Bolliti sarete voi: Rick Rubin è ancora il Mr. Wolf del rock
Nome: Federick Jay, per gli amici semplicemente Rick. Cognome: Rubin. Data di nascita: 10 marzo 1963. Professione: risolutore di problemi. Se dovessimo abbozzare un breve identikit di Rick Rubin, verrebbe fuori una cosa del genere. È il Mr. Wolf del rock, per citare il celebre personaggio di “Pulp fiction” di Quentin Tarantino: risolve situazioni. Con le mani sporche d’olio lui sa cosa fare, lui sa come aggiustare. Dall’altra parte della vetrata fa miracoli: pulisce il filtro soffiandoci un po’, regola il minimo alzandolo un po’, come avrebbe cantato Battisti. Interviene e fa ripartire macchine che sembravano un po’ inceppate.
L’ultima missione impossibile del guru che negli Anni ’80 compì il miracolo di prendere hip hop e trash metal - generi di nicchia e agli antipodi - portandoli in testa alle classifiche con “Raising hell” dei Run-DMC e “Reign in blood” degli Slayer, che convinse Johnny Cash a incidere “Hurt” dei Nine Inch Nails nelle leggendarie “American Recordings” (che rilanciarono la carriera dell’icona country, giunta a un punto morto) e che fece diventare “Lovesong” dei Cure praticamente un’altra canzone nella versione di Adele? Riunire i Gossip e rilanciarli con un disco, “Real power”, che è già una delle rivelazioni rock della stagione: “È puro nella sua creatività. Non è interessato alle mode passeggere o alle opinioni di un’etichetta. Cerca di tirare fuori il meglio da te. Ha questa capacità di far sì che un artista dia il meglio di sé quando ci lavora. E lavora solo con persone in cui crede”, dicono di lui Beth Ditto e soci, che dopo “A joyful noise” del 2012 si erano praticamente disgregati, prima di ritrovarsi a fare musica insieme nello studio di Rubin a Kauai, isoletta dell’arcipelago delle Hawaii dove il produttore da 8 Grammy Awards vinti e chissà quanti milioni di copie vendute con i bestseller dei Red Hot Chili Peppers, dei Run-DMC, dei Beastie Boys, degli Slayer, di Johnny Cash, dei Rage Against the Machine, di Shakira e di Santana, si è ritirato da qualche anno.
Per molti è un bollito (andateci piano con certe parole!), un produttore vecchia scuola - era il 1981 quando metteva mano in modo professionale a un disco, l’eponimo dei The Pricks, band dalle cui ceneri sarebbero poi nati i Relative Degree, che avrebbero a loro volta generato i Linkin Park - dall’approccio ormai obsoleto. Già nel 2014 Corey Taylor degli Slipknot, che arruolarono Rubin per “Vol. 3: (The Subliminal Verses)”, in un’intervista si lamentò del fatto di essersi confrontato con lui solo quattro volte durante l’intero processo di registrazione del disco: “Ci venivano addebitate cifre orrende di denaro. Per me, se hai intenzione di produrre qualcosa, devi essere lì. Non m’interessa chi sei. Il Rick Rubin di oggi è l’ombra del Rick Rubin che era. È sopravvalutato, è strapagato e non lavorerò mai più con lui”, tuonò. Geezer Butler due anni fa non fu più tenero quando, ricordando l’esperienza dei Black Sabbath con Rubin per “13” del 2013, disse: “Ancora non so cosa abbia fatto Rubin”. Eppure, in barba ai critici, il suo special touch continua ad essere ambitissimo. E a funzionare. Merito suo se nel 2021 gli Strokes di Julian Casablancas hanno vinto un Grammy Award con il loro “The New Abnormal”, quello come “Best Rock Album”: la band, che provava - senza successo - a fare un nuovo album da sette anni, in vent’anni di carriera non solo non aveva mai vinto un premio agli “Oscar della musica”, ma non aveva mai conquistato neppure una candidatura con i cinque dischi precedenti. E che dire dei Red Hot Chili Peppers? Dopo “The Getaway”, datato 2016, qualcosa aveva smesso di funzionare nella band. Almeno, così sembrava. A rimettere in moto una macchina da oltre 120 milioni di copie vendute a livello mondiale ci ha pensato naturalmente lui.
Non ama le celebrazioni, Rubin. “Non so niente di musica, non ho competenze tecniche e non so suonare praticamente nessuno strumento”, ha detto lui, che nel volumetto filosofico “The creative act: A way of being” dello scorso anno non si è definito nemmeno un produttore, ma un “riduttore”, ovvero uno a cui “piacere riuscire a trasmettere l’idea e fare arrivare il messaggio usando la minore quantità di informazioni possibile”. Bluffa o soffre di sindrome dell’impostore, nonostante un patrimonio stimato in 250 milioni di dollari e la firma su alcune delle pagine più iconiche della musica degli ultimi quarant’anni, dalla versione di “Walk this way” degli Aerosmith alla nascita della Def Jam, etichetta per la quale negli anni avrebbero inciso Jay-Z, Rihanna, Justin Bieber, Big Sea, Public Enemy? “So quello che mi piace e quello che non mi piace. E sono abbastanza deciso e sicuro di quello che provo quando ascolto la musica. Credo che una ragione del mio successo sia la mia capacità di comunicarlo agi artisti, in modo che sia utile per loro”, spiega.
Lo conferma anche Anthony Kiedis, il frontman dei Red Hot Chili Peppers, che a Rubin devono tutto: era il 1991 quando li lanciò con “Blood sugar sex magik”, poi dopo dischi come - tra gli altri - “Californication”, “By the way” e “Stadium arcadium” nel 2016 la band gli preferì per “The getaway” Danger Mouse, salvo poi richiamare il guru in cabina di produzione per il dittico “Unlimited love” e “Return of the dream canteen” del 2022. Anthony Kiedis:
La sua capacità di ascoltare le cose è ciò che lo ha reso uno dei più grandi produttori di tutti i tempi in qualsiasi genere musicale. A volte sembra che faccia molto poco in studio. Mi è capitato di vedere gente fissarlo e pensare: ‘Ma non dovrebbe mettersi al lavoro?’. Ma lui è lì, è al lavoro.
È proprio per quella sua capacità di ascoltare che Paul McCartney lo ha scelto per raccontarsi e ripercorrere la sua intera carriera, dagli esordi con i Beatles alla svolta da solista, nella meravigliosa docu-serie “McCartney 3, 2, 1”, che potete recuperare su Disney+: “Ha più conoscenze di tutti. Sa di cosa sta parlando. Alla fine abbiamo finito per incuriosirci a vicenda”. Jovanotti, che dopo il monumentale “Lorenzo 2015 cc” non sapeva letteralmente che pesci pigliare, prima di affidare a Rubin le canzoni di “Oh, vita!” del 2017 - realizzando il sogno di una vita, tanto da concedersi il lusso di continuare a lavorare con il produttore anche per i progetti successivi - ha detto di lui: .
Ha una visione radicale della musica, lo sapevo e l’ammiravo quando ascoltavo da fan le sue produzioni, ma sentire come questa cosa agisce sulla mia musica è tutta un’altra storia. Un conto è vedere un altro che si spoglia nudo e si getta nell’abisso, tutta un’altra faccenda se si tratta di te. (Jovanotti)
Piccola curiosità. Prima di iniziare una session Rubin invita gli artisti a fare almeno due minuti di meditazione, perché la pratica “elimina le distrazioni” e le distrazioni “possono ostacolare una connessione diretta con la forza creativa”. Il pubblico? “Arriva per ultimo. E non sa cosa vuole: il pubblico sa solo cos’è successo prima”.