Fabrizio De André, i progetti che non riuscì a realizzare

Tratto dal libro "Fabrizio De André. Ho paura di fare il poeta", pubblicato da Rizzoli Lizard
Fabrizio De André, i progetti che non riuscì a realizzare

Oggi ricorre il venticinquesimo anniversario della scomparsa di Fabrizio De André.
Il 16 gennaio Rizzoli Lizard manderà in libreria un nuovo libro dedicato al cantautore genovese, firmato da Walter Pistarini e Claudio Sassi, entrambi studiosi della vita e dell'opera di De André. Il libro, che recensiremo prossimamente, e si intitola "Fabrizio De André. Ho paura di fare il poeta", è diviso in più capitoli tematici, uno dei quali è dedicato ai progetti pensati e mai realizzati dall'artista.
Da quel capitolo, per gentile concessione degli autori e dell'editore, che ringraziamo, vi proponiamo tre estratti.

 

Un nuovo canto degli italiani


Qualcuno dice che l’inno nazionale italiano sia il più bello del mondo: Il Canto degli Italiani, questo il vero nome del nostro inno, risale al 1847 con testo di Goffredo Mameli e musica di Michele Novaro.
Diventa inno ufficiale tricolore provvisorio a partire dalla nascita della Repubblica, nel 1946. Diventerà definitivo solo nel 2017, dopo settantuno anni. Fabrizio aveva pensato di riscrivere l’inno nazionale italiano con Luciano Berio, compositore senese: «Riscrivere l’inno nazionale italiano: un po’ per ridere un po’ sul serio, era questo il progetto che avevamo insieme, Fabrizio e io. Naturalmente ci eravamo divisi i compiti: a lui toccavano i testi e a me la musica. E io intanto la musica l’ho scritta. Purtroppo mancano le sue parole!»

 

Un’opera teatrale o un musical?


Nei programmi di Fabrizio c’è stata persino l’ipotesi di un musical: «Fabrizio De André aveva pensato anche a un musical. O meglio, a un’opera teatrale con musica. A produrla avrebbe dovuto essere il Teatro Comunale dell’Opera di Genova. De André voleva dedicarla alla figura leggendaria del Balilla, simbolo della rivolta contro i potenti e gli oppressori. Anche se, contemporaneamente, era tentato di dare forma drammaturgica all’album "La buona novella" ispirato ai Vangeli apocrifi, con la vita di Cristo vista dalla parte delle donne, della Madonna in particolare».

La conferma arriva da Piero Milesi, che aveva ricevuto una proposta per un’opera lirica e ci stava lavorando, immaginando una voce narrante particolare, De André. Lo chiama per fargli la proposta. Fabrizio tentenna e poi se ne esce fuori con: «Il Carlo Felice insiste perché produca qualcosa per loro; perché non facciamo insieme qualcosa sul Balilla? Sai, quel ragazzino genovese del Settecento, la storia di “che l’inse!”».

Giovan Battista Perasso, detto Balilla, è il ragazzino eroe della Rivolta di Genova (sestiere Portoria) del 1746 che per primo scagliò la pietra della rivolta e la popolazione lo seguì, riuscendo a scacciare gli austriaci che occupavano la città. Nel momento del lancio della pietra, Balilla urlò la famosa frase: «Che l’inse?», che in italiano suona più o meno come «Volete che cominci?».
Tra l’altro Fabrizio aveva già lavorato a una canzone su Balilla; all’inizio degli anni Settanta aveva musicato “Ballata triste (A cançon do Balilla)”, facente parte della commedia musicale "T’ae presente o carrossezzo", cioè «hai presente il carosello», il cui testo era stato scritto da uno dei massimi poeti genovesi, Vito Elio Petrucci, e cantato da Piero Parodi. 

Tornando al progetto, Piero comincia anche a lavorarci su. De André gli chiede di impostare la musica in barocchetto (una forma d’arte derivata dal barocco, con forme più leggere, detto anche rococò), per ambientarlo negli anni della storia che si vuole raccontare. Ipotizza persino una installazione sonora per quando la gente entra in teatro e si trova già nell’ambiente “giusto”.

 

I Notturni, ovvero un progetto che avrebbe potuto concretizzarsi


Negli ultimi periodi della sua vita De André aveva iniziato ad abbozzare un’idea per il suo nuovo disco, che avrebbe dovuto intitolarsi "Notturni", un progetto di cui è rimasto poco o nulla, idee e appunti sparsi, tracce di un grande e ambizioso sogno artistico. E sarebbe riduttivo pensare che l’idea fosse dovuta solo al presagio della sua fine, all’incombenza della morte. Un requiem, forse, un’esplorazione profonda e lacerante delle forme della notte, per descrivere un mondo in cui il buio della ragione cominciava a prendere il sopravvento sui lumi della civiltà.

Le tracce relative ai notturni sono state raccolte da Walter Pistarini in "Il libro del mondo", pubblicato da Giunti nel 2018. Fabrizio aveva concordato con la sua casa discografica i successivi due album. Dopo "Anime salve" era previsto un lp di notturni. Una bella e approfondita indagine su questo progetto si può trovare nell’edizione del 2012 di "Belìn, sei sicuro? Storia e canzoni di Fabrizio De André" di Riccardo Bertoncelli. Le ipotesi: Mark Harris sarebbe stato il produttore, e avrebbe curato, molto probabilmente, una suite. «Fabrizio voleva fare un disco di notturni, un album composto da quattro lunghe suite intimiste dedicate ai temi della vita e della morte. Aveva già accumulato una montagna di spunti e di appunti. E io pure. Mi telefonava spesso, anche nelle ultime settimane, e mi diceva: “Allora, stai continuando a lavorare per me? Magari ci vediamo la settimana prossima”. Voleva fare un disco poco cantato, ma colmo di musica e ricco di orchestrazione. Aveva contattato Mauro Pagani, Piero Milesi, il tastierista Eros Cristiani.»

Piero Milesi ricorda cosa gli disse De André per la sua suite: «Come viatico per il nuovo lavoro mi consigliò un libro: “Piero, leggiti la 'Palude definitiva' di Giorgio Manganelli, perché nei Notturni il tuo quarto verterà su quello”. Lui aveva sempre dei riferimenti letterari, amava Manganelli e quel libro soprattutto lo aveva colpito».

A Mauro Pagani aveva chiesto un requiem di fine millennio: «Due mesi prima che venissi a sapere della malattia, mi domandò se avessi già cominciato a farci qualcosa. “Be’, prima dimmi come lo vuoi” gli risposi, “vuoi una cosa solare, positiva, o vuoi qualcosa di negativo, di cupo?” “Cupo?” fece lui. “Altro che cupo. Dev’essere il requiem di questo secolo.”»

Per quanto riguarda i testi si era rivolto a Oliviero Malaspina, che gli faceva da apripista nella sua ultima tournée. «La prima suite» rivela Malaspina «era incentrata sulla notte intesa come paura del giorno. Il punto di partenza è stato la passione per la notte (che fra l’altro ci accomunava) per ricordare un amico di De André scomparso che aveva la fobia del giorno. Il secondo notturno era dedicato alla notte intesa come cecità del potere, vista come una malattia contagiosa. La terza suite come momento per la morte e per l’uomo vocato alle estreme conseguenze del male.» E aggiunge: «La più incredibile era l’ultima, la quarta: la notte vista come fenomeno fisico e atmosferico. Ci eravamo ispirati soprattutto al 'De rerum natura' di Tito Lucrezio Caro. Fabrizio era affascinato dalla simmetria che si creava con 'Le nuvole', che era stato tratto dall’omonima opera di Aristofane».

Per quanto riguarda i testi c’è rimasto poco di definitivo. Malaspina ha testi discussi, ma si sa quanto De André amasse ritornare e raffinare cose già scritte. Poi ci sono alcuni frammenti in possesso della Fondazione De André. Uno di questi, oggi custodito presso l’Università di Siena, dove sono conservati tutti i documenti manoscritti di Fabrizio, era sul retro di un libro e diceva: «Notturno delle raganelle, notturno del vento, un intero raggio di sole (la raganella disidratata sul vetro inaridì / evaporò / bevve il sangue verde). Il falco gira, e gli attribuiscono infamie, e arriva l’acqua, come sempre in ritardo». Una pallida eco di un progetto che avrebbe come di consueto segnato un punto fondamentale della storia della musica popolare italiana e più in generale della nostra cultura.
 

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