MezzoSangue, la catarsi: “Voglio avere fede distruggendo l'ego”
MezzoSangue è in viaggio, vuole abbattere definitivamente l’ego e sta vivendo un processo di catarsi e rinascita immortalato nella copertina del suo nuovo album “Sete”. Il rapper romano, famoso per le sue barre poetiche, intense e musicalmente potenti, è passato dal passamontagna nero a quello bianco, dall’oscurità alla luce, dalle pieghe del mondo indipendente alla major. Lo ha fatto mantenendo il suo stile e il suo immaginario, nel segno di un concept album che indaga dieci forme diverse di “sete” e che è uno dei suoi migliori progetti in carriera. La sete per MezzoSangue è una richiesta, una necessità, uno stato interiore. Il riferimento a Zygmunt Bauman e alla sua “società liquida” è dichiarato: in un tempo in cui il cambiamento è l’unica cosa permanente e l’incertezza è l’unica certezza, il rap di Mezzosangue è una sorta di esorcismo in primis personale, poi collettivo.
Credere
“Ci hanno detto che questa non è un’epoca giusta per pubblicare dischi densi, figuriamoci concept, e che funzionano maggiormente i singoli, ma io non ho mai smesso di credere negli album e nei concept – dice MezzoSangue – penso che la società si adatti a quello che viene proposto. Se nessuno pubblica più un concept, non capisco perché non dovrei farlo se ne sento il bisogno. Ci sono artisti come Kendrick Lamar e J Cole che sono la dimostrazione di come un ‘percorso da disco’ non solo sia possibile, ma funzioni anche. È vero che in Italia questo discorso un po’ manca. Il concept per me ha senso se diventa un’esperienza, cioè se è curato in tutti i suoi aspetti, solo così si può andare oltre l’idea di musica solo di consumo”. Perché partire proprio da Bauman? “Le sue teorie sulla ‘società liquida’ mi hanno sempre affascinato, anche se come direbbe un mio amico forse oggi avrebbe più senso parlare di società gassosa – continua – ho studiato Psicologia e Sociologia all’Università, sono molto interessato ai valori umani e sociali. Quello che racconta Bauman lo viviamo tutti: in un mondo dalle infinite possibilità e scelte, spesso non si riesce a trovare qualche cosa di solido in cui credere e a cui aggrapparsi. Il concetto di sete parte da qui: immersi nell’acqua di questa società si ha sete, ma non si ha la possibilità di bere e di saziarsi veramente”.
Rinascita
Tutto il disco è attraversato da un sentimento di rinascita. “Il Covid ha colpito tutti – ricorda il rapper – su di me ha avuto un impatto fortissimo. Mi ha fatto davvero riflettere sulle priorità e sulla verità della vita. E lo dico apertamente: mi ha cambiato, è stata un’opportunità. Mi sono detto: voglio avere fede, voglio avere fiducia nell’idea che ci possa essere, umanamente e artisticamente, una proposta alternativa. E così nel disco ho affrontato dieci forme di sete per ripulire ciò che c’era di nero. Ho distrutto l’ego. Affermo di essere un disastro. Provoco e dico: ‘ascolto Tiziano Ferro e Guerre Stellari non l’ho mai visto’”. “Sete” è il primo album in major di MezzoSangue, il cambiamento passa anche da qui. “Io ho sempre portato avanti un percorso indipendente – ricorda – il discorso della fede si lega anche a questo: avere più fiducia nell’istituzionale, mosso dalla convinzione che anche da dentro si possano cambiare le cose”.
Un nuovo sound
Un aspetto importante del progetto sono le produzioni: a testi ricchi di suggestioni e di contenuti spessi, vengono affiancate musiche estremamente contemporanee. “Per me quella è la chiave – ammette l’artista con il passamontagna – la lavorazione delle musiche parte da un aneddoto assurdo. Ero alla caccia di un sound nuovo che mi rappresentasse, ma non lo trovavo. Fuori da un hotel di Roma, una sera, raccolsi un santino di San Giuda Taddeo. Il giorno dopo mi scrisse un fan e mi suggerì di ascoltare le produzioni di un giovane produttore emergente chiamato San Giuda. Un segno del destino incredibile. Lo feci e rimasi colpito. Contattai il produttore e grazie a lui ho trovato quello che stavo cercando. Tutta la lavorazione del disco è stata fatta con lui, lavorando duramente giorno dopo giorno”.
Empatia con chi ascolta
Ogni pezzo del puzzle è al posto giusto. “Sono in un momento di rinascita. Mi sono fermato per tre anni proprio per capire che direzione intraprendere. Sono contento che il rap sia diventato mainstream negli ultimi anni e credo tantissimo nelle nuove generazioni. Allo stesso tempo è evidente che l'offerta è vastissima, c’è un mare di musica in giro. Per questo ho trovato necessario tornare con una proposta forte e ricca di contenuto – conclude il rapper – il primo passo è stato quello di spogliarmi, di mostrarmi per quello che davvero sono. Senza nascondere debolezze e dolori. E credo che questo sarà il ponte empatico che creerò davvero con quelle persone che potranno rivedersi nelle canzoni. Oggi è difficile rispecchiarsi in quelle che abbiamo intorno: apri i social e vedi il tipo con la Lamborghini. Ma quella, spesso, non è la verità. Iniziamo a raccontarci per quello che davvero siamo, è lì che possiamo rispecchiarci negli altri”.