Omar Pedrini si sente sospeso e lo racconta in un disco personale
Parlare con Omar Pedrini è sempre un’esperienza interessante e stimolante. Si parte da un disco e si aprono mille altre porte, si entra in riflessioni distanti tra loro ma pur sempre collegate, conseguenti. Così è stato anche questa volta.
L’occasione era quella di farsi raccontate “Sospeso” il suo nuovo album, il sesto da solista, che arriva sei anni dopo “Come se non ci fosse un domani” del 2017. In realtà “Sospeso” è già di suo un contenitore di “contenuti”, di argomenti e quindi è facile prendere il largo navigando con le parole.
Omar ha avuto e ha tante vite, che hanno, ed hanno avuto, come fulcro la musica, ma allo stesso tempo è un “intellettuale” e un contadino, che vive un bel rapporto con la terra che (in Toscana) cura direttamente producendo vino.
Ma Pedrini è anche uno che oggi assapora la vita, la accarezza, la guarda in faccia e l’apprezza, figura oramai lontana da quella della rockstar maledetta, i cui abiti in gioventù ha anche indossato. Ma soprattutto il cantautore bresciano mette tutto ciò che lo abita e molto altro nei suoi dischi e questo “Sospeso” non è da meno.
Innanzitutto, come stai?
Bene dai, devo dire l’ho sfangata anche stavolta, davvero. Il peggio è passato, ho iniziato la tournée, per le prime date mi stanno monitorando per vedere le reazioni e dopo due concerti sembra tutto a posto.
Ma com'è stato ricominciare? Come è stato ritornare sul palco?
Ogni volta è un po’ un'epifania, ricominci tutto da zero. Purtroppo mi sto abituando, dopo ogni intervento è così e ne ho fatti 5 negli ultimi due anni, un piccolo record di cui non vado fiero. (Ride) Ogni volta ho la capacità o credo l’abitudine di superare questo tipo di calvari, so resettare tutto e ripartire da zero. E poi c'è la musica che mi dà forza insieme alla mia famiglia, ai miei bambini piccoli per i quali devo tenere duro ma a volte non ti nascondo che mi cadono le braccia.
Sei un malato cronico ma sei anche un leone cronico…
Davvero! Non a caso il leone è il simbolo della mia città natale. Già ho avuto tre soprannomi: guerriero, lo zio rock, il cane sciolto e adesso mi sa che mi tocca il “leone bresciano” Me lo sono guadagnato sul campo.
Parliamo dell’album partendo dal titolo: “Sospeso”, un disco che definisci 9 canzoni e un'Ave Maria.
Quando cominci a pensare ai titoli fai dei piccoli sondaggi coi tuoi collaboratori, con l'ufficio stampa, con gli amici più fidati, e uno dei titoli doveva essere “Ave Maria per cane sciolto”. Poi ho pensato alla mia condizione di sospensione tra la vita e la morte, tra la malattia e la convalescenza, tra il lavoro e il non lavoro, eravamo nel periodo del Covid e anche il mondo era in sospeso, c'è in sospeso il pianeta, c'è la guerra, siamo tutti col fiato sospeso. Questa parola ritornava spesso e così il mio amico Pietro Galeotti, un autore televisivo che di titoli se ne intende, mi ha detto di usare solo “Sospeso”
Torniamo al concetto di 9 canzoni e un'Ave Maria. Qual è l’Ave Maria?
L'Ave Maria è la prima canzone, quella che apre il disco e che s’intitola “Dolce Maria”. Nei momenti difficili della vita si può arrivare alla spiritualità e la figura di Maria mi è molto cara. Ma quella che canto io è una Maria molto laica, non è una canzone religiosa. Io ho una forte spiritualità, molto vicina al buddismo, che frequento assiduamente. In tutto questo però la figura di Maria è quella che emerge, che sento forte. Io ho perso la mamma ormai tanti anni fa e ricordo che quando ho provato a pregare, anche se, diciamo così, ero un po’ fuori allenamento, la figura di Maria mi tornava spesso. Poi ho scoperto che è una figura comunque contemplata in tutti i testi sacri delle maggiori religioni. Quella che canto quindi è una donna. In questo modo è una preghiera che può essere utile per tutti.
Uno dei temi più evidenti di questo album è l’ambientalismo e la lotta per l’ambiente. È così?
Sì, è un tema che mi è molto caro, ma da tanto tempo. Credo che ora la difesa dell’ambiente, del pianeta sia un’urgenza. Del resto già ai tempi dei Timoria ne parlavo, non eravamo in molti e già allora mi davano del catastrofista perché collocavo nel 2020 la fine del pianeta. La canzone “Col fiato sospeso” è dedicata ai giovanissimi di “Ultima Generazione”, a quei ragazzi che lottano per avere un futuro. Sto cercando di fare un passo in più e di dire che è il momento di agire, mi sono rotto le palle di fare dischi e concerti per sensibilizzare, lo dico anche nel ritornello di “Diluvio universale”. Adesso sono necessari i fatti, vorrei vederli questi fatti. Mi piace vedere questi ragazzi che tutti stigmatizzano, che tutti attaccano, magari per i modi originali, ma pacifici, che hanno per protestare. Molti li accusano ma io voglio bene a tutte queste associazioni, ai “Friday For Future”, a “Ultima generazione”, perché comunque vanno ascoltati. Adesso è il momento in cui la politica li deve convocare, ascoltarli e non me ne frega niente del Governo che c’è. Io sono anarchico, faccio sempre discorsi politici, ma mai partitici. Invece questi ragazzi sono criminalizzati. Ogni tanto metto il naso nelle loro manifestazioni, cerco di capire le loro aspettative, le loro voglie, l'umore e di stargli vicino. Io ho dei bambini piccoli, quindi sono ancora più sensibile a queste cose.
C'è un'altra canzone “Plastic killer”, in cui si parla di anni ’80, del Plastic che è stata una storica discoteca della Milano anni ’80 e citi i “Precious Time” una tua band pre Timoria. È una celebrazione degli anni ’80?
Sono affezionatissimo a quella canzone, che è l’unica in cui c’è una collaborazione nella scrittura del testo, con Giacomo Papi scrittore, giornalista e autore televisivo per Fazio nonché mio grande amico. Io appartengo alla “Generazione X”, (i nati tra il 1965 e il 1980, Omar è del ’67 ndr) la prima generazione dopo il boom. Fino a quella generazione, come spiegava il Professor Nando Dalla Chiesa all’università, ogni figlio aveva ricevuto un mondo migliore di quello che avevano trovato i propri padri, e aggiungeva che da noi in poi ogni padre avrebbe consegnato ai figli un pianeta peggiore di quello che ha trovato. Quindi una generazione sfigata. L’ultimo decennio felice che abbiamo visto era quello degli’80 con tanta musica anche di qualità: gli Smiths, la New Wave, il post punk. Ai tempi ero giovane e da Brescia mi infilavo nelle macchine dei miei amici più grandi e si andava al Plastic fino alle sei del mattino. Era il locale simbolo degli anni ‘80 italiani. Ricordo che una notte è arrivata Madonna alle due di notte, e spesso c'era Boy George che veniva a fare il DJ. Di questo ho parlato una sera a cena con Giacomo Papi e lui ha detto che ci voleva una canzone che raccontasse quel periodo. Due giorni dopo mi ha mandato il testo, così è l'unico non mio del disco. Ai tempi del Plastic non c’erano ancora i Timoria ma il loro embrione che si chiamava Precious Time. Dopo sono arrivati gli anni ’90, la più bella stagione del rock italiano.
Questo disco non ha ospiti. È una scelta voluta?
In effetti, tra poeti, rapper, solisti, chitarristi, diversi musicisti e tanti altri amici italiani e stranieri nei miei 18 dischi avrò avuto 50/60 ospiti. Qui invece non c’è nessuno perché è un disco molto personale, intimo. l'unica persona che ha potuto mettere il naso in questo lavoro è stato Giacomo Papi perché è un amico e un intellettuale che stimo molto e il suo brano “Plastic Killer” contiene comunque concetti molto miei.
Cosa è rimasto oggi dell'Omar Pedrini dei Timoria o comunque dei selvaggi anni ‘90?
È rimasto molto, nel senso che io sono sempre quello. Adesso ovviamente ho dovuto imparare a incanalare quell’essere selvaggio. Ci sono animali da cortile e animali da voliera, Io faccio parte invece degli animali da catena. Da qualche anno i cardiologi mi hanno messo le catene, quindi devo stare lontano dalle droghe, mi è concesso bere, ma senza esagerare, e poi ho i bambini. La mia forma mentis, però è sempre quella e spesso mi capita di essere criticato per questo. Come disse anche Ligabue, si nasce incendiari e si muore pompieri, io però vorrei morire piromane.
Al di là delle questioni prettamente mediche, a cos’è dovuto il fatto che trascorrono sempre parecchi anni tra un disco e l'altro?
Esco quando ho qualcosa da dire, altrimenti faccio altro, come ad esempio il contadino nella mia tenuta in Toscana a coltivare la vite e a produrre il vino. Ho pubblicato 18 album e voglio fuggire da quei meccanismi di disco, promozione, tournée, disco, tournée. Io adesso sono un cane sciolto anche in questo, e per questo amo la mia libertà. Posso uscire con un disco quando voglio, quando me la sento, così gli ultimi tre album sono pubblicati a 6/7 anni di distanza l'uno dall'altro, ma penso sia un po’ il mio modo attuale di fare. Nella mia situazione non faccio mai piani a lungo termine per cui non programmo niente ma vivo quasi alla giornata. C’è poi il fatto che voglio evitare di fare da tappo alle nuove generazioni.
Ecco, dal punto di vista artistico cosa vedi nelle nuove generazioni?
In questi 15 anni di docenza al Master musicale in Università Cattolica sono stato vicino a molti ragazzi, quindi li conosco, ho il termometro della situazione. La critica che la mia generazione rivolge a questi nuovi artisti è di non essere impegnati, di cantare solo l'amore, la delusione amorosa e il quotidiano, Io però li difendo perché fuori hanno un mondo che non li ascolta, non hanno prospettive, sono senza futuro. Quali sono le prospettive di questi ragazzi? A noi i nostri genitori dicevano di studiare, che avremmo avuto un bel lavoro, che la laurea avrebbe portato guadagni. Adesso io che cosa dico a mio figlio? Se a quello grande, che ha vent’anni, gli dico di laurearsi lui mi risponde, perché? Per fare lo stesso il cameriere? Probabilmente hanno bisogno di una loro comfort zone artistica. Capisco le loro ragioni, vivono sospesi e spiazzati, ma in realtà non sono lazzaroni. Oltre che essere papà, anche nella band ho dei giovani a cui spesso chiedo le visioni della loro generazione, e sono ragazzi disorientati. Li amo ferocemente questi giovani perché, a differenza di noi, non hanno la speranza del futuro.
Ma alla fine come vivi questo periodo, sia dal punto di vista artistico che dal punto di vista umano?
Mi porto le mie cicatrici, sono cresciuto attraverso queste esperienze e mi godo la vita. Quindi Omar è uno che si gode comunque la vita. Cerco di utilizzare ogni attimo che mi è concesso, non perdo più tempo e quando voglio fare le cose le faccio perché lo voglio. C’è il mio lavoro, la mia musica, i miei affetti, che sono le mie stelle polari i fattori per cui sento che ogni battaglia va combattuta subito, senza se e senza ma.