Chi è Samara Joy, che ha beffato i Maneskin
I tanti che avevano predetto un futuro da stella del jazz per la giovane cantante del Bronx classe 1999 non sbagliavano: la stella è ufficialmente nata. Ieri a Los Angeles – quando da noi, per via del fuso orario, era l’alba di oggi – Samara Joy ha vissuto forse la serata più bella della sua vita, vincendo il Grammy Award come Best New Artist, miglior nuovo artista dell’anno. Beffando i Maneskin, che nella settimana precedente all’appuntamento più atteso del music biz mondiale si erano fatti il giro dei principali salotti della tv americana, intenzionati a scrivere la storia diventando i primi italiani ad aggiudicarsi l’ambito premio. La giuria dei Grammy Award, composta da addetti ai lavori, ha premiato invece la cantante che la critica ha spesso considerato l’erede di gigantesse come Sarah Vaughan e Ella Fitzgerald, assegnandole anche il Grammy per il Best Jazz Vocal Album ("Linger awhile").
Proveniente da una famiglia di musicisti, Samara Joy è cresciuta nel Bronx cantando in cori gospel, prima di frequentare alcune delle migliori scuole di musica degli States, dalla Fordham High School for the Arts al Purchase College: “Mia madre e mio padre mi hanno dato l’opportunità di ascoltare tantissima musica, da Luther Vandross e Chaka Khan fino a George Duke e Stevie Wonder. Ad essere sincera, non avevo mai sentito parlare di Sarah Vaughan prima del college. I miei amici erano appassionati di jazz e iniziarono a farmi sentire le loro canzoni preferite: quando ho ascoltato la sua versione di ‘Lover man’ è scattato l’amore. L’ispirazione viene dall’assorbire quanto più possibile del loro stile”, racconta a proposito degli accostamenti alla stessa Vaughan e a Ella Fitzgerald. “È strano pensare a quanto velocemente siano accadute le cose”, raccontava nel 2019, alla vigilia del suo album d’esordio, dal titolo eponimo, prodotto da un veterano come Matt Pierson, più volte candidato ai Grammy: non avrebbe mai potuto immaginare quello che sarebbe successo nella sua vita nei quattro anni successivi.
Tra premi, concorsi e recensioni entusiastiche, Samara Joy ha avuto modo di esibirsi sui palchi dei più rinomati jazz club di New York, dal Dizzy’s Club al Blue Note, passando per Mezzrow. “Una voce morbida come il velluto”, “Il suo tocco sugli standard jazz del Great American Songbook è inconfondibile”, “Samara scava a fondo per scoprire le sue radici jazz, senza perdere di vista l’innata semplicità della voce”: sono solamente alcune delle parole spese da parte della critica nei confronti della 23enne cantante jazz, che lo scorso settembre ha spedito nei negozi il suo secondo album “Linger awhile”, il primo inciso con la leggendaria Verve Records, l’etichetta per la quale in passato hanno inciso la stessa Ella Fitzgerald, Nina Simone, Stan Getz, Bill Evans e Billie Holiday.
Ai Grammy Awards è arrivata da outsider: alla vigilia dell’evento, gli scommettitori negli Usa davano per favoriti i Maneskin e la cantante brasiliana Anitta. Da Adele a Olivia Rodrigo, che vinse l’anno scorso, passando per Macklemore & Ryan Lewis, Sam Smith, Meghan Trainor, Dua Lipa, Billie Eilish e Megan Thee Stallion, solo per citare alcuni dei vincitori del Best New Artist degli ultimi anni: è difficile che l’artista al quale viene consegnata la statuetta tradisca poi le altissime aspettative. La vittoria ha preso in contropiede la stessa Samara Joy, che stanotte su Instagram ha raccontato a caldo le sue emozioni, visibilmente commossa, in una diretta su Instagram: è diventata la seconda cantante jazz a vincere il premio come Best New Artist, a distanza di dodici anni dal trionfo di Esperanza Spalding.