R.E.M., la storia di "Imitation of Life"
R.E.M. – Imitation of Life
Warner Bros, 2001
(Peter Buck, Mike Mills, Michael Stipe)
Fingere di essere qualcuno che non si è. Una messa in scena nei confronti dell’immagine della realtà, di ciò che così è se
vi pare di pirandelliana memoria. Come suggerisce il titolo, la canzone è incentrata sul tema del vivere di apparenza. Titolo che, come confermato dalla band, è ispirato casualmente all’omonimo film di Douglas Sirk, un melodramma del 1959 uscito in Italia come "Lo specchio della vita".
Michael Stipe, autore di gran parte dei testi e “ideatore” di melodie dei R.E.M., è noto per i suoi versi enigmatici e immaginifici, frutto di una sorta di improvvisazione in cui confluiscono suono e suggestioni. È un comunicare per impressioni più che per racconti e queste restano ovviamente molto soggettive. Per alcune figure retoriche utilizzate tra cui “come un pesce rosso in una boccia di vetro” oppure “come un’adolescente a una sfilata di moda del venerdì”, una volta Stipe disse che questa canzone è “la perfetta metafora dell’adolescenza”, fase della vita nella quale si cercano spesso modelli da imitare. La storia è raccontata con linguaggio molto visivo e dalle immagini messe a fuoco emergono elementi chiave che conducono all’interpretazione più pertinente, riferita a chi insegue l’illusione del successo e delle sue conseguenze (non a caso viene citata più volte Hollywood).
La prima strofa si cala subito in un clima illusorio dove tutto (l’imitazione della vita) è solo sfocato oppure troppo bello per essere vero: “Sciarade, abilità popolari / Giacinto d’acqua, con il nome scelto da un poeta / Imitazione della vita”. Elenca le parodie (sciarade) e il giacinto d’acqua, pianta celebrata dagli antichi poeti greci e romani per la sua bellezza e che nel linguaggio dei fiori simboleggia generalmente il gioco e il divertimento. Poi prosegue esprimendo la prima conseguenza del successo, l’esposizione verso gli altri: “Come un pesce koi in uno stagno ghiacciato / Come un pesce rosso in una boccia di vetro / Non voglio sentirti piangere”. I due pesci citati stanno a simboleggiare come le celebrità siano “intrappolate” nella loro
vita pubblica anche se a volte sono desiderose di uscirne.
Il bellissimo ritornello riassume perfettamente il messaggio: “Quella canna da zucchero che aveva un buon sapore / Quel gusto di cannella che ha Hollywood / Vieni, vieni nessuno può vederti provare”. La canna da zucchero e la cannella come metafora dei piaceri assaporati, il lusso del cosiddetto “stile di vita hollywoodiano”, mentre il verbo “provare” ha qui il senso di tentare la sorte. In una variazione del ritornello, Stipe canta: “Quella pioggia gelata, che è quello che tu potresti (provare) / Vieni, vieni, nessuno può vederti piangere”, facendo l’analogia sull’ambivalenza della fama e il suo lato oscuro, il dover fingere nascondendo la tristezza. Poi c’è l’avvertimento per quelli che percepiscono la felicità solo nel fascino della ricchezza, trascurando le cose semplici (il pane), ma sincere della vita. Non si può inseguire l’illusione del successo indossando una maschera e imprigionando la propria autostima alle opinioni degli altri: “Vuoi la cosa più grande / La cosa più grande, la migliore di tutte da quando il pane è stato tagliato / Hai tutto, lo hai diviso / Come un'adolescente a una sfilata di moda del venerdì / Che trema dal freddo in un angol / Cercando di sembrare una che non prova”.
In questo gioco di ruoli torna il senso di intrappolamento e angoscia elencando nel ritornello alcuni contesti pericolosi come: “Quel maremoto / Quella valanga”, riferimento ai pericoli della fama come forza oscura nascosta dietro l’ammirazione del pubblico, pronta ad annientare valori e morale. È il mito illusorio del successo dove “nessuno può vederti piangere” che diventa anche una profonda riflessione sulla vita che sfugge.
"Imitation of Life" venne inclusa in "Reveal", il secondo album dei R.E.M. senza Bill Berry, lo storico batterista che lasciò il gruppo a sorpresa nel 1997, all’indomani di "New adventures in hi-fi". Con la formazione ridotta a trio, Michael Stipe, Peter Buck e Mike Mills ovviarono alla defezione introducendo ritmiche elettroniche e un conseguente approccio stilistico diverso dai precedenti lavori. "Reveal", dodicesimo episodio della saga R.E.M., è un album solare, finalmente in grado di avvalersi di tutto quello che la tecnologia moderna poteva offrire in ambito di strumentazione elettronica, aggiornando gli arrangiamenti
attraverso trame sonore piene, potenti, lontani da quelli minimalisti del loro passato. Una nuova dimensione che Peter Buck descrisse come “un’atmosfera Jimmy Webb e Glenn Campbell con un filtro Krautrock e Beach Boys che sono sempre stati nel nostro DNA”.
Il capolavoro di tutto l’album è indubbiamente "Imitation of Life", canzone dalla melodia contagiosa e prezioso archivio di cui servirsi per disegnare una mappa del pop contemporaneo. Un brano che rischiò addirittura di essere escluso dalla tracklist perché, dopo averlo registrato negli studi Warehouse di Vancouver, i R.E.M. si resero conto che aveva più o meno la stessa progressione di accordi e parte della melodia di "Driver 8", un loro brano datato 1985. Fu durante il missaggio alla Hit Factory di Miami che ebbero l’idea di adattarci un tempo più veloce per compensare il materiale più lento del disco. Il risultato fu
sorprendente poiché, pur mantenendo intatto il loro classico suono, si rivelò la canzone più orecchiabile del disco tanto da sceglierla come primo singolo.
È un fantastico trionfo di melodia e ingegnosità strumentale. Peter Buck, Mike Mills, Scott McCaughey e l’ex Posies Ken Stringfellow suonano le chitarre acustiche, donando alla canzone un lussureggiante sottofondo sul quale il produttore McCarthy sovraincide una eterea sezione di archi. Joey Waronker (batterista di Beck e già collaboratore del gruppo) suona il tamburello, mentre una drum machine venne utilizzata per la ritmica al posto della batteria. Inusuale anche l’assolo, niente chitarra elettrica, ma uno strano sintetizzatore manovrato da Ken Stringfellow dal suono straniante che cerca di imitare quello del theremin usato da Brian Wilson per "Good Vibrations". Sembra un’improvvisazione, come se il musicista in quel momento lo stesse provando e questo, paradossalmente, contribuisce a dare al brano un ulteriore tocco di originalità.
L’interpretazione vocale di Stipe è tenera e sconsolata, sostenuta nel ritornello dalle armonizzazioni di Buck e dal suo inconfondibile arpeggio ritmico di chitarra elettrica “jangly”. Una canzone dolente, carica di pensieri sulla vita plasmata dall’artificio e da Hollywood, dotata di solarità crepuscolare e grande impatto melodico come poche.
Per gentile concessione dell'editore Arcana e dell'autore (che l'ha scelta personalmente) pubblichiamo questa scheda tratta dal libro di Mauro Ronconi "Canzoni per un mondo senza Beatles".
