne frego se sarà considerato infantilismo. Con Roberto Recchioni siamo autore e disegnatore di questo fumetto che sarà incentrato sul concetto che ci siamo detti prima. È un racconto che passa attraverso la memoria delle discoteche abbandonate, vedendole un po’ appunto come civiltà decadute che ti permettono però di guardare con ottimismo al futuro. Ecco, tutto sommato il nostro passato ci serve un po' per farci forza e strutturarci per affrontare quello che ci aspetta.

Poi ci sarà anche un video con testimonianze di Dj che quelle discoteche le hanno animate....
Esatto, sono tantissimi. Ci sarà un video in cui appunto “utilizziamo” gli scatti della mostra fotografica che mi ha ispirato questo testo. Una mostra che era collegata al libro fotografico “Disco Mute”. Abbiamo fatto quindi il video chiedendo agli autori delle foto di aiutarci a costruire una sorta di collage in movimento raccontando per sommi capi la storia di queste discoteche aggiungendo i racconti dei DJ protagonisti. È brutto da dire di una cosa che riguarda me, ma è quasi un'operazione culturale, non so come dire (ride ndr).

Mauro Repetto porta in giro uno spettacolo in cui racconta i primi anni degli 883. Cosa ne pensi, l'hai visto? Sei coinvolto?
No, non ho avuto modo di vederlo anche se Mauro lo sento sempre, siamo molto attivi via Whatsapp. Io son convinto che lui faccia bene a ricordare dal suo punto di vista questa avventura comune che abbiamo vissuto, perché in questi 30 anni non ha più avuto opportunità di raccontarla: perché si era allontanato, aveva cambiato completamente vita. Quindi sono contento che lo faccia. Spero che sia una cosa divertente, prima per lui e poi per chi la andrà a vedere.

Tu la andrai a vedere?
Eh qui bisogna capire se ce la facciamo, con i tempi e gli impegni. Cercherò, se sarà possibile, di esserci.

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