Statuto: “Siamo sempre stati noi stessi e siamo arrivati ovunque”

La band ha festeggiato i 40 anni all’insegna del modernismo, della cultura mod e dello ska.
Statuto: “Siamo sempre stati noi stessi e siamo arrivati ovunque”
Credits: Vincenzo Nicolello / Concessione in uso a Rockol

Il 2023 è stato un anno importante per gli Statuto. La band torinese ha infatti celebrato, con un disco live con inediti (“Bella storia”) e un lungo tour, i 40 anni di carriera. Quattro decenni all’insegna della loro musica, di una forte compattezza artistica e culturale. Da sempre legati alla cultura mod i torinesi hanno percorso questo lungo lasso di tempo sopravvivendo alle mode e conservando un pubblico fedele che nel tempo si è anche “ringiovanito”. Musica, attenzione sociale e calcio sono tra gli elementi di un connubio che ha creato un progetto che può apparire anche solo “divertente”, ma che in realtà nasconde una coerenza inattaccabile, come ci spiega il cantante oSKAr in questa intervista in cui si ripercorre la carriera della band.

Cosa ricordi della nascita degli Statuto?
In piazza Statuto a Torino, che è ancora oggi il luogo di ritrovo dei mods, volevamo che anche da noi ci fosse una mod band com'era a Milano con i Four By Art e a Roma con gli Underground Arrows. Quindi, considerando che io ero quello che studiava contrabbasso al Conservatorio, in qualche modo spettava a me farlo. Per fortuna c'erano due ragazzi di “Barriera Milano” (il quartiere torinese) che suonavano la chitarra, uno piuttosto bene, l'altro così così. Iniziamo ad incontrarci a casa del chitarrista (quello bravo) che si chiamava Scheggia per provare 2/3 brani dei Madness. Ci divertivamo e ci eravamo ripromessi di continuare, ed io ho provato a farmi prestare il basso e a suonarlo. Serviva però un batterista. Un giorno in un negozio di dischi vedemmo uno e da come era vestito gli chiedemmo se fosse un mod. Naska (Giovanni Deidda) ci disse che era appassionato di musica anni 60, dei Beatles e altri. Gli chiesi se volesse suonare la batteria, accettò, soltanto che dopo poche prove, quando dovevamo provare di sera, la mamma non lo faceva uscire perché era troppo piccolo e quindi ci trovammo senza batterista. A questo punto il secondo chitarrista (quello meno bravo) s’improvvisò dietro i tamburi con dei risultati veramente improbabili, però con questa formazione ci presentammo al primo concerto, il 1 maggio del 1983. Io al basso e voce, Scheggia alla chitarra e Pino alla batteria. Fu la nostra prima esibizione, la qualità non fu sicuramente di livello eccelso, però almeno avevamo iniziato.

Da quel concerto vi sareste aspettati una così longeva carriera?
No, nella maniera più assoluta, ma nemmeno pensavamo di arrivare a superare i 50 anni suonando in quel modo. A quei tempi a cinquant'anni si era nonni. Francamente non ce lo siamo mai posto, un obiettivo, e ci siamo ritrovati veramente per caso a questo traguardo.

E quarant'anni dopo come spieghi questa cosa?
Col fatto che è fondamentale, attraverso la nostra musica, far sapere che ci sono i mod, far conoscere il più possibile la nostra cultura, il nostro stile, il nostro modo di vivere.
È una vera e propria missione, con lo scopo di portare il modernismo a più gente possibile. Questo ci ha sempre dato la forza per superare anche i momenti più difficili.

In 40 anni, ci sono stati parecchi cambi di formazione e all'inizio con voi ha suonato anche Ezio Bosso. Come mai questo turnover?
È chiaro che fisiologicamente in quarant'anni mantenere la stessa formazione sia una cosa piuttosto difficile, però il nucleo storico, quello che si è affermato, che era composto da Naska alla batteria, Rudy Ruzza al basso, Alex “Bomba” alla chitarra e me alla voce, è rimasto per lungo tempo, direi per almeno venticinque, trent'anni. Nel tempo con noi hanno suonato persone che sono diventate musicisti di fama mondiale. Tra loro il compositore, il più grande compositore contemporaneo, cioè Ezio Bosso il nostro “Xico”, che era il mio amico fraterno. Ha suonato il basso per due anni: ha iniziato quando io negli Statuto volevo solo cantare e non più suonare il basso. Si è subito proposto lui, che frequentava come me il Conservatorio. È stato con noi finché non è andato a studiare prima a Venezia e poi a Vienna. E poi c'è stato anche Davide Rossi alle tastiere (anche lui dal conservatorio di Torino). Davide adesso è uno dei più grandi arrangiatori a livello mondiale. Ha fatto gli arrangiamenti per i Coldplay e ha suonato con loro live, ha lavorato con gli U2 e all’ultimo album dei Depeche Mode. Poi ci sono stati quelli che han suonato i fiati, che sono praticamente una banda, ma loro li consideriamo come turnisti.

Come analizzi e come racconti il percorso artistico e la vostra crescita in questi quaranta anni?
La crescita per fortuna c'è stata. Noi abbiamo sempre associato la qualità tecnica ad una caratteristica veramente da strada; i nostri testi raccontano la vita metropolitana. Io credo che quando non ci saremo più, fra tanti anni, per sapere che cosa accadeva sulle strade, nelle città e come si evolvevano le situazioni, si potrà andare a sentire i testi degli Statuto, perché noi raccontiamo proprio la vita di strada. Da quando abbiamo iniziato fino ai giorni nostri. Musicalmente abbiamo sempre cercato di fare meglio. Se uno non migliora a suonare nel tempo, ci sarebbe veramente da preoccuparsi. Credo che ci siamo riusciti, non dal punto di vista della creatività, che è ovviamente una cosa opinabile, ma tecnicamente. Sfido chiunque a dire che noi suoniamo male: ci siamo sempre fatti trovare preparati, seri da quel punto di vista, nonostante il nostro approccio non fosse mai stato, almeno all'inizio, quello da veri professionisti. Siamo diventati degli operai della musica, vivendo con la nostra musica, dopo che abbiamo fatto il Festival di Sanremo nel '92, ma non ci eravamo mai posti questo obiettivo.

Appunto, Sanremo '92. Siete saliti sul palco dell'Ariston; e alla luce di quell'esperienza e dopo tanti anni e anche con quello che è diventato adesso il Festival di Sanremo, lo rifareste?
È stata una scelta molto dibattuta però giustissima perché la storia ha dimostrato che noi non siamo assolutamente cambiati, non siamo diventati delle rockstar, non ci siamo montati la testa. Però, come ho detto prima, da allora riusciamo dignitosamente a vivere grazie alla nostra musica, senza essere delle grandi star. Però sicuramente siamo dei privilegiati perché ci divertiamo. Se lo rifaremmo? Non so fino a che punto ora sarebbe un’operazione riuscita. Bisognerebbe trovare il pezzo e il contesto giusto, sicuramente con il cast attuale c'entriamo poco. Dopodiché, visto che ci sono stati i Subsonica, sicuramente c'è stata anche dell'ottima musica di qualità, però devo dire che allora c'era una certa attenzione a delle sonorità cosiddette alternative. Adesso il Festival è veramente molto mainstream, e quindi saremmo dei pesci fuor d'acqua; e non so fino a che punto la cosa potrebbe far piacere al pubblico di Sanremo stesso.

Lo ska è un fenomeno di nicchia, lo è diventato ancora di più nel tempo?
Lo ska è un genere musicale con dei riscontri molto importanti dal punto di vista sociale, perché alla fine anni ‘70 si è formato un forte fronte antirazzista con band come Special, Selecter e gli stessi Madness e i giamaicani che condividevano il dancefloor e i concerti insieme ai proletari inglesi. Da lì si è propagato questo movimento totalmente legato a doppio filo con quella che è la nostra cultura mod. Sì, è stato di moda in Inghilterra, però, ripeto, è soltanto un genere musicale, non è fondamentale. Noi non facciamo solo ska ed è giusto che un genere musicale di per sé non sia un fenomeno di massa costante.

Più volte hai fatto riferimento alla cultura mod e al concetto del modernismo. Riesci a darci una sintesi estrema di tutto questo, di questa cultura, di questo concetto?
La vita mod per noi è la soluzione migliore per vivere in un sistema che non ci piace assolutamente. È uno stile di vita, una cultura che nasce alla fine degli anni ‘50 in Inghilterra, ma che non è assolutamente legato e riservato a quel periodo, a quella zona geografica. Oggi si direbbe una cultura multietnica, infatti lo è fino in fondo, da subito, fondendo la musica afroamericana e giamaicana e lo stile dell'abbigliamento europeo. È prendere il meglio un po’ da tutte le parti prima degli altri, farlo proprio, trasformarlo, rinnovarlo in continuazione. Significa essere qualcuno per quello che si è, non per quello che si ha, non farsi mai condizionare, non fare parte della massa, ma non per questo autoghettizzarsi, anzi, essere dentro al sistema, cercando di sfruttarlo. Quindi il modernismo è un approccio quotidiano che ci permette di superare qualsiasi avversità. Sul disco “Quadrophenia” c'è una frase, un aforisma di Peter Meaden, che è stato il primo manager degli Who, che diceva: “Il modernismo è la soluzione per vivere puliti in circostanze difficili” ed è anche questa un'ottima definizione.

Alla luce di quello che mi hai detto, è anche evidente che dei temi a voi cari possono essere la politica, una certa visione del calcio più legata a quelli che sono dei valori, è così?
Più che per la politica, diciamo c’è l’attenzione al sociale. Per quanto riguarda il calcio, sì, sicuramente. Il senso di appartenenza è molto importante per noi e quindi, appunto, anche la passione per il calcio. L'appartenenza, in ambito sportivo, ovviamente per il calcio, quello a misura d'uomo, il calcio come quello una volta che era considerato un calcio "di popolo" e una forma di aggregazione molto positiva e costruttiva. E quindi sì, i valori più sportivi, e potremmo entrare in un discorso tecnico che non ci compete, ma sicuramente i valori di lealtà, realtà e correttezza, il rispetto, sono gli elementi fondamentali del nostro calcio ma anche nella vita di strada.

Voi avete festeggiato i vostri quarant'anni con un disco Live, “Bella storia”. È un caso che abbiate deciso di fare questa celebrazione legandola al palco? E quanto pesa la componente del concerto nella vostra musica?
È fondamentale il concerto, è la dimensione che noi preferiamo. Quindi era proprio giusto fare un concerto che fotografasse la situazione dopo quarant'anni, dando una testimonianza di cosa siamo diventati realmente. In studio puoi fare ciò che vuoi, dal vivo non è così, e quindi ci piaceva l'idea di lasciare una testimonianza pratica del nostro momento, dei quarant'anni. Abbiamo messo nel disco anche quattro brani nuovi, appena composti e appena registrati, proprio perché, oltre le nostre canzoni più conosciute, volevamo dimostrare che abbiamo ancora delle cose da dire e delle cose da comporre.

Mi dai lo spunto per due domande. Come avete scelto quelle canzoni dal vivo e inoltre, per quanto riguarda gli inediti, che cosa indicano? Aprono nuovi orizzonti per gli Statuto?
La scaletta è stata scelta dal nostro pubblico che ha votato le canzoni preferite tramite i social che, visto che ci sono, cerchiamo di usare in modo costruttivo. E le canzoni scelte sono quelle che comunque sarebbero state scelte anche da noi. I brani nuovi musicalmente sono sempre quelli con le nostre caratteristiche, quindi sì, lo Ska, ma anche due brani powerpop elettrici, quindi quattro brani tendenzialmente diversi uno dall'altro. Effettivamente sono legati al momento, al fatto che celebriamo i quarant'anni di attività, e quindi sono una riflessione, una fotografia su quello che è stato, su quello che siamo e anche su quello che saremo.

I quarant'anni li festeggiate con gioia o con il rimpianto di qualche cosa?
Purtroppo, con il fatto che sia mancato il nostro bassista Rudy Ruzza a marzo, un po’ la gioia c'è passata perché è stata veramente una cosa molto dolorosa. Lui ci teneva moltissimo a questi festeggiamenti, fino all'ultimo si prodigava per i pezzi da scegliere insieme al pubblico. Li studiava, facevamo le prove, era veramente molto coinvolto. A parte questo i quarant’anni li vediamo con estrema soddisfazione, perché abbiamo mantenuto una forte identità mod, spiccata, mai rinnegata, anzi sempre evidenziata fino in fondo. Siamo arrivati ovunque. Sui palchi più alternativi, come poteva essere l'ultimo concerto all'interno del vecchio Leoncavallo (il Centro Sociale di Milano), oppure sulle pedane dei lavoratori della Lancia di Chivasso in lotta, in Piazza della rivoluzione dell'Avana di Cuba, oppure sul palco di Sanremo, del Cantagiro e del Festivalbar. Sempre noi, con i nostri vestiti, col nostro stile e i nostri testi; quindi da mod, siamo arrivati ovunque.

Cosa succede nei prossimi quarant'anni?
È una domanda alla quale veramente non so rispondere. Per quanto riguarda gli Statuto facciamo, come sempre, un passo alla volta. Vediamo come priorità assoluta sempre quella di portare la cultura mod ovunque il più possibile, divertendoci e divertendo chi viene a sentirci, quindi facendo della musica che coinvolga il pubblico, che dia delle emozioni, delle sensazioni, del divertimento e faccia riflettere; e quindi ci auguriamo di fare più concerti possibili, sempre tenendo un alto livello. E poi ci sono già delle idee per un disco nuovo, molto particolare.

Come vedi l'attuale scena musicale?
La vedo in maniera molto distaccata. Purtroppo sono distante dagli ascolti, dai gusti attuali. Lo so perché li conosco molto bene. Io insegno musica a scuola, ho quindi un rapporto continuo con i ragazzini e conosco i generi musicali che ascoltano. Voglio evitare di criticare però questa musica, che non fa parte del mio bagaglio culturale e musicale.

Rifareste tutto quello che avete fatto nella vostra storia?
Sì, perché abbiamo sempre fatto tutto in buona fede e con il rispetto nostro, degli altri e soprattutto affinché venisse sempre fuori al meglio la forza del modernismo. Poi, soprattutto dal punto di vista amministrativo, siamo stati truffati più di una volta, in maniera veramente macroscopica. Ecco, questi errori non li faremo più, ma lì è soltanto l'esperienza, non sono questioni artistiche ma “gestionali”. Fanno parte della carriera, però finché non ci batti il naso non te ne accorgi. Non puoi sapere che ci sono delle persone veramente così scorrette in giro per il mondo. E invece ci sono, ma quando uno è giovane, pensa che tutti quanti ragionino con il suo stesso livello ideologico, che abbiano la sua stessa visione idealistica della musica, perseguano la correttezza e la fratellanza. Ma non è così!

 

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