Riscoprire Mac Miller partendo dalla fine
Nel settembre 2018, a causa di un'overdose di cocaina, Fentanyl e alcol, all'età di 26 anni, se ne andava uno dei rapper più importanti, anomali e unici degli ultimi anni: Malcolm James McCormick, in arte Mac Miller. Un artista capace di mettere in musica fragilità, solitudine, dolcezza, malinconia, accettazione dei propri limiti e riflessioni agrodolci sull’esistenza come pochi altri coetanei. Il tutto con una ricerca sonora che ha scavalcato i confini del rap per abbracciare la musica tout court, sperimentando e arrivando a una precisa cifra stilistica. Miti del mondo hip hop come Jay-Z ne hanno riconosciuto l’importanza e il peso nella storia: famoso un suo tweet del 2017 che Mac Miller decise di incorniciare. Il suo esordio da indipendente nel 2011 con “Blue Slide Park” , poi la scalata delle classifiche e passo dopo passo, album dopo album, l’arrivo a “Swimming” nel 2018, con la sua anima malinconica e funk, con testi profondi che affrontano anche temi delicati come la salute mentale. “Swimming”, che segna definitivamente la sua evoluzione e l’approdo verso un approccio più viscerale, è considerato uno dei suoi gioielli, ma per riscoprire Mac Miller è suggestiva l’idea di partire dalla fine, da “Circles” del 2020, il suo album postumo.
Sui dischi usciti “dopo” la morte di un artista, si potrebbe scrivere un libro. Un volume dalle tinte fosche, perché molte di queste pubblicazioni sono in realtà mere operazioni commerciali. Ma non è il caso di “Circles” che invece restituisce un Mac Miller incredibile: è un disco completamente diverso da quelli dei suoi esordi, è minimale, jazzato, con parti cantate, dal quale emerge una voce rotta e quasi sofferente che fa vibrare l’anima e la pelle. In “Circles”, come abbiamo ricordato nella nostra recensione, il gruppo di lavoro è sempre lo stesso del precedente “Swimming” del 2018; primo fra tutti Jon Brion, che ne è stato produttore e che oggi possiamo considerare una sorta di co-autore di questo ultimo progetto, per l'apporto fondamentale della sua mano che permea ogni nota. Se “Swimming” si allontanava dal canone hip-hop per intraprendere una strada sonora ben precisa fatta di neo soul, rap e atmosfere jazz marcate, in “Circles” la parte rap si riduce ancora di più, sostituita da molti frangenti cantati che rendono la figura di Miller ancora più delicata.
In “Swimming” il messaggio era molto chiaro, con il nuoto come metafora di chi aveva raggiunto il fondo (depressione e dipendenze varie) e che ora era alla ricerca di un faro che lo portasse in una zona di salvezza. In “Circles” invece la lotta con sé stesso non ha preso il sopravvento, ma anzi è terminata. Si è raggiunta una pace, a denti stretti. E, purtroppo, i riferimenti alla morte, quasi fosse un presagio, sono tanti. Pezzi come la traccia omonima che offre il titolo al progetto, “Good news”, la bellissima “Woods”, “Hands”, “Surf” compongono l’ossatura di uno degli album postumi più significativi degli ultimi anni. E, riascoltandolo, non rimane addosso solo la sensazione di aver goduto di grande musica, ma anche quella di aver percorso con Mac un cammino fuori dalle mode e dalle tendenze del rap, con il solo obiettivo di raccontare la parte più profonda di sé attraverso una musica che non vuole paletti. In più momenti della sua carriera quel ragazzo dagli occhi malinconici e il sorriso sincero avrebbe potuto seguire strade più remunerative e musicalmente confortevoli, ma ha preferito nuotare, anzi, non poteva fare a meno di nuotare, alla scoperta del perché di quel vuoto che non riusciva a colmare.