Rock on the wild side: I Rolling Stones e un paparazzo del cazzo

Storie buffe e meravigliose per le domeniche d'estate 
Rock on the wild side: I Rolling Stones e un paparazzo del cazzo

Massacrante: l’aggettivo giusto per l’“American Tour 1972” degli Stones. Partito il 3 giugno da Vancouver, ora del 17 luglio gli Stones avevano ormai sulle spalle 39 concerti, in 28 città, spalmati nell’arco di 6 settimane, con un’unica pausa significativa, tra il 30 giugno e il 3 luglio: 4 giorni passati chi a Memphis, a casa di Donald “Duck” Dunn (sì, il bassista di Booker T & the M.G.’S  e poi dei Blues Brothers, tra grigliate e jam sessions) e chi alle Isole Vergini. Dopo un mese e mezzo così, avrei voluto vedere chiunque, chi-un-que, andare avanti senza degli aiutini. Quali erano quelli degli Stones lo han detto in tanti, ma nessuno meglio di Tony Sanchez, l’assistente personale di Keith: “Le droghe erano ovunque in questo tour - barattoli di cocaina, eccitanti e tranquillanti. Jagger sniffava un sacco di coca prima di ogni spettacolo; sentiva che non poteva salire lassù per ballare e urlare senza quella botta che gli lacerava il corpo. Keith si faceva così tanta eroina che sul palco era un inquietante, barcollante relitto - l'archetipo di una superstar del rock fuori di testa e drogata - e i ragazzi lo amavano per questo. La tequila era la bevanda degli Stones in questo tour; popper e coca, la loro droga”.

E infatti per tutti quello era l’“STP Tour”: chi diceva che la sigla derivasse dalla scritta sui pass, “Stones Touring Party”; chi da “Start Tripping Please” (“Inizia il ‘viaggio’, per favore”); chi dall’STP, mescalina mischiata con amfetamina, pilloline dette “Serenity, Tranquility and Peace”; chi da “Stop Teasing Polacks”, “Smetti di prendere in giro i polacchi”, laddove il polacco in questione era l’amico spacciatore di Keith, il 49enne Freddie Sessler; e chi, appunto, lo faceva derivare da “Stones, Tequila and Popper”.

Due parole definiscono gli Stones a metà luglio: stanchi e nervosi. Il 17 poi, a Montreal, in Canada, un loro camion esplode per una bomba dei separatisti francesi. Da lì in poi va tutto storto. La sera dopo si suona a Boston. Gli Stones, si sa, si alzano tardi. E il pomeriggio di quel dannato 18 luglio l’aria condizionata del loro Lockheed L-188 Electra non funziona. La lingua dipinta sulla fusoliera più che sexy pare boccheggiante per il caldo. A Chris O’Dell, ex assistente dei Beatles e amica personale di Mick e Keith, tocca organizzare i passatempi: Stones e crew giù dall’aereo per una sfida a calcio, mentre lei, al megafono, incita le squadre; e le altre donne della comitiva a fare le ragazze pon-pon. Non dura molto: le autorità dell’aeroporto fan risalire tutti sull’aereo, ad aspettare che il pilota ripari quella cazzo di aria condizionata. Due ore ci mette, ma finalmente si parte.

Secondo problema: a Boston c’è la nebbia, troppa per atterrare. Il pilota decide di puntare sull'aeroporto Theodore Francis Green di Warwick, Rhode Island, ignorando che il tour manager degli Stones, Peter Rudge, avrebbe già predisposto tutto per scendere a Bedford nel Massachusetts. Grave errore. Gli Stones a Warwick? Questa è una notizia! E così il Providence Journal spedisce a fotografarli il suo fotografo Andy Dickerman, che avvista la band e la STP crew davanti alla caserma dei vigili del fuoco, bagagli a terra. Molti non sanno neanche di essere in Rhode Island, né che Peter Rudge non sa ancora come portarli a Boston, una volta sbrigate le formalità con la dogana; Keith poi, figurarsi: “Mentre stavano perquisendo tutti i bagagli mi ero addormentato sul paraurti di un carro dei pompieri, uno di quelli vecchio stampo, bellissimi, tutti ondulati e con grossi parafanghi”. Le otto di sera: il concerto dovrebbe iniziare alle 20.30; gli Stones, a 100 km. dal Boston Garden, sono già in fottuto ritardo. Ma ad Andy Dickerman, che pure è loro fan, tutto questo non importa: è solo qualche foto; un lavoretto facile, pulito, mentre le operazioni della dogana vanno a rilento. Gary Stromberg, P.R. degli Stones, prova a dissuaderlo: “Stiamo sgomberando la dogana, amico... Senti, è stata una giornata dura e tutti sono nervosi. Ti dico che se dai fastidio a queste persone, saranno guai...”.

“Ho il pieno diritto legale di scattare foto”.

“E io ho uno che starà con te e si assicurerà che tu non le faccia”, insiste Stromberg.

“È mio diritto”, alza la voce Andy. E scatta una foto, col flash in mano, come nei film anni ’50.

“Ok, basta così”, dice Stan Moore, responsabile della sicurezza, prendendolo per il polso e allontanandolo. “Te l'hanno detto con le buone; forse non hai capito. Niente foto”. Andy impazzisce; cerca un poliziotto; trova un sergente che lo scorta dagli Stones.

“Non ti permetto di fare foto”, fa Stromberg.

“E se lui dice no”, aggiunge Moore, “è no. E lo farò rispettare”.

Così comincia un assurdo balletto: Andy scatta e Stromberg e Moore gli saltano davanti, come se giocassero a pallavolo in difesa, ostruendogli il capo visivo e beccandosi il flash. Lui si gira verso Bill Wyman, e  loro lì, hop! E via così: un catenaccio che neanche la Triestina di Nereo Rocco nel 1947-48. Andy sta ormai facendo la figura del coglione, e Jagger, se c’è da perculare qualcuno, mica si tira indietro. Così gli va alle spalle e gli mostra la lingua, sfidandolo a scattare. Andy ci prova, ma Jagger è già dietro a Chris O’Dell. Il sergente sta a guardare, divertito: probabilmente pensa che questi sono tutti scemi. Rudge allora prova a mediare: “Va bene. Cerchiamo di essere ragionevoli. Sergente? Signor Dickerman? Quante foto vuole?”.

“Non saprei”.

“Mi dica solo quante gliene servono, io mi metterò d'accordo con la band e faremo tutto in fretta. Dovevano essere sul palco mezz'ora fa. Può prendere quello che le serve e andarsene. Sergente? Sono stato ragionevole?”

“Non so quante me ne servano. Voglio restare qui e scattarne quante ne devo.”

“Ehi, amico”, interviene Stan. “Quest'uomo te ne concede cinque o sei. Perché non le fai, ti accontenti e te ne vai?”.

“Non sono obbligato...”

“Sergente?” implora Rudge, con un'espressione sofferta sul volto. “Sergente? Non siamo forse ragionevoli?”

Ronaldo deve ancora nascere, ma il suo spirito si impossessa di Dickerman. Parte di corsa, scarta la barriera della crew, punta su Jagger, che lo vede e fa a Chris: “Girati. Sta arrivando”. Allora Andy con la coda dell’occhio intravede Keith, sempre addormentato sul paraurti, e va su di lui: FLASH! “A un certo punto sentii una vampata improvvisa di calore: un flash sparatomi in faccia. Scattai e agguantai la macchina fotografica, vaffanculo, e mi misi a malmenare il paparazzo”.

“Mi ha colpito! MI ha colpito”, strepita quello.

“Arrestate quell’uomo!”, fa il sergente.

Chris O’Dell: “Mentre i poliziotti si dirigevano verso Keith, lui con molta calma mi porse la sua borsa di pelle marrone. Sapevo cosa c'era in quella vecchia borsa di pelle consumata. Era piena di droga. Keith la portava con sé ovunque andasse. «Prendi questo», disse, muovendo appena le labbra. Presi la borsa e cercai di fare finta di niente, allontanandomi di qualche passo da Keith. Il mio cuore batteva all'impazzata, pensando che forse la polizia aveva visto la consegna, o che quel cazzo di fotografo avrebbe improvvisamente gridato: «Ha la sua droga!». E sarebbe stata la mia fine”.

Ma ecco Jagger, in contrasto deciso: “Che cazzo stai facendo, amico?”, urla, con il collo proteso in avanti e le vene che pulsano. “Non ha fatto niente. Che cazzo sta succedendo qui? Abbiamo uno spettacolo stasera e c'è un sacco di gente che aspetta”. I poliziotti non fanno una piega. Allora Mick dà di matto: “Se volete incriminarlo, ok, ma arrestarlo sarà una seccatura più per voi che per noi. Capite cosa intendo? È una cosa stupida da fare, arrestarlo...”.

“Arrestate anche lui”, fa il sergente. Urla, spintoni, Jagger butta a terra un poliziotto: “Siete in tre! Tre di voi da arrestare”, sogghigna mentre lo ammanettano. In quel momento Marshall Chess, direttore della Rolling Stone Records, arriva di corsa urlando: “Stupidi stronzi figli di puttana!”. Taaac: manette. Robert Frank, il 48enne regista amico dei poeti della Beat Generation, incaricato dagli Stones di girare un documentario sul tour (sarà il famigerato “Cocksucker Blues”), filma tutto, ma inavvertitamente ostacola i poliziotti: arrestato. “Non rompetemi il braccio, cazzo!”, urla mentre glielo torcono e lo spingono nel furgone della polizia. E lì gli agenti restano sospesi, per un attimo infinito; poi il sergente dice a Stan Moore che deve arrestare pure lui, perché Dickerman afferma che anche lui l’ha aggredito; siccome Moore è un ex poliziotto, niente manette e l’onore di sedere a fianco dell’autista. Il furgone parte; Keith, dal retro, sente un poliziotto comunicare via radio alla centrale: “Li stiamo portando dentro. Quattro papponi e un ebreo”. L’ebreo è Frank. Benvenuti nel Rhode Island Reich.

All’aeroporto restano il sergente, altri agenti, il resto degli Stones e della crew: “Se ne pentirà, sergente”, promette Rudge.

Charlie Watts invece ce l’ha con Dickerman: “Paparazzo! Avrei saputo io che farci”.

“Brutta merda”, fa il tastierista Nicky Hopkins a denti stretti.

“Assurdo”, sbuffa Bill Wyman.

“È meglio che mi porti dentro adesso”, dice il sassofonista Bobby Keys al sergente, “perché appena te ne vai, spacco la bocca a quello sfigato”.

“Anch'io”, gli fa eco, rabbioso, il trombettista Jim Price.

“Quindi risparmiatevi un viaggio”, insiste Keys, “e prendetemi adesso. Vi assicuro che appena lo lascerete qui gli spaccherò la faccia”. Keys e Price imprecano, sputano e si arrabbiano, ma incredibilmente il sergente non li arresta.

Rudge intanto è negli uffici dell’aeroporto, con tre cornette del telefono in mano: chiama il promoter di Boston, gli avvocati newyorkesi degli Stones e uno del posto, che prega di andare alla stazione di polizia. Quindi racimola un vecchio scuolabus giallo, e ci carica i superstiti. Stanno per partire per Boston quando si accorge che manca Bobby Keys. Lo trova ancora sulla pista di atterraggio, che urla: “Venite, maiali, vi sto aspettando!”.

“Bobby”, fa Rudge, “l'autobus... l'autobus”.

“Non vado da nessuna parte senza i miei amici”.

“Bobby, ti prego. Ce ne occupiamo noi. Se vuoi aiutarli, sali sull'autobus. Per favore. In questo modo non aiuterai nessuno”. Sono cinque minuti lunghissimi. Alla fine Keys sale. L’autobus parte. Lo aspetta più di un’ora di tragitto. Rudge va alla stazione di polizia.

Al Boston Garden, intanto, è il panico. Per due ottimi motivi. Il primo è che i quartieri sud di Boston sono nel pieno di una rivolta: i poliziotti erano stati troppo maneschi negli arresti effettuati durante la celebrazione della Giornata portoricana al Blackstone Park. Il secondo è che i 14.000 che aspettano gli Stones potrebbero incazzarsi, molto, se la band non suonasse. Chip Monck, direttore di palco, implora Stevie Wonder, che ha aperto quasi tutte le date del tour, di prolungare il suo set. Wonder esce sul palco alle 20.20; suona due ore; concede mezz’ora di bis; torna sul palco, fa un’altra canzone; quindi se ne va, esausto. E metà Stones ancora marcisce in una prigione del Rhode Island. Monck esce sul palco, una, due volte: invoca un guasto tecnico; poi un ritardo aereo; e si prende tutta la merda che 14.000 persone incazzate gli scagliano addosso.

Quando viene informato della situazione, il sindaco di Boston Kevin White alza la cornetta del telefono e chiama Rudge. Alla stazione di polizia si fa il silenzio: “Sì... Capisco, signore... No, signore. Le assicuro che posso portarli lì, signore. Sì, signore. Può richiamarmi qui, signore, sì”. Quindi White chiama il governatore del Rhode Island. Intanto, il capo della polizia di Boston sente il collega di Warwick: “Ho 14.000 ragazzi qui che aspettano gli Stones. Non voglio una rivolta se non si fanno vedere. Quindi facciamo un accordo. Li fai uscire subito e ti devo un favore. Se non li lasci uscire ti vengo a prendere”.

“Sono già fuori”.

“E puoi dargli anche una scorta?”. Certo che può dargliela.

A Boston, il sindaco affronta la folla del Boston Garden. Quando, alle 23, sale sul palco, è la sagra del vaffanculo: “Ho una cattiva notizia e una buona notizia. Quella cattiva è che i Rolling Stones sono stati arrestati a Warwick, Rhode Island, circa due ore fa”.

“Vaffanculo! Vaffanculo!”.

“La buona notizia è che ho chiamato il governatore del Rhode Island e li ho fatti uscire e ora stanno venendo qui”.

“Yaaaaaaaaaaaaaa, Kevin, Kevin, bravo Kevin!”

“Ma ora avrei bisogno che facciate qualcosa per me. Mentre sono qui a parlare con voi stasera, la mia città è in fiamme. Porterò via un po' di polizia da qui. E voglio che mi facciate un favore: dopo la fine del concerto: andate a casa. Terremo aperta la metro per voi fino alla fine dello spettacolo. E quando finisce, per favore, andate a casa. Non andate in giro. Non scendete a sud. Andate semplicemente a casa. Lo apprezzerò molto. Grazie”.

A Warwick, gli Stones e la loro crew salgono su due limousine scalcagnate, scortati dalle moto della polizia, a 100 all’ora. Al confine di Stato, due auto piene di agenti in borghese di Boston e cinque pattuglie di motociclisti prendono il posto degli agenti del Rhode Island. Gary Stromberg: “Quando ci avviciniamo alla città vediamo questo spaventoso bagliore rosso degli incendi, e pensiamo che i fan degli Stones stiano saccheggiando Boston!”. È invece la rivolta, che dal South End si è spostata a Brooklyne e Hyde Square. Alla radio un DJ mette una marcia del Terzo Reich. Gli Stones ascoltano e sfrecciano nella città in fiamme, mentre una tempesta colpisce il Rhode Island lasciandolo senza elettricità, nemesi degli dei. Alle 00.46 salgono sul palco; Jagger promette un grande spettacolo; nel backstage c’è Chris O’Dell, con in mano la borsa di pelle di Keith. Eccolo; avanza verso di lei, che gli chiede: “Stai bene?”

“Sì”, le fa lui, prendendo la borsa con un enorme ghigno da mascalzone. “Ora sto bene, proprio bene”.

La fotografia dell'articolo è pubblicata non integralmente. Link all'immagine originale

© 2026 Riproduzione riservata. Rockol.com S.r.l.
Policy uso immagini

Rockol

  • Utilizza solo immagini e fotografie rese disponibili a fini promozionali (“for press use”) da case discografiche, agenti di artisti e uffici stampa.
  • Usa le immagini per finalità di critica ed esercizio del diritto di cronaca, in modalità degradata conforme alle prescrizioni della legge sul diritto d'autore, utilizzate ad esclusivo corredo dei propri contenuti informativi.
  • Accetta solo fotografie non esclusive, destinate a utilizzo su testate e, in generale, quelle libere da diritti.
  • Pubblica immagini fotografiche dal vivo concesse in utilizzo da fotografi dei quali viene riportato il copyright.
  • È disponibile a corrispondere all'avente diritto un equo compenso in caso di pubblicazione di fotografie il cui autore sia, all'atto della pubblicazione, ignoto.

Segnalazioni

Vogliate segnalarci immediatamente la eventuali presenza di immagini non rientranti nelle fattispecie di cui sopra, per una nostra rapida valutazione e, ove confermato l’improprio utilizzo, per una immediata rimozione.