"We are the world", 39 anni fa: il documentario

Da oggi su Netflix "la notte che ha cambiato il pop"

Bruce Springsteen lo dice chiaramente: «La canzone non era male, ma il progetto era importante e accettai senza sapere chi partecipava». In pratica: “fai la causa giusta”, anche se il pezzo non ti fa impazzire. La sua intervista si unisce a quelle di Lionel Richie, Cyndi Lauper, Smokey Robinson, Dionne Warwick, Huey Lewis e altri, nel documentario “We Are the World. La notte che ha cambiato il pop”, diretto da Bao Nguyen e da oggi disponibile su Netflix. Zoommando da un problema planetario ad una soluzione claustrofobica, si ricostruisce l’impresa che il 28 gennaio 1985 portò 46 grandi artisti ad incidere in una manciata di ore il singolo benefico per l’Etiopia piegata dalla carestia. In fondo, è la storia di un effetto-domino senza precedenti.

Il 23 dicembre 1984 il cantante Harry Belafonte, attivista e icona politica, dopo aver visto l’iniziativa di Band Aid con “Do They Know It’s Christmas?”, rimugina: «Ci sono i bianchi che salvano i neri, ma non i neri che salvano la loro gente dalla fame». Chiama Ken Kragen, produttore che viaggia con una valigia di rubriche telefoniche, e tira fuori il numero di Lionel Richie, che invita a dirigere Quincy Jones, il quale convoca Michael Jackson e Stevie Wonder per scrivere il brano. Con una simile base, si può puntare ai vertici. A Springsteen, per esempio, che sta per chiudere il tour trionfale di “Born in The U.S.A.”: se c’è lui, Bob Dylan non rifiuterà, e così seguono Ray Charles, Paul Simon, Tina Turner, Diana Ross, Willie Nelson, Dan Aykroyd (per qualche misteriosa ragione). La lista s’allunga. Da venti artisti diventano più del doppio. Quale data potrebbe far convergere tutti? Come pagare gli ingaggi sicuramente da capogiro? L’intuizione è perfetta: approfittare degli American Music Awards. Li presenta proprio Lionel Richie a Los Angeles, e il cast è quasi tutto lì in sala, già spesato. Dopo le premiazioni, basta trasferirlo in studio. Manca però la canzone. Stevie Wonder non è più raggiungibile. Lionel Richie e Michael Jackson si conoscono dai tempi della Motown e cominciano loro a sversare idee, ma lavorano deconcentrati, nella villa-zoo di Jackson, tra scimmie, boa e merli indiani. La pressione sale. Si sente il germe domestico di “We Are The World”, farfugliato e senza parole. Lo completano a una settimana dell’evento. Il provino lo registrano in quattro (Jackson, Richie, Wonder e Jones), il giorno dopo spediscono il nastro agli altri.

Da qui, il documentario corre sull’orlo di una crisi di nervi. Chi si presenterà davvero all’appuntamento? Si riuscirà a tenere nascosta la location o un assedio metterà in fuga gli artisti? Agli studi A&M, quella notte, si presentano tutti. Tranne Prince (invitato e con la parte assegnata) e Madonna (non invitata e superata al derby del girl power da Cyndi Lauper). Sfilano le limousine all’ingresso. Il Boss no. Lui arriva per conto suo, su una vecchia Pontiac.

Il primo ad accendere il microfono è Michael Jackson, che addirittura salta gli American Music Awards e prova il brano in solitaria, a cappella. Non sbaglia niente. Mai. È in questa parte del dietro le quinte che si ha un accesso inedito al carattere dei famosi. Lasciata l’armatura della celebrità, lasciati manager e assistenti dietro al vetro, emergono le loro insicurezze, i rapporti di forza. Chi va liscio, chi non azzecca le note. Sono stelle senza più glamour e con parecchia ansia da prestazione. Molti sono intimoriti come bambini all’asilo. Una brutta figura davanti a colleghi leggendari è molto più imbarazzante di una stecca davanti al pubblico. La faccia di Dylan, alieno dirottato a Hollywood, vale da sola un’ora e mezza di filmato.

Fortuna che in cattedra sale Quincy Jones. Deve far accadere tutto in una notte e attua varie strategie per evitare tempi morti e discussioni con i più rompiscatole. Dispone il supergruppo a ferro di cavallo, decide di incidere la canzone e girare contemporaneamente il video (nessuno darà di matto se sa di essere ripreso). Mette il cartello «Lascia il tuo ego fuori dalla porta» e, per esserne sicuro, fa parlare Bob Geldof della disperazione che ha documentato nel suo viaggio in Africa.   

Dopo il Domino, il via al Tetris. Partono gli incastri, l’ordine e la combinazione di voci, prima corali poi soliste. Cosa può andare storto? Tutto. Metti 46 artisti in una stanza, esausti, accaldati, senza certezze, in competizione, e il caos è servito. C’è chi sbuffa, chi sbeffeggia (ovvero Paul Simon): «Se qui scoppiasse una bomba, John Denver tornerebbe famoso». Tutti fremono. Dylan no. Lui fluttua in modalità “Io non sono qui”.

Accadimenti sgradevoli ce ne saranno stati, ma purtroppo nel doc ci vengono risparmiati. C’è piuttosto una tensione divertente per chi guarda: Stevie Wonder che vuole inserire una frase in swahili e qualcuno gli fa notare che, in Etiopia, non si parla lo swahili; Waylon Jennings che se ne va e nessuno sembra accorgersene; Al Jarreau mezzo ubriaco che sbaglia gli attacchi; Cyndi Lauper che deve cantare daccapo perché le tintinnano collane e orecchini; Huey Lewis nel panico perché gli viene affidata la parte di Prince; Prince che finalmente chiama e propone di suonare un assolo di chitarra in una stanza separata (versione “I Am The World”). Per il resto, vige un americanissimo senso di euforia, con Ray Charles che in pausa accenna “Georgia On My Mind”, il dream team che omaggia Belafonte su “Day-O”, ride, si scambia gli autografi.

I solisti cominciano a cantare alle 4 del mattino. Springsteen, sudatissimo, scartavetra la sua strofa. Da applausi. L’ultimo è Dylan, l’aria di uno sciatore alle Maldive. Tutti aspettano la sua performance, lui ricambia con un impagabile disadattamento. Non capisce. O subisce la troppa attenzione. Non riesce a cantare. Manda gli altri fuori dalla sala. È Stevie Wonder, formidabile imitatore, che si siede al piano e canta Dylan alla Dylan. Bob recepisce, fa se stesso di rimbalzo. Alle otto del mattino, tutti a casa.

Trasmesso in diretta mondiale, “We Are The World” avrebbe raggiunto qualsiasi latitudine, vinto premi, raccolto 80 milioni di dollari per cause umanitarie in Africa. Continua ancora a generare denaro, peccato non si specifichi per quali progetti. Il focus è più che altro il potere del pop, almeno al tempo in cui, per riavvolgere il nastro dopo un errore, si perdevano cinque minuti, e i raduni si organizzavano senza cellulari né internet. 

Lionel Richie lo ha ripetuto varie volte: attualmente una cosa del genere non sarebbe possibile. Quali star accetterebbero d’improvvisare fra l’una e le sette del mattino? E, soprattutto, prova a mettere insieme gli artisti di oggi, a dare loro una sola strofa, o mezza, e, senza guardare le immagini, indovina chi è che la canta. In “We Are The World” puoi riconoscere ogni voce ad occhi chiusi.  

foto: Netflix

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