Thomas Umbaca: le emozioni oltre le parole

Il pianista milanese nel suo disco d’esordio regala sensazioni sonore con il solo piano. Intervista
Thomas Umbaca: le emozioni oltre le parole

Thomas Umbaca è un pianista milanese, cresciuto nel Conservatorio della sua città, che è arrivato a pubblicare il proprio esordio discografico dal titolo “UMBAKA”. Una manciata di composizioni per solo piano con l’aggiunta di qualche altro inserto sonoro. Un disco molto intenso ben inserito nell’universo musicale del “piano solo”, che allo stato attuale vede una buona e prolifica produzione in Italia e nel mondo. La doppia formazione classica e jazzistica del pianista milanese è la base su cui si alimentano le dieci tracce contenute in “Umbaka” il disco d’esordio uscito lo scorso ottobre e che ora sta impegnando Thomas in un tour che al momento prevede queste date:

02 Marzo - Roma – Casa del Jazz
14 Marzo - Settimo Torinese (To) – Teatro Garybaldi
14 aprile - Firenze - SHED626 Club
17 Luglio- Camaldoli (AR) – Naturalmente Pianoforte

Perché la “k” sostituisce la “c” del tuo cognome nel titolo del disco?
Mi piaceva l'idea di vedere questa parola più come un suono. Con la K sembra quasi un qualcosa che ricorda una percussione, un fonema e quella lettera esaltava un po’ questo senso più sonoro anche in forma grafica. È anche l’idea di distaccarmi, di sganciarmi dalla mia persona. Tengo a sottolineare che quello con la “K” è il titolo del disco.

Ci racconti le tue origini artistiche?
Io, che ora ho 26 anni, ho cominciato a fare musica da molto piccolo, sui quattro anni. I miei genitori mi dicono che picchiettavo ogni cosa, quasi una mania evidentemente per sfogarmi. Allora mi hanno iscritto a una scuola di musica. I primi corsi che ho fatto sono quelli legati al gioco e quindi dentro c'era di tutto: si suonavano pianoforte e percussioni, si cantava. Era un approccio iniziale molto legato al gioco, ludico e quindi in realtà più che altro serviva per divertirsi. Poi ho cominciato degli studi un po’ più seri, legati al pianoforte. Oltre allo studio c’era anche un primo approccio alla composizione: sin da bambino mi piaceva sperimentare con i suoni e facevo dei pezzetti. Poi dopo la cosa è diventata più seria, per cui mi sono iscritto al Conservatorio, dove ho fatto sei anni di pianoforte classico e poi anziché continuare con il corso classico sono passato al pianoforte jazz che ho studiato per sei anni. Insomma, ho fatto sempre un po’ questo miscuglio.

Miscuglio che direi si ritrova nel tuo disco, nella tua musica.
Sicuramente. È una questione d’inconscio, nel senso che non ho mai scelto di fare il repertorio classico piuttosto che quello jazz. Le due cose mi sono rimaste proprio nelle mani oltre che a livello anche di memoria. Qualcosa arriva da un input classico, da sviluppo e ispirazione di quel mondo, altro dal jazz, altro ancora proviene da stimoli diversi e richiama altre atmosfere.

Anche qualcosa di ambient
Probabilmente sì. Diciamo che ho sempre ascoltato un po’ di tutto. Ho elaborato e fuso tra loro cose diverse. Comunque è stato fatto talmente tanto di tutto, incluse le possibili sintesi di fusioni. Per cui mi sento sicuramente un po’ frutto di questo momento. Però proprio per questo, più che ragionare in termini di stile musicale, preferisco concentrarmi sull'essenza della comunicazione che avviene attraverso il suono e su quello che evoca da un punto di vista emozionale.

Da dove arrivano queste sensazioni che tu vuoi trasmettere? Qual è il processo creativo che ti porta a comporre?
Credo che sia una musica che parla con il primo istinto, con la nostra facoltà di emozionarci, di provare delle sensazioni davanti al suono proprio in quanto esseri umani ancora prima di farlo di fronte ad una precisa casella musicale. Mi piace pensare la musica come un legame tra le persone, un’esperienza di condivisione di momenti. Nasce un po’ tutto da un'improvvisazione che arriva nel momento in cui mi sento bene perché a me piace suonare quando sto bene, nel senso che per avere un certo tipo di disponibilità, di ascolto e di connessione con il suono devo sentirmi bene. È allora che compongo, che sviluppo le cose e ci lavoro subito perché altrimenti poi cala quell'attrazione verso qualcosa che è stato, che ho trovato.

Quindi è una sorta di urgenza compositiva e creativa?
Sì, però mi piace molto suonare dopo lunghi momenti di silenzio, quando il suono è come qualcosa che buca il silenzio. Tuttavia non è sempre così, ci sono alcune cose che nascono invece dal caos o da situazioni più confusionarie. Diciamo che forse c'è anche una relazione tra il risultato, la dinamicità della composizione e il momento creativo.

Nel disco oltre al pianoforte ci sono degli altri inserti sonori, dei vocalizzi; quando, come e perché arrivano?
La voce è una cosa che ho sempre tirato fuori, ma in maniera legata al pianoforte, nel senso che io quando suono, quando improvviso al piano, mi viene istintivo di seguire la musica con il canto. Questo mi fa legare di più con quello che sto facendo, anche a livello di sensazione fisica. A un certo punto mi sono chiesto perché non evidenziare quest’aspetto nella registrazione perché comunque fa parte del mio modo di suonare. La voce però è intesa in senso strumentale in quanto legata esclusivamente al suono, disgiunta dalle parole.

Non hai mai sentito l'esigenza di usare un testo?
No, perché la mia composizione è istinto e le parole ti portano subito a dover fare dei ragionamenti che riguardano altri concetti che sono staccati dalla musica. Mi sento di stare al 100% dentro al suono e non pensare ad altro, a qualche stimolo esterno.

La musica strumentale ti dà una più ampia percezione e visione di quello che tu vuoi esprimere? Cioè un testo porta inevitabilmente l'ascoltatore in un certo ambiente, in un certo mondo, se io invece faccio una musica che non ha parole non obbliga l'ascoltatore ad andare verso la direzione in cui io autore ti voglio far andare con le parole? Con lo strumentale, come ascoltatore, io posso spaziare molto di più?
Sì, assolutamente ed è il motivo per cui faccio musica strumentale, cercare di dare il meno agganci possibile, anche se, ovviamente, il mercato in realtà cerca di fare l'opposto. Comunque, pure nella musica strumentale, si tende a dare un concept a quello che si fa. Però sì, sicuramente, l’assenza di parole lascia molto più spazio all’immaginazione. Ci sono poi diversi piani di lettura nella canzone, uno è sul significato della parola, l’altro, che è quello che m‘interessa di più, è sul suono della parola, a come viene detta, quale viene usata curandone il senso “sonoro”.

Quindi qual è l'ampio spettro di sentimenti ed emozioni che tu vuoi comunicare con la tua musica?
Credo in una comunicazione abbastanza universale. Credo che la mia musica sia di grande “libertà”, molta apertura in generale e quindi poter ritrovare cose che conosciamo. L'emozionarci davanti al suono è una cosa che ci accomuna tutti, credo molto in questo concetto e mi piace l'idea di comunicare apertura, di liberare qualcosa. È creare il contesto in cui le persone si possono sentire a loro “agio” o anche disagio, dove però si possono ritrovare. Che sia uno spazio accessibile e dove ci siano emozioni non definite.

Ti sei fatto un'idea, un identikit personale di un tuo ascoltatore tipo? Che gente vedi ai tuoi concerti? Che tipo di pubblico hai?
Mi fa piacere vedere che è una musica che viene compresa da persone che ascoltano generi all'opposto, magari chi è legato più alla musica elettronica, anche alla techno. L’importante, secondo me, è non considerare il pianoforte come uno strumento già definito, come si tende solitamente a fare, inserendolo nelle “playlist relax”. C'è un po’ un pregiudizio verso il pianoforte, nel senso che la gente si aspetta di sentire qualcosa di preciso. E invece penso e spero di aprire molte più porte e quindi di far entrare persone diverse e non quelle che seguono un genere musicale predefinito.

Come si trasforma, se si trasforma, la tua musica dal vivo?
Penso che sia una musica che alla fine nasce con un approccio legato al live, nel senso che comunque la musica deve essere condivisa con altri. Anche l'album, per come è stato registrato, cerca di intrappolare il modo di suonare live, con poche registrazioni, anche se alcuni brani sono stati elaborati in studio. Ciò che davvero mi concedo live è di liberare l'istinto, scavando ancora di più nelle composizioni, usando moltissimo la dilatazione e l’improvvisazione.

Hai altri progetti?
Diciamo che sono abbastanza concentrato su questo disco, anche se sto sempre componendo nuove cose, che comunque per ora restano in un cassetto. Questi live che sto suonando sono proprio di presentazione dell’album. Anche se qualcosina di nuovo cerco sempre d’infilarla avendo così modo di “testare” ciò che ho scritto. Ti rendi conto del carattere della composizione, di come gira un pezzo piuttosto che un altro, soprattutto quando lo proponi davanti a qualcuno. Ne percepisci l'energia che c'è da fuori, insomma, se c'è o non c'è il brano. In generale però sono molto concentrato su questo progetto. Mi piacerebbe anche l'idea di fare qualche “feat”, magari nel futuro. Io sono disponibile.

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