La sostanza musicale dei live dei Negrita allora come oggi
Le loro ultime apparizioni sul palco risalgono alla fine dell’estate del 2021, quando i Negrita ( Paolo “Pau” Bruni - voce, Cesare “Mac” Petricich - chitarra, Enrico “Drigo” Salvi - chitarra) chiusero una lunga parentesi che li aveva visti suonare live nei teatri e in maniera acustica. Da quel tour uscì anche un live pubblicato (a livello mondiale) sotto l’etichetta degli “MTV Unplugged” (collana che ha visto il memorabile live dei Nirvana ma anche di Bob Dylan, Neil Young, Bruce Springsteen).
Ora, dopo un po’ di silenzio, Pau e soci tornano a farsi sentire e lo fanno nel loro più classico stile, quello in cui il volume degli amplificatori, nella perfetta iconografia e stilema del rock, è al massimo.
Riporteranno nuovamente la loro potenza sonora nei club, abbandonando gli sgabelli dell’acustico per dare spazio all’energia della loro più tradizionale esibizione live.
Nell’attesa del nuovo album di inediti (L’ultimo era “Desert Yacht Club” del 2018) si consumano le suole sui palchi con una sorprendente risposta del pubblico: molte date sono sold out. Una risposta del pubblico che, come ci racconta, ha sorpreso anche il frontman Pau e con lui tutta la band aretina.
Perché avete deciso di tornare elettrici?
Perché, dopo le nostre scelte artistiche e quindi i concerti acustici, la pandemia, la guerra, la crisi economica, eccetera, ci eravamo presi uno stop anche un po' voluto e forzato. Abbiamo detto dobbiamo ritornare, ma non siamo ancora in bolla per poter fare musica nuova. Vogliamo capire bene chi possiamo essere nella contemporaneità. Inoltre non abbiamo più quell'ansia di fare dischi ogni due anni, come succedeva all'inizio. Abbiamo così deciso per ripartire di concentrarci su quello che ci viene naturale. Per riprendere la strada si torna spesso nel luogo sicuro, e il luogo sicuro per noi è il palco di un club, dove è nato tutto. Forse anche il principale motivo per cui siamo qui, non siamo mai stati un gruppo da tavolino come produzione discografica, ma veniamo dall'esperienza umana e disumana del live. Risaliamo quindi sul palco di un club che è il nostro habitat naturale, la nostra confort zone. Quindi questo è il motivo. Siamo andati in vendita con i biglietti senza avere un disco, non facciamo un album da 5 anni e con tanti punti interrogativi in testa e in queste settimane stanno andando in sold out le date. Per noi è una vera iniezioni di fiducia perché nonostante l'assenza è evidente che qualche segno dentro l'anima delle persone l'abbiamo lasciato in questi decenni e quindi questo amore dato e ricevuto ci sta ripagando.
Quanto portate di quell'esperienza del tour acustico e teatrale o comunque dei concerti in cui avete dato una nuova immagine dei Negrita?
Abbastanza, direi, nel senso che ci siamo posti davanti alla scelta dei brani per la scaletta con un atteggiamento che è derivato anche da quello con cui abbiamo riarrangiato i pezzi per l'acustico. Ci siamo detti: “non mettiamoci a rifare le stesse versioni che abbiamo fatto nell'ultimo tour elettrico” che era nel 2018 e l'ultimo tour dei club del 2016. Abbiamo così cercato di togliere tutte quelle basi che utilizzavamo a volte per questioni stilistiche e altre per comodità e abbiamo portato lo stesso metodo usato con il tour acustico, in maniera meno preconfezionata, molto più “alla vecchia”, cioè senza paranoie di tempi di click, di riferimenti, di basi, ma concedendo una grossa libertà espressiva a tutti i musicisti, compreso il batterista. I brani subiranno così anche delle piccole trasformazioni in corso d'opera, nel senso che ci lasciamo lo spazio per improvvisare, per allungare, per accorciare le cose, dando libertà al fantasista di turno che può così esprimersi anche con assoli più lunghi del normale. Quindi subendo l'influenza che può darti la pressione di un determinato luogo, del momento o del pubblico. Questo modo fa parte del nostro DNA ed è una grande libertà che credo che la contemporaneità stia negando al musicista, nel senso che il musicista ormai è sul palco con un pacchetto iper confezionato, iper prodotto e riproduce un po', quasi a pappagallo, tutto ciò che si è deciso in produzione. Essendo noi dei cialtroni non lo faremo. Ci vogliamo concedere questa libertà gitana, da zingari, di poter interpretare la serata e questa cosa ci mette un po’ di pepe al culo, perché devi essere sicuro di ritrovarti nello stesso punto con i tuoi colleghi sul palco. È anche un motivo in più per non cadere nella trappola della routine. Il club, come ti dicevo, è il ritorno nel liquido amniotico; quindi, a quel punto lì possiamo spaziare, perché con il nostro datore luci siamo rimasti d'accordo che lui ha delle scene pronte, ovviamente, ma poi il rischio è che non lo caghiamo minimamente. Ce ne andiamo per la tangente, lui deve seguirci, non il contrario, perché non deve essere lo spettacolo a governare, ma la musica.
Che tipo di scaletta farete?
È una scaletta che strizza l'occhio al club, nel senso che abbiamo scelto un certo numero di pezzi, dove verrà fuori l'anima un pochino più rocchettara e bestiale di questa band, cercando di rappresentare un po' tutta la nostra carriera. Ci saranno quei pezzi che, ovvio, dobbiamo suonare perché sono entrati nell'immaginario collettivo del nostro pubblico e quindi immancabili, insieme ad altri che vogliamo suonare noi, recuperati da dischi un po' più antichi. E quindi qualche sorpresa inaspettata o qualche pezzo mai sinora ascoltato dal vivo. Diciamo che abbiamo cercato di dare un colpo al cerchio (il pubblico) e uno alla botte (le nostre scelte). Abbiamo preparato molti più pezzi di quelli che ci serviranno per una scaletta, quindi questo ci consente di variarla ogni sera, almeno per alcuni brani.
M’incuriosisce questa cosa dell'improvvisazione. È un po' come dicevi tu un andare controcorrente, ma soprattutto penso un ritorno “alla vecchia”.
Il fatto è che qualsiasi cosa sia “vecchia” pare sia una cosa obsoleta, questa è la sensazione che io ricevo dai media. Negli ultimi anni qualsiasi cosa abbia un aggancio storico con la musica che ha sempre funzionato e per la quale, forse, siamo qui tutti noi che ci occupiamo di musica è da demonizzare. Così come allora vorremmo che la musica torni a essere centrale su un palco. Siamo un po' stanchi di sentire questa musica di plastica ovunque, cioè fondamentalmente la musica che ascolta mia figlia. Molto di ciò che piace a lei e la sua generazione, non ci rappresenta, nonostante ci siano anche delle belle cose, delle proposte interessanti. Manca sempre questa componente essenziale, quella dell'aggancio a un certo tipo di filosofia musicale con cui invece noi siamo cresciuti. Quindi perché dobbiamo rinunciare a una cosa che ci ha cresciuto, che adoriamo, che ci ha fatto da mamma e ci ha educati a diventare quello che siamo? Orgogliosi, buttiamo sul palco un atteggiamento musicale che fa parte di una scuola trasversale, che parte dagli anni ‘50 e arriva fino agli anni 2000. Dopodiché è nata questa nuova “New Wave” (con un altro senso), un'orda barbara, insomma, che ha conquistato tutta la penisola, ma che la sta monopolizzando un po' troppo. Io mi sono scassato la minchia, te lo dico senza mezzi termini, mi sono cagato il cazzo (Ride forte ndr)
Quanto è importante la parte live per i Negrita?
La mia percezione è cambiata negli anni, nel senso, che la prima fase della nostra vita era solo live; quindi per noi il palco era fondamentale. Poi abbiamo cominciato a fare album. Siamo entrati in un mondo che non conoscevamo, ci abbiamo messo anche un po' a capire come poter trasferire dentro un disco quell'energia che ci ha sempre contraddistinto in un live. A volte ci siamo riusciti, a volte meno un po’ per scelte stilistiche di un disco rispetto a un altro, un po' per altri motivi. Devo dire che nel corso di questo bel viaggio che è stata la nostra carriera, ho avuto fasi alterne. A volte mi è piaciuto più lavorare d’intelletto, quindi di composizione, di creazione, di scrittura. Altre volte ho preferito di più live. In questo momento credo di aver raggiunto un po' la pace dei sensi. Sono nel momento giusto della vita, quindi mi piace fare entrambe le cose solo con un po' di calma, almeno questo mi piacerebbe. Cioè avere tempo per dire adesso mi dedico alla scrittura o al live e quindi vorrei che tutto il mio universo e tutta la mia energia si concentrasse su questo. Abbiamo fatto 10 dischi in studio siamo stati ovunque, in tutto il mondo, in Italia e in Europa, negli Stati Uniti, in Asia, ovunque, quindi adesso mi piacerebbe potermi godere questa fase matura con un po' di tranquillità, anche perché non ho più voglia di fare un disco veloce. Poi c'è la consegna, poi la promozione, poi giornata a Milano, giornate a Roma. Poi c'è da fare il videoclip. Poi c'è da partire per il tour e poi due settimane di stop, poi andiamo in estiva. Non ce la faccio più. Ho proprio bisogno di dare il tempo giusto alle cose, con un relax mentale per poterci lavorare su, cose di cui poi sarei soddisfatto. Dopo 10 album è un po' arrogante, forse da parte di qualsiasi artista, pretendere di scrivere il disco o la canzone più bella della carriera. Notoriamente le cose più interessanti, chiunque, le fa inizio carriera, perché poi è come le vene aurifere: a un certo punto si esauriscono. Allora però subentra molto “mestiere”, anche nel senso buono. È con il “mestiere” che conosci dei metodi per costruire, per scrivere, per arrangiare. Questa tua professionalità, che prima non conoscevi, è un elemento importante da curare per far sì che una composizione, ad esempio, non abbia difetti in origine che magari in altre fasi della carriera poteva avere. Devi sempre dire: “Ok, questo è quello che sono oggi, questo è quello di cui voglio o posso parlare oggi”. Non posso fare testi adolescenziali, non posso scrivere “Sex” e cose simili, che a 56 anni non sarebbero più credibili. Quindi devo trovare un linguaggio e delle tematiche che mi rappresentano perché non voglio neanche minimamente sfiorare il ridicolo. Vorrei scrivere cose che ci rappresentano, che ci raccontano e che abbiano una minima pretesa di emozionare gli ascoltatori. Altrimenti il giochino per me è finito.
I Negrita sono stati una band importante per il patrimonio musicale italiano con una buona visibilità all’estero. In questo momento sembra che tutto ciò sia rappresentato dai Maneskin. Che ne pensi?
Ma no! Siamo due universi completamente distanti e non solo temporalmente. Sono due cose completamente diverse e imparagonabili. Premessa: sono felicissimo che questi quattro ragazzi ventenni, abbiano questo tipo di riscontro, perché certi cromosomi li riconosce chiunque abbia fatto il rock, si capisce che dentro di loro ci sia qualche cosa che somiglia al rock. Ovviamente però appartengono ad una generazione completamente diversa, che vive questo genere di musica, tra virgolette, sul viale del tramonto o almeno alla fine dell'arcobaleno. Noi l’arcobaleno l'abbiamo vissuto un po' più in alto, nel senso che siamo partiti negli anni ‘90, che dopo i ‘60 e ‘70 hanno prodotto una marea di musica rock bellissima. Con loro siamo su due circuiti diversi, corriamo due gare differenti. Penso che i Maneskin partano dal rock ma sono figli di una politica di marketing e discografica che è assolutamente nuova, nata negli ultimi anni; quindi loro sono il prodotto di questo nuovo modo di intendere la musica, che fa molto affidamento anche sull'immagine più che sulla musica e basta. Però alla fine anche la mia generazione ha avuto fenomeni del genere, magari più vicini al pop, penso a Michael Jackson, Madonna, Duran Duran, quel pop che è diventato spettacolare entrando nei grandi eventi, nelle arene, eccetera. Noi veniamo dal mondo dei gruppi di base, dall'underground, fondamentalmente dalle cantine. Quindi abbiamo un atteggiamento completamente diverso. I Maneskin poi hanno avuto la fortuna di piacere a qualcuno di enormemente importante e potente che li ha portati in giro per il mondo. Però in prima classe, mentre noi abbiamo sempre viaggiato in terza, con lo zainetto e la chitarra. E c'è differenza.
Ma sostanzialmente ti piacciono? Li ascolti volentieri?
No, non li ascolto fondamentalmente perché non mi parlano di cose che m’interessano, nel senso che li ascolta mia figlia. A volte mia moglie. Non mi ci ritrovo perché è un tipo di musica comunque tagliata per una certa generazione alla fine. Però se devo ascoltare altre schifezze preferisco loro. Rappresentano tutti gli stilemi del rock and roll come se fossero un po' campionati, Però, credo che se non vengono triturati dal sistema, abbiano le possibilità e le qualità per poter anche tirar fuori delle cose un pochino più, come dire?, vissute, più reali, con più sostanza.
Tu hai detto che ormai il rock è sul viale del tramonto. È così? Ne sei convinto?
Io non riesco a leggere il futuro, però la sensazione è un po' quella. Sono quasi 70 anni che il rock produce cose nuove a un ritmo piuttosto elevato. Le idee prima o poi cominciano a scarseggiare, quindi va da sé che se non vuoi essere ripetitivo, adottare i cliché già visti e ripeterli, devi cercare delle novità. Ma le novità sono sempre più rare e difficili. Abbiamo vissuto periodi in cui il rock si è mischiato alla musica popolare folk, poi in un secondo momento all'elettronica. Il rock ha sempre avuto la capacità e la facilità di sapersi trasformare in maniera camaleontica a seconda del tempo che stava vivendo. Ora mi sembra che di roba rock di grande potenza come la possiamo intendere noi, anche in forma molto allargata, non ne sto vedendo ormai da anni. Questa musica riusciva, nei decenni passati, a coinvolgere masse di persone, oggi il rock non è più la musica popolare per antonomasia e va a essere un prodotto, con un termine brutto e antico, di nicchia, un qualcosa che devi andare a cercare perché non te lo sparano in faccia ogni giorno. Oggi ti colpiscono con tanta musica italiana. Una rivoluzione che riporta ai ‘60 primi ‘70, all'epoca di Battisti, Mina, Celentano, dei cantautori, però quello che oggi ti sparano in faccia sono le Elodie, Annalisa, Blanco, Mahmood eccetera. C'è una seconda fascia, che i media considerano un po’ meno, che vede realtà che si fanno spazio da sole, parlo di Salmo, Marrakech, Fabri Fibra. Però, ecco, che per la musica rock in Italia o parliamo dei vecchi Negrita, dei Litfiba, degli Afterhours, dei Subsonica oppure... dei Maneskin? Ci siamo noi degli anni 90 o ci sono i Maneskin. Non c'è altro.
Voi avete una lunga frequentazione col mondo della musica live. Anche questo è cambiato in maniera drastica. Come vedi adesso la situazione?
Vedo dei prodotti, troppo confezionati che accecano, abbagliano perché sono produzioni che costano l'ira di Dio, che noi negli anni ‘90 le vedevamo solo addosso ai musicisti internazionali. Adesso sono patrimonio di qualunque musicista nostrano. Quindi vuol dire che è cambiato il concetto di live da parte di chi lavora, diciamo della “mano negra” della musica, che sono discografia, i management e anche booking, i mega booking. È cambiato l'atteggiamento, si punta molto sull'immagine, d'altronde viviamo nell’era dell’immagine, stiamo vivendo dentro dei social dove tutto è immediato, dove trovi un contenuto che dopo tre secondi sparisce e ne arriva un altro, sempre in un continuo scrolling. Noi facciamo un po' fatica ad accettare questa cosa, un po' perché non abbiamo voglia, un po' perché non ci piace e un po' perché viviamo una fase della carriera che non ce ne frega un cazzo. Noi non abbiamo neanche il logo sul palco, abbiamo un palco rock, nero, con ferro, diciamo old style, con poche concessioni alla spettacolarità visuale, quella che non fa parte del nostro corpo. Preferiamo la massima concentrazione sull'esibizione dei musicisti, della band. Il sound è la cosa che a noi ha sempre interessato. Le parole erano sì necessarie, ma l'attenzione sulla scrittura dei testi è arrivata un po' più tardi. Non ci interessava nemmeno, all’epoca delle grandi Tv musicali, fare un videoclip bellissimo. Preferivamo la nostra sostanza ed essenza musicale.
Negrita Tour 2023. Le Date
30.09 Brescia, Gran Teatro Morato
01.10 Fossalta di Portogruaro (Ve), Palmariva Live Club
06.10 Napoli, Casa Della Musica
07.10 Modugno (Ba), Demodè
13.10 Nonantola (Mo), Vox – SOLD OUT
14.10 Nonantola (Mo), Vox – SOLD OUT
18.10 Ciampino (Ro), Orion – SOLD OUT
20.10 Firenze, Tuscany Hall
21.10 Senigallia (An), Mamamia
24.10 Milano, Alcatraz – SOLD OUT
25.10 Milano, Alcatraz
27.10 Venaria Reale (To), Teatro Della Concordia
28.10 Fontaneto D’Agogna (No), Phenomenon
30.10 Ferrara, Teatro Comunale – SOLD OUT
31.10 Mantova, Palaunical
02.11 Trento, Sanbapolis
03.11 Padova, Hall – SOLD OUT
10.11 Cesena, Vidia
11.11 Cesena, Vidia