David Bowie: 50 anni fa l'addio di Ziggy Stardust (terza parte)

L'ultimo concerto nelle vesti dell'Alieno si tenne il 3 luglio 1973
David Bowie: 50 anni fa l'addio di Ziggy Stardust (terza parte)

Terza parte

(la prima parte è stata pubblicata l'1 luglio, la seconda è stata pubblicata il 2 luglio)

 

Nella sua globalità, lo Ziggy Stardust Tour era durato la bellezza di centonovanta concerti, quando Bowie e la band approdarono all’Hammersmith Odeon di Londra per portarlo a una degna conclusione con due concerti, previsti per le serate del 2 e del 3 luglio 1973. Che Bowie avesse già deciso di abbandonare per sempre il personaggio di Ziggy al termine di quelle due date, era un fatto di cui i più erano all’oscuro; all’interno del suo stesso entourage, infatti, a esserne al corrente erano solamente il manager Tony Defries e il membro più in vista della sua band, il chitarrista Mick Ronson, lo stesso su cui la MainMan già stava cominciando a puntare pensando per lui a una carriera solista.

A causa della natura intensa della sua vita in tournée, Bowie era giunto alla consapevolezza che il suo alter ego stesse diventando troppo difficile da gestire, e questo rappresentava un ostacolo sia rispetto alla sua voglia di creatività in perenne espansione, sia per il suo stesso equilibrio psichico. “Non ero affatto sorpreso che Ziggy mi avesse reso una celebrità”, dirà a «Rolling Stone», “perché quella da me confezionata era una rockstar di plastica totalmente credibile”.

C’erano però anche altre questioni dietro alla sua decisione, questioni che riguardavano per di più gli aspetti commerciali della sua carriera, come il fatto che non ci sarebbero più stati soldi per finanziare un ulteriore tour negli Stati Uniti, dove gli album del cantante, come appurò la RCA, non erano stati in grado di generare vendite abbastanza confortanti. Tuttavia, proprio in accordo con la suddetta casa discografica, si decise che la data finale dello Ziggy Tour sarebbe stata filmata in modo professionale. Per fare questo fu contattato D. A. Pennebaker, filmmaker che già si era fatto valere per il film concerto sul festival Monterey Pop, ma soprattutto per il documentario ‘Don’t Look Back’ relativo alla tournée inglese di Bob Dylan del 1965.

A esclusione di “Space Oddity”, però, Pennebaker non conosceva altro del repertorio di David Bowie, ma fu in ogni caso disposto a occuparsi di un progetto che, almeno secondo quanto gli fu inizialmente comunicato, avrebbe mostrato non il concerto del 3 luglio nella sua interezza, ma soltanto alcuni spezzoni che sarebbero serviti in un futuro prossimo a produrre un video mediante un supporto sperimentale chiamato Selectavision.

Quando però il 2 luglio Pennebaker si recò all’Hammersmith per studiare lo spettacolo degli Spiders, restò particolarmente impressionato dal carisma del cantante e dalla qualità della musica, oltreché dall’organizzazione globale del palcoscenico, rendendosi conto che “c’era un lungometraggio che chiedeva a tutti i costi di essere girato”, e che quindi sarebbe stato opportuno riprendere l’esibizione per intero.

Impostando il set per le riprese il giorno successivo, Pennebaker, accompagnato da altri tre aiutanti, riscontrò un problema di scarsa illuminazione. Da qui l’idea di concentrare il più possibile la visuale nell’area dei riflettori che avrebbero illuminato la silhouette di David Bowie, durante l’esibizione. Per catturare la frenesia del pubblico, inoltre, il regista esortò i fan a scattare quante più fotografie possibili con il flash, di modo da fornire una fonte aggiuntiva di illuminazione alla sua macchina da presa. Salvare efficientemente l’audio rappresentava un’ulteriore sfida, che Pennebaker cercò di affrontare al meglio posizionando microfoni stereo sul palco e dal lato del mixer, in modo da unire il chiasso prodotto dall’audience al suono complessivo del concerto.

Oltre a filmare lo show, il regista avrebbe quindi catturato alcuni interessanti momenti di backstage direttamente dal camerino di David Bowie (al cui interno sarebbe apparso anche un ospite d’eccezione, Ringo Starr), nonché alcune riprese esterne dell’Hammersmith utili a documentare la vivacità della bowiemania (in quei giorni al suo acme), coi fan in coda per il loro beniamino.

Il concerto, che prevedeva una ventina di brani in scaletta estrapolati dai suoi ultimi tre album, più alcune cover, fu aperto in grande stile da un’introduzione che incorporava la Sinfonia n. 9 di Beethoven, rivisitata da Walter/Wendy Carlos e tratta dalla colonna sonora del film “Arancia Meccanica”. “Hang On To Yourself”, uno dei cavalli di battaglia di ‘Ziggy Stardust’, fu eseguita subito dopo al massimo dell’elettricità, accelerata rispetto alla versione che i fan avevano ascoltato sull’album. Bowie operò quindi un cambio d’abito influenzato dal metodo nipponico di cui si era detto, e l’inno di Ziggy Stardust intitolato al suo nome fu eseguito con estremo trasporto e con la medesima foga mostrata nel brano di apertura del concerto. “Watch That Man”, da ‘Aladdin Sane’, lasciò il posto a un medley che si tramutò in uno dei passaggi in assoluto più profondi e toccanti dell’intera e ultima serata dello Ziggy Stardust Tour: “Wild Eyed Boy From Freecloud” (da ‘Space Oddity’), che trafisse i cuori degli spettatori e fu poi agganciata a “All The Young Dudes”, brano donato da Bowie alla mitica glam sensation britannica Mott The Hoople (e reso nei fatti un inno generazionale della glam era), e quindi a “Oh! You Pretty Things”, da ‘Hunky Dory’. A mandare in visibilio le tante teenager presenti e in adorazione ci pensò la magnifica “Moonage Daydream”, che illuminò la grandezza di Mick Ronson e che fu seguita da “Changes” e “Space Oddity”, prima della magistrale interpretazione canora di “My Death” di Jacques Brel (“La Mort” nell’originale versione dell’album di Brel che la include, intitolato ‘La Valse à Mille Temps’). Dopo il rock ‘n’ roll decadente di “Cracked Actor” fu però il brano più complesso di ‘Aladdin Sane’, “Time”, a imporsi fra i momenti clou della serata, al pari dell’ipnotica performance di “The Width Of A Circle” (da ‘Space Oddity’), che evidenziò il grande affiatamento degli Spiders From Mars come band. L’esecuzione del brano fu allungata di proposito e culminò in un’improvvisazione con al centro Mick Ronson, il quale propose alcuni suoni interessanti facendo leva sui suoi effetti a pedale. Bowie ne approfittò per raggiungere il camerino, mentre il muro di suono scaturito dal palco finì per produrre un effetto allucinatorio sulla folla già in delirio, catturata come in stato di trance sotto alle tremolanti luci stroboscopiche.

Una serie di cover - “Let's Spend the Night Together” (Rolling Stones), “White Light/White Heat” (Velvet Underground), inframmezzate dalla stardustiana “Suffragette City”, portò il set verso la sua conclusione. Bowie presentò sul palco un ospite d’eccezione, nonché idolo assoluto di Mick Ronson, ovvero Jeff Beck, che si unì alla band per un bis-medley: “The Jean Genie”/”Love Me Do”/“Round And Round” (di Chuck Berry - il titolo originale è però “Around And Around”). Beck, scomparso il 10 gennaio esattamente come David Bowie, ma sette anni dopo di lui, aveva accettato l'invito ad apparire sul palco, quel 3 di luglio, senza però sapere che lo spettacolo sarebbe stato filmato da Pennebaker. Terminato il bis, mentre il chitarrista ospite lasciava il palco, Bowie si fece avanti verso il pubblico con fare espansivo, per poi rilasciare ai fan, ormai in stato di iperventilazione, un annuncio shock: “Di tutti gli spettacoli che abbiamo fatto per questo tour”, disse, “quello di stasera lo porteremo dentro il più a lungo... poiché non soltanto è l’ultimo spettacolo di questo tour, ma è anche l’ultimo in tutti i sensi. Grazie”. Ignorando le urla isteriche provenienti dall’audience, Ziggy Stardust e gli Spiders From Mars provvidero a concludere il set e quindi, contemporaneamente, il loro stesso percorso congiunto, eseguendo per un’ultima volta la commovente “Rock ‘N’ Roll Suicide”. 

Che quello del 3 luglio sarebbe stato l’ultimo concerto, in realtà, se ne era colto uno strano accenno già nel momento in cui Bowie era stato presentato sul palco, durante l’introduzione; le esatte parole, prima della Nona di Beethoven, erano infatti state: “Signori e signore, fresco dal suo fantastico tour mondiale, dopo Stati Uniti d’America e Giappone, è ora qui nel suo Paese. Per l’ultima volta: David Bowie!”

L’annuncio rilasciato da Bowie, tuttavia, era parso ambiguo e non fu propriamente compreso, perlomeno sulle prime. Woodmansey restò basito per le parole del cantante, tanto quanto il bassista con cui aveva sino a quel momento composto la sezione ritmica. “Ci avevamo messo parecchio tempo a costruire quel successo”, raccontò a questo proposito il batterista degli Spiders; “e poi, all’improvviso: bang! [Bowie] gettò via tutto. Per me fu molto difficile accettarlo e ricordo di essere rimasto letteralmente immerso in una nuvola nera per almeno un paio di settimane, dopo quel concerto”. Il 4 luglio, la MainMan diede una festa speciale per celebrare la fine del tour al Café Royal di Regent Street, Londra. L’evento fu costellato di celebrità: Lou Reed, Mick e Bianca Jagger, Jeff Beck, Barbra Streisand, Ringo Starr, Paul e Linda McCartney, Cat Stevens, il batterista degli Who, Keith Moon e tanti altri, mentre l’intrattenimento musicale fu fornito da Dr. John. Fu in questo contesto, fra le altre cose, che Mick Rock scattò la famosa fotografia dove Bowie e Lou Reed sembrano colti nell’atto di darsi un bacio sulle labbra (ma è un’impressione errata; i due parlano semplicemente a distanza ravvicinata). Presenti alla festa furono anche Mick Ronson e Trevor Bolder, poi apparsi sul cover album di Bowie, 'Pin Ups', a differenza di Woody Woodmansey, che dopo l’Hammersmith avrebbe interrotto per sempre i rapporti con Bowie (durante un incontro occasionale a ridosso dell’album ‘Low’, tuttavia, il cantante trovò il tempo per lodare di persona il suo ex batterista, ringraziandolo per aver fatto parte insieme a lui del viaggio compiuto da Ziggy).

Tuttavia, la maggior parte del pubblico e molti giornali si servirono di quella dichiarazione dal palco dell’Hammersmith per spargere la voce che Bowie stesse ritirandosi dal mondo della musica. Restavano però molti dubbi, e uno di questi riguardava anche il film di Pennebaker, che avrebbe dovuto intitolarsi The Last Concert, dacché saltò presto la previsione di vederlo proiettato nelle sale per il Natale del ‘73. Una versione di un’ora fu proiettata dalla televisione americana solo nell’ottobre dell’anno dopo (ed è degna di nota per aver incluso il bis con Jeff Beck, poi tagliato nella versione successiva - per volontà stessa di Beck, pare). La trasmissione americana del girato fu però seguita da quasi un decennio di liti e controversie tra i finanziatori del film, che fu per questo posticipato a oltranza. Il girato di Pennebaker, che riporta più dettagliatamente quanto sin qui descritto a proposito dello show finale di Ziggy, fu apprezzato e al contempo criticato. Il regista stesso non esitò a definirlo “un risultato molto sciatto”, mentre secondo una parte della critica il video sarebbe rimasto in post-produzione per anni a causa dell’incapacità di chi lo aveva filmato di ottenere un adeguato mix tra suono e immagine. Il 31 agosto 1979, una seconda versione di oltre un’ora e mezza fu presentata in anteprima mondiale all’Edinburgh Film Festival, ma solo nel 1983, dopo una serie di ulteriori dispute contrattuali, il lavoro di Pennebaker poté essere rilasciato nella sua veste ufficiale, quella che i fan di Bowie ben conoscono e che ha come titolo Ziggy Stardust And The Spiders From Mars: The Motion Picture. La sua uscita, però, avveniva con dieci anni di ritardo e in un periodo in cui David Bowie, ormai dimentico di quel passato, attraversava il suo picco di popolarità mondiale portando nelle arene il successo commerciale di ‘Let's Dance’.

Il lavoro di Pennebaker, di cui si attende con ansia la versione restaurata in occasione del cinquantesimo anniversario, resta in sé un’esperienza cinematografica non trascurabile, le cui immagini, cogliendo al contempo un’incandescenza continua che rimane palpabile tra il pubblico e il palco, catturano con passione il luogo e il tempo di una storia di unicità artistica che non si sarebbe mai più ripetuta. E a poco servono, purtroppo, le odierne speculazioni virtuali di un anziano Tony Defries, l’ex manager di Bowie, secondo cui quest’ultimo avrebbe avuto intenzione di far riemergere Ziggy Stardust, prima o poi, nel corso della sua intoccabile carriera.

 

 

Uscirà l’11 agosto “David Bowie – Ziggy Stardust and the Spiders from Mars. The motion picture – 50th Anniversary”: l’ultimo leggendario show del tour di Ziggy Stardust (3 luglio 1973) per la prima volta per intero, restaurato digitalmente con audio rimasterizzato e disponibile in diversi formati: 2CD & BLU-RAY, 2CD, 2LP edizione limitata in vinile oro e digitale (Standard 44.1KHZ/16BIT e 96KHZ/24BIT).

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