Il disco del giorno: Aaron Jay Kernis, "Colored Field"
Aaron Jay Kernis, "Colored Field" (Cd Argo/Decca 448174-2)
Dotato di formidabili qualità tecniche e di un’immaginazione ricca, che lo ha spinto a interessarsi a molti linguaggi differenti, il compositore americano Aaron Jay Kernis si è distinto fin da giovanissimo come una delle voci maggiormente personali della scena statunitense e in breve tempo le sue opere sono state programmate in tutto il mondo da prestigiosi interpreti e da grandi orchestre sinfoniche.
Se all’inizio della sua carriera la musica di Kernis era votata a un eclettismo totale, capace di integrare elementi seriali con stilemi tratti dal calypso, dal minimalismo e dal rock, a partire dai grandi lavori sinfonici degli anni Novanta la sua estetica si è fatta maggiormente riflessiva e drammatica, con lavori ispirati spesso a eventi tragici come la Guerra nel Golfo e l’Olocausto. È proprio a quest’immane catastrofe che si rifà la partitura di "Colored Field", probabilmente il suo capolavoro; si tratta di un concerto per corno inglese e grande orchestra scritto da Kernis dopo aver visitato i campi di concentramento a Birkenau e Auschwitz, in cui il compositore aveva osservato alcuni bambini a spasso per i prati, che mangiavano fili di quell’erba che cinquant’anni prima era stata macchiata dal sangue di tante innocenti vittime.
Profondamente scosso da quella visita, Kernis si è rifatto per la prima volta in modo diretto alla propria tradizione musicale ebraica, introducendo elementi melodici derivati dalle tecniche della cantillazione e affidando al corno inglese solista ampie frasi di dolorosa intensità, talvolta assecondate ma più spesso contrastate da un’orchestra di enormi dimensioni, brulicante di colori accesi in perenne trasformazione. Qui davvero l’abilità di Kernis nel soppesare e mescolare la tavolozza cromatica dell’orchestra raggiunge livelli di virtuosismo che hanno pochi paragoni tra gli autori di oggi; ma nulla di puramente effettistico attraversa questa partitura divisa in tre ampi movimenti.
In fin dei conti non si tratta di un concerto in senso tradizionale quanto di una trenodia dai toni accesi e profondi, che lascia un’impressione indelebile sin dal primo ascolto. Il linguaggio non è solamente consonante o d’avanguardia, ma si muove tra eufonia e momenti di aspra violenza apparentemente inseguendo il filo dei pensieri, in realtà attraverso una struttura organizzata in modo certosino.
Carlo Boccadoro, compositore e direttore d’orchestra, è nato a Macerata nel 1963. Vive e lavora a Milano. Collabora con solisti e orchestre in diverse parti del mondo. E’ autore di numerosi libri di argomento musicale.
Questo testo è tratto da "Lunario della musica: Un disco per ogni giorno dell'anno" pubblicato da Einaudi, per gentile concessione dell'autore e dell'editore.
