Rock on the wild side - Black Sabbath, Stonehenge e il nano
A settembre 1982 Ian Gillan sciolse la band che guidava da 4 anni, i Gillan, per problemi alle corde vocali che l’avevano lasciato senza voce: urgeva un’operazione alle corde vocali. Vista la stanchezza dei Rainbow di Ritchie Blackmore e i contatti tra le due ex pesti dei Deep Purple anche con Glover, Paice e Lord, la stampa fantasticava su una reunion dei Deep Purple: a primavera 1983 arrivò invece, su istigazione del loro manager Don Arden, un’inaspettata proposta dei Black Sabbath, mollati da Ronnie James Dio. Gillan, vecchio hippie che aveva impersonato Gesù nell’album “Jesus Christ Superstar”, era a disagio con il puzzo di zolfo che promanava dai Sabbath: “All'inizio non volevo nemmeno sentirne parlare. Non mi è mai piaciuta l'immagine dei Sabbath e avrei potuto avere un atteggiamento negativo anche nei confronti dei membri della band”. Ma un pranzetto alcolico nel pub The Bear di Woodstock, nell’Oxfordshire, con Tony Iommi fece svanire le perplessità di Ian. Così, il 6 aprile, rimandata l’operazione di Gillan, una conferenza stampa al night Le Beat Route di Londra annunciò al mondo lo strano connubio, rafforzato dal ritorno di Bill Ward, storico batterista del Sabbath, incredibilmente e momentaneamente sobrio.
I quattro si misero al lavoro sul disco che avrebbe dovuto essere firmato Gillan, Iommi, Geezer e Ward, perché di Black Sabbath non si poteva parlare, avendo alla voce lo storico cantante dei Deep Purple. Non per Arden, però: e così il 7 agosto uscì “Born Again”, attribuito ai Black Sabbath, con in copertina un neonato rosso con denti aguzzi, artigli e corna demoniache. “Mi avevano spedito un pacco con 20 copie del disco”, ricordò Gillan. “Ho visto la copertina e ho vomitato. Poi ho sentito il disco e ho vomitato ancora”. Per Gillan, il missaggio era pessimo.
Da qui in poi andò tutto male. Il tour incombeva, e c’era la questione dell’immagine. Il vecchio hippie non sapeva che indossare. Iommi suggerì: "Tutti qui si vestono di nero o di pelle".
“Io non mi vesto di pelle".
Ma era difficile cantare nei Black Sabbath con camicie a fiori, così, controvoglia, Gillan si fece fare 5 o 6 gilet di pelle nera, e alla fine pure i pantaloni di pelle.
Poi Ward mollò: l’alcolismo di Gillan e la passione per la cocaina di Iommi non erano un toccasana. Arrivò un vecchio amico dei tempi di Birmingham, Bev Bevan della Electric Light Orchestra: non esattamente un hard rocker.
Quindi ci fu la questione dei testi, che Gillan non aveva mai imparato a memoria neppure quando li scriveva lui, ai tempi dei Deep Purple, facendo felici migliaia di bootleggers. Prima dell’inizio del tour, previsto per il 18 agosto a Drammen, in Norvegia, Gillan passò un’intera notte con la futura moglie Bron a scrivere i testi su grandi fogli: “L'intera scaletta stava in una cartella che appoggiavo sul pavimento e di cui imparai a girare le pagine con il piede. Passai ore in cucina a esercitarmi in questa tecnica. Dissi alla troupe di montare un paio di monitor a cuneo per nascondere i fogliettoni al pubblico”. Non servì: come risuonarono le prime note, Gillan vide “nuvole di ghiaccio secco alte fino alle ginocchia che attraversavano il palco venendo verso di me”. Fu costretto a inginocchiarsi per leggere i testi, mentre a bracciate cercava di diradare il fumo. Vedendo quello che lo stesso Gillan definì “un cantante demente alto un metro e mezzo”, qualcuno delle prime file urlò: “È Dio, hanno ripreso Ronnie James Dio!”. Gillan non osava guardare Iommi e Geezer, presumibilmente incazzati, così si girò verso Bevan, il cui sorriso divertito ed ebete gli fece ancor più male.
Iommi cercò di essere positivo: “Non puoi tenere tutti i testi lì davanti”.
“Li ho quasi imparati. Li saprò presto!”. Ma non ce la fece mai.
Un altro problema delle radici fricchettone di Gillan furono i bonghi. Qui Iommi perse le staffe: “Non puoi usarli!”.
“Li ho sempre usati quando ero con i Purple”.
“Nei Black Sabbath non esiste ci sia un set di bonghi davanti a te”.
“Beh, non so cosa fare con le mani senza. Sono abituato a suonarli”.
“Sarebbero terribili al centro del palco questi bonghi del cazzo!”.
“E se li mettessi di lato, vicino a Geezer?".
Così fu. Quindi alla crew venne l’idea di legarli a una corda per spostarli mentre Gillan li suonava, in modo da dare risalto ai solo di Iommi. Ma fu un disastro: “Quando li tirarono, i bonghi traballarono e quasi caddero. Ma Ian continuava a cercare di suonarli. Alla fine siamo riusciti a liberarci di loro, per fortuna”. Un’altra volta, a cadere fu lo stesso Gillan, inciampando nella pedaliera di Iommi: battè la testa contro un amplificatore, ma si rialzò con un guizzo per far credere che tutto facesse parte dello show.
Eppure tutto questo non sarebbe stato nulla, se Don Arden non avesse voluto una scenografia spettacolare per la band, prima di affrontare le Americhe a ottobre. Geezer, ispirato dallo strumentale “Stonehenge” presente nell’album, ebbe l’idea: “Perché non facciamo qualcosa che assomigli a Stonehenge, con le pietre e tutto il resto?”. Iommi approvò, Geezer fece lo schizzo e indicò le proporzioni in centimetri, che in Inghilterra non si usano; in più ebbe la cattiva di idea di rispondere ai rappresentanti della Light and Sound Design, la società di Birmingham incaricata di realizzare l’allestimento, che gli chiedevano come si immaginava Stonehenge: “A grandezza naturale, ovviamente”. Errore fatale: i centimetri vennero presi per pollici e le parole di Geezer alla lettera. Quando la scenografia arrivò la band fu scioccata: “C’erano colonne enormi sul retro, larghe quanto una camera da letto media, mentre quelle sul davanti erano alte circa 3 metri, e c'erano tutti i monitor e i riempimenti laterali, oltre a tutta questa roccia. Era fatto di fibra di vetro e legno, e pesava un casino”, ha ricordato Iommi. I Sabbath suonavano in stadi di football o arene per l’hockey su ghiaccio, eppure la scenografia non entrava tutta sul palco. E così fu a questo che si ispirarono gli Spinal Tap per la scena della scenografia di Stonehenge in miniatura nel loro falso documentario “This is Spinal Tap” dell’anno successivo.
Ma perché non peggiorare le cose? A Toronto Gillan e Bevan notarono un nano che si aggirava tra le quinte: “Che ci fa qui sto tipo?”
“Forse è il parrucchiere di Ronnie Dio”.
“Qualcuno si è dimenticato di dirgli che Ronnie ha lasciato la band”.
Ah ah ah. Quando scoprirono la verità, smisero di ridere. Iniziato il soundcheck, il nano apparve in un costume rosso, con corna e unghie lunghe, impersonando il bambino della copertina dell'album. Iommi, ahilui, già sapeva. La sera prima, dopo il concerto, Don Arden l’aveva chiamato a vedere una cosa; lo fece aspettare fuori da una stanza e poi gli diede il via libera: “Era buio e abbiamo visto questi occhi rossi che ci scrutavano. Accidenti! Ho acceso la luce e c'era questo nano vestito di gomma che sembrava il bambino della copertina”. Iommi pensò: “Cazzo, Don ha esagerato!”. Ma lui, trionfante: “Sarà una grande aggiunta allo show!”.
Sotto gli occhi dei Sabbath, l’orrore si consumò. Mentre un nastro preregistrato diffondeva urla e gemiti distorti di un bambino, il nano iniziò a strisciare lungo la cima di uno dei pietroni di Stonehenge, “urlando a squarciagola, finché, all'improvviso, si è alzò, urlò, urlò e urlò un'ultima volta, prima di cadere all'indietro su un materasso sottostante”, ha ricordato Gillan. “Dopo alcuni momenti di silenzio (forse per lo shock), i nostri roadies entrarono in scena vestiti da druidi, con tanto di cappuccio, al suono di profondi rintocchi di campana, e a quel punto avremmo dovuto precipitarci a suonare”. I quattro Sabbath si precipitarono da Arden: “Senti, non possiamo permetterlo, è di pessimo gusto”.
Ma lui: “Voi ragazzi suonate e lasciate a me il compito di occuparmi dello spettacolo. Date ai fans ciò che amano!”.
Il guaio era che il nano, che aveva recitato in “Star Wars”, se la tirava un casino per questo. Non la migliore politica per rendersi simpatico alla crew. Poche notti dopo sparì: “Che fine ha fatto il nano?”, si preoccupò Iommi. Lo trovarono chiuso in una valigia, che stava per soffocare. Un altro giorno sempre Iommi, andando a fare il soundcheck, sentì urlare: “Aiuto! Aiuto!”. Alzò lo sguardo e lo vide appeso a una catena, a testa in giù, dolorante per le bastonate. Infine, una sera l’attore, dopo la consueta recita iniziale, cadde all’indietro urlando come al solito. Stavolta le grida non cessarono subito, ma continuarono fino al termine del primo pezzo, quando qualcuno andò a vedere. Qualcuno aveva portato via il materasso e il nano nella caduta aveva urtato il bordo della pedana della batteria. La sera successiva non c’era più. Iommi: “Per poco non si era rotto l'osso del collo. L'avrebbero ucciso, se non l'avessimo licenziato”.