"Blanca": fiction RAI con orgoglio, in barba a Netflix
Diffidate da chi diffida della fiction RAI, perché è probabile che non bazzichi l'offerta seriale della televisione di stato da anni. Anzi, la posa dello snob che non guarda le serie RAI, "no no no, io solo Netflix o massimo Prime", sconfina ormai nel tardo boomerismo, esattamente come dichiarare di non guardare aprioristicamente il Festival di Sanremo perché 'che orrore, signora mia'.
Qualche settimana fa parlavamo del perché le serie Netflix italiane non funzionano (LINK - https://www.rockol.it/news-739790/lupin-netflix-quando-arriva-recensione), salvo rari casi. Le produzioni RAI invece si muovono in direzione opposta: negli ultimi anni hanno fatto spesso centro e non solo nel campo, matematico, degli ascolti. Quando però si tenta di consigliare una serie come “Blanca", ecco che puntualmente arriva qualcuno a replicare, stizzito: "e allora 'Don Matteo'?".
La priorità non è tanto stabilire se la RAI faccia o meno qualcosa di buono in campo seriale, perché la risposta è sotto gli occhi di quanti abbiano la voglia e l'onestà di pigiare i tasti 1, 2 o 3 sul telecomando prima di giudicare. Per tutti gli altri che a un prodotto come "Blanca" (o "Imma Tataranni" o "Rocco Schiavone") non concedono nemmeno il beneficio del dubbio, sorbendosi ogni singola sòla che spunta tra i consigliati di Netflix, giova ricordare cosa la RAI faccia bene. Spoiler: la forza della RAI sta proprio nel non inseguire pedissequamente l'esempio della serialità internazionale, statunitense in particolare.
Non a caso in casa RAI si ama molto la parola "fiction", tanto che la divisione dedicata alle produzioni seriali si chiama proprio così: RAI Fiction. È un termine che all'occorrenza può essere un sostituto plausibile dell'inglese "series" ma che al contempo può essere anche utilizzato per marcare una distanza: di genere, contenuti, target, persino durata. Le serie RAI sono fiction perché hanno meno episodi, perché ciascuno di essi tende ad avere la durata di 90 minuti, perché prediligono generi e contesti che hanno finito per definirla, la fiction italiana.
Dentro RAI Fiction c'è tutto quello che alla RAI serve per soddisfare il suo pubblico: c'è il tremendo, l'imbarazzante, il bruttino stagionato e il bello e innovativo, persino lo strambo e, in qualche rarissimo caso, le produzioni di genere. Nel RAI Fiction Universe c'è spazio per don Raoul Bova in motocicletta che prende il posto di Terence Hill in bici e per Maria Chiara Giannetta che lavora part time al commissariato San Teodoro di Genova. Il tutto rimanendo quasi sempre nel novero della fiction, con qualcuno di più o meno impiccione che aiuta più o meno ufficialmente la polizia a risolvere il caso della settimana con sullo sfondo uno scorcio italiano da cartolina. A differenza di Don Matteo, però, "Blanca" funziona bene entro le logiche della serialità contemporanea. Tant'è che - colpo di scena - "Blanca" sta pure su Netflix, così come molti prodotti RAI Fiction che funzionano davvero.
Il punto di "Blanca" e delle numerose fiction RAI degli ultimi anni che funzionano e appassionano non è inseguire le sirene della serialità straniera, replicarne le pose e superarne le ambizioni. Quello semmai è il campo di Sky Italia, che osa molto di più e strizza l'occhio a un pubblico internazionale. RAI Fiction invece punta a evolvere la grammatica seriale nostrana rimanendo coerente rispetto alla sua storia e al suo pubblico, tentando possibilmente di allargarlo, ché di soli pensionati si muore. Il successo di "Mare fuori" e dei Sanremo di Amadeus sta lì a testimoniare che, quando e se vuole, RAI sa andarsi a prendere anche il target della Generazione Z.
L'aspetto vincente di "Blanca" non è nel livello d'innovazione che apporta, dato che tutto sommato è modesto. Piuttosto, sorprende per come gestisce con efficacia il difficilissimo bilanciamento tra tenersi il pubblico di Don Matteo e fare volare l'hashtag dedicato su X (ex Twitter). Come gran parte di questo tipo di procedurali, “Blanca” è basato su un ciclo di romanzi di successo. Il personaggio nasce dalle pagine di Patrizia Rinaldi, poi approda nel 2021 sulla RAI, guidato da una carismatica, irresistibile Maria Chiara Giannetta. L'attrice veste i coloratissimi panni di una ragazza cieca che gestisce con ironia, nell'ordine: una collaborazione con il commissariato di polizia locale, un paio di spasimanti, un cane guida adorabile, una sorella morta in circostanze misteriose, uno stalker e svariati casi criminali.
Basta farsi guidare dalla regia di Michele Soavi nei tentativi di raccontare il mondo senza vista, ma non privo di colori ed emozioni, di Blanca per capire che siamo in un campionato differente da quello del peggior stereotipo della fiction RAI.
La cura generale con cui è confezionata la serie, la voglia di fare qualcosa di accessibile ma anche di sperimentale si riflette fin sulla colonna sonora, che dalla sigla ai singoli episodi è curata dai Calibro 35, creando un chiaro stacco rispetto ai temi orchestrali delle fiction RAI più acclamate. C'è anche un preciso tentativo di rendere la città di Genova più di una cartolina o un set, inscrivendola nell'identità della serie e uscendo dal romanocentrismo dell'audiovisivo italiano o dall'ossessione RAI per i paeselli dove tutto è rimasto come un tempo.
Dietro "Blanca" non c'è solo la televisione di stato: la serie infatti è frutto di una coproduzione tra Rai Fiction e Lux Vide, che inizialmente avevano immaginato una miniserie. Il successo travolgente della prima stagione ha portato lo show ad affrontare la sfida di reimmaginarsi, trovando nuovi filoni narrativi, impostando un nuovo sviluppo orizzontale tra un caso della settimana e l'altro. Seppur con qualche rigidità e sbilanciamento, "Blanca" sta riuscendo a superare questa difficile sfida: quella del ritorno da un finale che doveva essere tale.
A fare la differenza sono la forte personalità della protagonista e della sua interprete, che permette a "Blanca" di rifondarsi senza suonare troppo artificioso. Banalmente: è un piacere seguirne la vita di tutti i giorni e si chiude un occhio volentieri di fronte a qualche scossa di assestamento narrativo. La scusa si trova presto - il famigerato PoliBomber che minaccia la polizia e la sicurezza pubblica - il tira e molla amoroso tra tanti spasimanti stuzzica il giusto, ma il punto è che c'è un lavoro di sceneggiatura e regia che consente alla serie di superare anche le prove più difficili.
Il tutto usando come golden standard la fiction RAI pudica e pulita, salvo poi "sporcarla" con un'ironia più tagliente del solito (quella della protagonista, ma non solo), con qualche passaggio ardito per l'ingessata rete ammiraglia (vedi il chiacchieratissimo "cameo" di Sergio Mattarella). Sempre tenendo davanti allo schermo tutti: nonni, bambini, adolescenti, appassionati che montano fancam, account che seguono il trash televisivo sui social e scrittrici di fanfiction.
Pensare che tutto questo accada per caso o che qualcuno in RAI Fiction non sia consapevole delle leve che vengono tirate, del fanservice che viene centellinato e del pubblico a cui si sta parlando, questo è un pensiero ingenuo. Con l'arrivo dello streaming, la funzione del telecomando non è cambiata: ci permette ancora di dare, con le nostre scelte consapevoli, indicazioni su cosa ci piace guardare e cosa no. Privarsi del piacere di una fiction RAI come "Blanca," facendosi continuamente abbindolare dalle sirene dello streaming, è sempre più spia di un certo provincialismo di ritorno, che non riesce a vedere la qualità (laddove ci sia, ovviamente) all'interno della grammatica televisiva e seriale italiana in quanto tale.