Jackson Browne, la storia di "For a Dancer"
JACKSON BROWNE – For a Dancer
Asylum, 1974
(Jackson Browne)
“Da qualche parte, tra il momento in cui arrivi e il momento in cui parti, sta forse la ragione per cui esisti. Ma non lo saprai mai”. Commovente canzone sulla vita, la morte e quel che sta nel mezzo. Jackson Browne era un “vecchio” ragazzo di 26 anni quando l’ha condivisa con il mondo e l’ha inserita nel suo capolavoro "Late for the sky", album meditazione sull’incanto e la disillusione dell’esistenza umana e autobiografia della sua giovinezza. L’aveva scritta per il suo caro amico Scott Runyon, ballerino, pattinatore, pittore e scultore, morto per un incendio in casa. “Era nella sauna” disse Browne, “quindi non
aveva idea di cosa stesse accadendo. Era un ragazzo davvero singolare. Oltre a essere un grande ballerino, era un pattinatore su ghiaccio, aveva un lavoro alle Ice Follies. Era anche un grande sarto, realizzava vestiti per i suoi amici. Un uomo del Rinascimento. Quando gli ho scritto la canzone – ed è una canzone che ho cantato altre volte per altre persone morte – stavo pensando alla danza come metafora della vita con quel verso ‘Alla fine c’è un ballo che farai da solo’. È una delle canzoni che ho cantato nel corso degli anni e per me è sempre come andare in quel posto, e affrontare il fatto che la vita finirà. È
una canzone triste, ma allo stesso tempo è bello prendere in considerazione quella realtà, mettersi in contatto con essa e poi andare avanti”.
In effetti è un brano sereno e cupo allo stesso tempo. Browne abbina un racconto di perdita molto personale analizzando la finalità della morte fisica. Riesce a combinare dettagli specifici e intimi in un contesto più ampio, con una prospettiva molto chiara e insolita dove l’evento tragico assume un significato universale. A 26 anni, “il cantautore più letterato di Los Angeles” aveva già capito tutto della vita, a cominciare dal tempo che scorreva intorno a lui. Come le altre canzoni di "Late for the sky", il brano fu scritto nella casa di Browne, Highland Park a Los Angeles, chiamata The Abbey San Encino e costruita dal nonno quando il padre di Jackson era ancora adolescente. Tornandoci con la sua ragazza e il loro figlio Ethan, ci vedeva una sorta di continuità generazionale e ispirazione per i campi minati della memoria.
Tutto il disco fu completato in un mese e mezzo con la sua touring band perché il precedente disco ("For everyman") secondo
David Geffen, presidente della Asylum, era costato troppi soldi e troppo tempo, quindi doveva realizzarlo in modo più economico e veloce. Così al posto dei musicisti della Section, gruppo formato da sessionmen affermati come Craig Doerge, Leland Sklar e Russ Kunkel, ci suonarono David Lindley alla chitarra e al violino, Doug Haywood al basso, Jay Winding alle tastiere e Larry Zack alla batteria. Alcuni amici lo aiutarono ai cori: Dan Fogelberg, Don Henley, John David Souther, ma è l’ex Kaleidoscope Lindley che con i timbri inconfondibili del violino e della chitarra slide è la vera spalla artistica di Browne.
Il senso della vita e della morte era stato già affrontato dal cantautore anni prima con "Song for Adam", inclusa nel suo album
d’esordio. Anche il quel caso il destinatario era un suo amico, Adam Saylor, morto suicida in India nel 1968. Se però lì c’era la riflessione su una società gretta e palesemente ipocrita che portava un ragazzo forte, gioviale e carismatico come Adam a togliersi una vita che ormai sentiva come un peso, qui troviamo una meditazione sull’insensatezza della vita e sulla sua disillusa volontà di trovare una chiave dell’esistere. Un gioiello poetico raro per il mondo della musica pop.
I testi aggraziati di Browne trovano la loro controparte nella musica. Sembra di ascoltare un tango etereo, dove l’atmosfera è ben espressa dal violino di David Lindley che ricama contro la voce di Browne. Il brano inizia con solo pianoforte e voce con Browne che canta lentamente: “Tieni un fuoco acceso negli occhi / Fai attenzione al cielo aperto / Non sai mai cosa accadrà”. È un approccio obliquo al soggetto, così come l’uso del cielo come simbolo. In questo caso nel senso di causa primaria da cui scaturiscono gli eventi, una fonte infinita e spietata di inizi e fini. Poi l’autore si avvicina al tema centrale della canzone: “Non ricordo di aver perso le tue tracce / Danzavi sempre dentro e fuori dalla vista / Devo aver pensato che saresti sempre stato in giro / Facendo sempre le cose vere, facendo il pagliaccio / Ora sei introvabile”. Il pensiero va all’amico perduto come se fosse
ancora presente e abilmente introduce il tema della danza utilizzando il termine di avvicinarsi e allontanarsi che risuona con l’immagine del danzatore che interpreta il clown. Il tono cupo del verso finale suggerisce la sua morte fisica.
Il basso di Doug Haywood si unisce a Browne nell’ultima parola della strofa e inizia un dialogo eloquente con il suo pianoforte. Quindi la batteria si unisce a loro all’inizio della strofa successiva, accelerando il ritmo della canzone e fornendo un movimento in avanti più regolare, contrastando in qualche modo l’introduzione diretta del soggetto della canzone: “Non so cosa succede quando le persone muoiono / Per quanto ci provi non riesco a capirlo / È come una canzone che risuona nell’orecchio / Ma che non posso cantare / Non posso fare a meno di ascoltare”.
Si può notare come Browne elude direttamente la morte del ballerino interrogandosi in un contesto più generale in modo che non vi sia sconforto. La sua affermazione concreta che non sa cosa succede quando le persone muoiono coglie alla sprovvista e trascina l’ascoltatore in un territorio emotivamente neutro, preparando alla sorpresa e alla profondità bruciante della similitudine che segue: il paragonare la morte a una melodia sfuggente che il cantante può sentire, ma non riprodurre.
Ora Browne torna alla storia personale, in piedi accanto alla bara, mentre il suo amico viene calato nella tomba. La voce solista viene affiancata da un coro di sottofondo, creando un senso di comunità condivisa. Come ci fossero con lui amici e familiari che cercano di allievare la perdita e ricordare che sono al suo fianco: “E non posso fare a meno di sentirmi così stupido, in piedi / Piangendo mentre ti calano giù / So che avresti preferiresti che ballassimo / ballando via questo (proprio danzando) / Non importa che cosa il destino decida di suonare (Tanto non puoi farci niente / Non c’è niente che tu possa fare comunque)”.
Ancora una volta, si evita qualsiasi riferimento convenzionale alla tristezza, perché sebbene citi le sue lacrime, l’emozione che narra è quella di sentirsi uno sciocco. Rivolgendosi al ballerino, parla di ballare direttamente come un modo per trovare
uno scopo gioioso nonostante i capricci della vita. Esprimendo questa gioia, la sua voce sale sull’ultima riga, svettando sopra gli strumenti. Nella strofa successiva è quasi come se il ballerino stesse parlando al cantante, e non viceversa. Il messaggio enfatizza sia la comunità in cui cresciamo, e che ci nutre, sia l’individualità dell’espressione di ogni persona all’interno di quella comunità, e l’ultimo isolamento causato dalla morte: “Fai passi che ti hanno mostrato / Tutti quelli che hai conosciuto / Finché la danza diventa proprio tua / Non importa quanto ci si avvicini ai passi di un altro / Alla fine c’è una danza che ballerai da solo”.
Il coro diventa silenzioso nell’ultimo verso, lasciando solo la voce di Browne. Il violino di David Lindley entra in scena dando finalmente voce alla tristezza che Browne ha evitato di affrontare direttamente con le sue parole, ma allo stesso tempo danzando lui stesso, come se esprimesse lo spirito del ballerino perduto, così come coloro che piangono la sua scomparsa. Il suono del violino tocca il nucleo tragico della storia, Browne è ora libero di fare un passo indietro e avere una visione più ampia: “Mantieni un fuoco per l’umanità / Lascia che le tue preghiere raggiungano lo spazio / Tanto non sai mai cosa ricade giù”. Questo verso ricalca quello iniziale. Eppure qualcosa è cambiato, nel considerare la prospettiva della razza umana nel suo insieme, in contrasto con le vite individuali del cantante e del ballerino con cui ha iniziato, non si sente più solo. Affronta il tema della morte parlando del nostro bisogno di creare un significato per noi stessi e per gli altri, anche se quel significato non ha una realtà ultima.
Ancora una volta, come in "The Road and the Sky", Browne sceglie chiaramente un lato, sceglie gioia, significato e intenzione, nonostante la loro mancanza di permanenza, nonostante l’assenza di qualsiasi indicazione che questi derivino da una fonte diversa dallo stesso spirito umano: “Forse c’è un mondo migliore proprio qui vicino / Ma forse sparirà in un amen / Insieme a
tutti i significati che puoi aver trovato / Non farti prendere in giro dall’incertezza (il mondo continua a girare e girare) / Vai avanti e fai un suono gioioso”. Il finale è una dedica toccante all’amico: “Dentro il ballerino in cui sei cresciuto / Da un seme che qualcun altro ha gettato / Vai avanti e getta dei semi tuoi / Da qualche parte, tra il momento in cui arrivi e il momento in cui parti, sta forse la ragione per cui esisti / Ma non lo saprai mai”. La conclusione è che il narratore diventa lui stesso un ballerino.
Il significato profondo e drammatico del brano non sta nella morte, ma nella sua trascendenza. L’amico perduto è un tramite. La canzone non termina con una morte, ma con una nascita, come se il cantante fosse uscito da una crisalide. Ora sa cosa significa ballare, cercare il significato attraverso i suoi movimenti, anche se l’universo potrebbe non riconoscere mai quel significato. Musicalmente la canzone si conclude con pianoforte, basso, organo e violino che interagiscono insieme un’ultima volta. Browne parla a se stesso e interroga il mondo. Offre una risposta rifiutandosi di dare la soluzione. Così mantiene viva la speranza per il destino umano, sostenendo che la vita ha sempre uno scopo, per quanto transitorio, a cui aggrapparsi.
Per gentile concessione dell'editore Arcana e dell'autore (che l'ha scelta personalmente) pubblichiamo questa scheda tratta dal libro di Mauro Ronconi "Canzoni per un mondo senza Beatles".
