Rock on the wild side - Bob Dylan, il mulo e il porcospino
Faceva freddo, la notte di quel 10 marzo 1966, l’ultima, forse, con quel trio di fighetti newyorchesi. Ma, almeno, negli studi della Columbia a Nashville era calduccio. Certo che... ottavo giorno in studio, e anche stavolta notte fonda. E andava ancora bene, ché questo Bob Dylan, che poi nemmeno era di New York, di giorno se ne stava al Ramada Inn a raccogliere le idee, mentre il suo compare, quell’Al Kooper, spargeva accordi sul piano; e poi c’era quello che dirigeva, Bob Johnston, uno spettinato col pizzetto. Il pianista era un damerino alla moda, e quasi le aveva prese per questo, in centro a Nashville; Dylan aveva un cespuglio in testa, unghie smisurate e puzzava perfino un po’.
All’ora delle streghe lo zazzeruto disse: “Che si fa da queste parti?”. Wayne Moss, il chitarrista che due anni prima aveva suonato per Roy Orbison il leggendario riff di “Pretty Woman”, accennò al golf. E Dylan: “Non intendo questo. Dico: di cosa ci si fa, da queste parti?”. Beh, birra. Naaaa. Il nuovo pezzo diceva che “Everybody must get stoned” (“tutti devono farsi”), per cui fu categorico: “Non suonerò ‘sto pezzo con un branco di sobri. Mandiamo qualcuno a fare acquisti”. Dal bar irlandese lì vicino arrivarono dei cocktail Leprechaun (liquore di melone, rum, ananas e menta), in bicchieroni da milkshake; e da giri più loschi delle sigarette ricreative. Ci diedero sotto, davvero.
Lo zazzeruto accennò il pezzo; e lo spettinato disse: “Sembra la dannata banda dell'Esercito della Salvezza!”.
“Puoi trovarne una?”.
“Mi sa di no - sono le due del mattino - ma fammi vedere cosa posso fare”. Così Johnston chiese a Charlie McCoy, armonicista, unico sobrio. E lui: “Posso svegliare Wayne Butler. Suona il trombone e io so suonare la tromba”. E lo spettinato: “È quel che ci serve. Non abbiamo bisogno di un clarinetto o altro. Prendi il tamburo, tutta quella roba là”. Fu così che “Doc” Butler nel cuore della notte corse agli studi. Quasi tutti si scambiarono gli strumenti. Dylan accennò di nuovo il pezzo: “Beh, fa così...”. Johnston urlò a Buttrey, il batterista: “Prendi un tamburo, Kenny!”. E via: tutti, barbuto compreso, giravano nello studio urlando e suonando. Henry Strzelecki, di solito bassista, sghignazzava pestando il piano di Kooper.
Dylan, divertito dalla sarabanda di matti che aveva creato, cantava ghignando qui e là. Dopo neanche 5 minuti di quel riff beffardo e circense rubato dall’oscuro “The Rheumatism Blues” di Gene Autry del 1929 e intonato dai fiati, 20 “They’ll stone ya” e 4 “Everybody must get stoned”, Johnston chiese il titolo del pezzo. E Dylan, ridendo: “A Long-Haired Mule and a Porcupine Here”. Buttrey, sornione, gli mise un braccio intorno alle spalle: “No, dai, come si chiama?”. E Dylan, serissimo: “Rainy Day Women #12 & 35”.
Citava il Libro dei Proverbi, 27, 15-16: “Il gocciolar continuo in tempo di pioggia e una moglie litigiosa si rassomigliano: chi la vuol trattenere, trattiene il vento”. E Deuteronomio e Levitico vogliono che si lancino pietre ad adulteri, bestemmiatori e adoratori di altri dei. Capitò pure a Santo Stefano, dicono gli Atti degli Apostoli. A Dylan, traditore elettrico del folk. E a Rosa Parks, la nera che nel 1955 non cedette il posto in bus a un bianco, a cui la seconda strofa allude.
Di quel doppio senso tra lapidazione e droga fu colta solo la seconda parte. Dylan smentiva: “Non ho mai scritto e non scriverò mai una drug song!” Ma chi gli credeva? Alla fine si burlò della stampa: disse che quello era un “pezzo messicano, molto di protesta, molto, molto di protesta, una delle canzoni più protestose con cui abbia mai protestato negli anni della protesta”. Sissignore.